
E’ vero che la cultura liberale non ha mai attecchito in Italia ed è ancora più vero che la battaglia per rifare il Paese dalle fondamenta (cioè a partire da un intervento consistente in sostanziose modifiche costituzionali) è titanica. Eppure tutto ciò non è sufficiente a fiaccare in modo definitivo il desiderio di esserci, di far contare il proprio pur infimo peso nella direzione che prenderanno gli eventi e allora viene anche da chiedersi come si possa mettere assieme e far uscire allo scoperto il sottobosco nutrito di individualità e di realtà che – ognuna dal proprio canto, con passione, dignità e coraggio – coltivano idee e propositi di una mai proposta rivoluzione liberale, come reazione e antidoto ad una decadenza già da lungo in atto ma non ancora giunta agli esiti più catastrofici: decadenza che non esito a definire spirituale e morale – ancor prima che politica e socio-economica – e della quale ogni cittadino, proprio per quell’individualismo che è alla base della concezione liberale, porta una quota di responsabilità.
Esiste, è coltivato e a volte tuona, prorompe, al confronto con la miseria politica e culturale del momento, un grande patrimonio filosofico, quindi anche logico e metodologico, di idee e di spunti politici, spesso anche non del tutto coerente, che è riconducibile al pensiero e alle opere di alcuni grandi maestri del liberalismo (penso all’impronta a Bastiat, Berlin, Menger, Von Hayek, Popper, Nozick, Leoni, Friedman, Gobetti, Einaudi) -, comunque orientato al primato della libertà individuale e dell’individuo (si, senza remore: dell’individuo!) verso cui lo Stato deve porsi in funzione di garanzia e di tutela, tendenzialmente senza aggiungere altro; primato di libertà e di individui cui dunque in tal senso si associa il concetto di antistatalismo, non come annullamento dell’idea di uno Stato (beh, per la verità David – non Milton – Friedman arriva anche a questo), ma quale rifiuto di uno Stato che entra coercitivamente (ancorché ‘legalmente’) nella sfera individuale dei singoli e impone le sue logiche arbitrarie, che poggiano sulla ricondicibilità dell’uno al tutto e quindi sulla assoluta liceità di praticare soluzioni indifferenziate, conformistiche e valide per tutti; e, in più, quale rifiuto di uno Stato che nell’assolvere a questo compito liberticida sviluppa una corporazione di burocrati e di politici, inutile e vieppiù dannosa.
Per i liberali, oggi, i ‘nemici’ non sono tanto (o non più) l’idea, la concezione politica o il proposito che si appalesino immediatamente come autoritari e antidemocratici; bensì le istanze egualitarie e solidaristiche che – protette dalla facciata democratica – recano inevitabilmente un contenuto di violenza e di sopraffazione.
Per i liberali oggi e da sempre la libertà è sopra, è più importante della democrazia. Sono due concetti spesso distanti, sol che si pensi che in un regime democratico – ove, in particolare, le libertà non siano presidiate da vincoli o divieti costituzionali – la maggioranza di turno ha il potere di cancellare alcune (o anche tutte le) libertà. Il ‘sovrano’ cui si è storicamente opposto il costituzionalismo liberale non c’è più, o meglio, è oggi ravvisabile e come trasmigrato nelle maggioranze che si impongono in una democrazia, per lo più mediate, condizionate o etero-dirette dai burocrati, dalla politica e dai correlati interessi corporativi, nei confronti delle quali gli argini a difesa delle libertà individuali devono essere puntualmente ridefiniti e stabiliti.
Tutto ciò premesso, esiste un orizzonte, un destino, un’opportunità politica per i liberali? Io rispondo: si. Ed è – secondo il mio modesto punto di vista – ciò che ho appena scritto: un progetto che pone in discussione tutti gli equilibri e tutti gli interessi e che prova a ricostruire le ragioni della convivenza su basi nuove, superando una Costituzione viziata dalle citate istanze e comunque inadatta all’attuale temperie.
Sono disposti i liberali, individualisti e antistatalisti ‘sparsi per il mondo’, a spendere la loro passione e la loro indignazione per questo progetto? Sono essi disposti a sciogliere quel rifugio nel proprio particulare, ovvero il pur giusto ma sterile aventinismo, per non parlare del ricorrente sostegno a forze politiche (come il Pdl) che hanno usato (e poi tradito) il vessillo dell’idea liberale? Sono essi pronti ad abbandonare tutto questo per ritrovare una identità e il significato della partecipazione?
Se si, allora, ecco qui: la loro “casa” forse, in nuce, c’è già ed è questo progetto, o perlomeno qualcosa di simile. Se non sapranno costruire o riconoscere questa (o comunque una loro) “casa” saranno condannati, sui giornali, sui social networks, sui blog, con le loro istanze pure ma non spese sul mercato della politica, al ruolo di grilli parlanti o, peggio, di involontari sostenitori dei loro numerosi avversari.

In Italia la cultura liberale non avrà mai attecchito epperò…epperò gli italiani sono molto più liberali di quanto potremmo immaginarci.
Nei referendum, a maggioranza, hanno sempre votato per riforme liberali e, talvolta, persino liberiste.
Nelle proteste “silenziose”, non gridate, non demagogiche, sono i primi a dire che lo Stato è invasivo e che occorrono meno imposte, balzelli, burocrazia.
Nel ’94 avevano anche, a maggioranza, votato un Berlusconi liberale e liberita.
Ed allora ?
Ed allora il problema non è tanto dell’Italia, quanto piuttosto di quei politici che, a parole hanno fatto proposte liberali, mentre nei fatti le hanno tradite.
E gli italiani fanno bene a ribellarsi e a non credere più a codesti politici.
E’ accaduto persino in Francia, ove Sarko, rischia di perdere la poltrona.
Il “prometto prometto” della politica, insomma, dovrebbe finire una volta per tutte.
Non penso che occorrano “case” per i liberali, nelle quali riconoscersi.
Personalmente, almeno, non senso affatto l’esigenza di una “casa”, di una struttura ecc…
Ho le mie idee e mi batto per quelle.
Occorrono semmai leader onesti e coraggiosi. Magari persino danarosi e che mettano il loro danaro al servizio di un progetto più grande. Leader e personalità carismatiche in grado di attirare investimenti elettorali e non solo.
Porca miseria ma…ma negli USA c’è sempre stato Ron Paul che si è sempre messo in gioco nel Republican Party !
Qui da noi non c’è mai stato nessun politico del PdL che ha voluto mettersi in gioco e dire: “Ma cazzarola, questo Berlusconi è un vetero-comunista che cura gli interessi di Bossi e ha messo all’Economia un social-burocrate come Tremonti !”.
Nessuno, insomma, che abbia mai voluto costruire una destra liberale degna di questo nome e capace lanciare proposte libertarie sul tema dei diritti civili, spiazzando la sinistra-burocratica italiana che, invero, è la vera estrama destra alla Le Pen (pur senza gli attributi della signora Marine e del padre).
Non occorrono case, che, invero, potrebbero già esistere: occorrono semplificazioni ed espugnazioni.
Semplificazioni dei partitini laico-liberali ed espugnazione dei grandi partiti da parte di leader carismatici liberali.
Ma dai, vi sembra sia credibile un PdL guidato dal sosia brutto di Gigi D’Alessio con alle spalle un quasi ottantenne vanesio ?