
Vengo da una famiglia che ha conosciuto il fascismo non come categoria retorica, ma come esperienza concreta della storia: deportazioni, privazioni, la brusca trasformazione della vita quotidiana in un territorio di paura e di esclusione. Per chi ha ereditato questa memoria, non come reliquia commemorativa, ma come sedimentazione morale, il fascismo non è un concetto elastico da piegare alle convenienze polemiche del presente. È una soglia storica riconoscibile, un fatto concreto di persecuzione che lascia tracce precise nei corpi, nei cognomi, negli archivi familiari.
Proprio per questo mi appare oggi paradossale assistere alla lezione morale impartita da chi, genealogicamente e culturalmente, proviene dalle stesse famiglie che nel 1938 seppero essere conniventi, collaboranti o, nel migliore dei casi, prudentemente ignave di fronte all’orrore delle leggi razziali. La storia ha un gusto sottile per queste inversioni: i nipoti della normalità fascista che spiegano ai discendenti dei perseguitati da chi bisognerebbe guardarsi, chi rappresenterebbe la minaccia, chi incarnerebbe il nuovo male assoluto. E così gli stessi che si attivano con ferocia contro l’esistenza dello Stato ebraico e sfilano alle manifestazioni tranquillamente sotto gli striscioni di Hamas con i figli e nipoti, ti insegnano da chi devi aver paura.
Quindi si dovrebbe avere paura di chi? Della Meloni? O di un Montanari che non perde occasione per buttare odio su Israele, (non sul suoi governo, ma sullo Stato)? Dovrei aver paura di La Russa? O di D’Orsi o Orsini che parlano di Hamas come resistenza e di superiorità morale degli Ayatollah?
È un rovesciamento che non ha nulla di innocente. Perché la memoria storica non è un bene neutro ma una responsabilità, e talvolta anche un fastidio per chi preferirebbe riscrivere il passato in forma più accomodante. Ma chi ha avuto in famiglia deportati, espulsi dalle scuole, vite improvvisamente ridotte a clandestinità civile, sviluppa una particolare sensibilità verso le falsificazioni della storia. Non è superiorità morale.
Per questo, quando qualcuno prova a spiegarmi come funziona il mondo, da chi dovrei avere paura e da chi dovrei invece fidarmi, non posso fare a meno di pensare a quel silenzio vasto e ordinato che nel 1938 accompagnò l’introduzione dell’ingiustizia.
E mi torna alla mente una verità piuttosto elementare: chi ha davvero ereditato il peso della persecuzione non ha bisogno di maestri improvvisati per riconoscere l’odore della ipocrisia.
David Pacifici

Lascia un commento