Non credo ci siano dubbi sul fatto che dopo la crisi finanziaria del 2007-8, dopo la crisi dell’emigrazione e dopo la crisi della pandemia che ha investito il mondo intero, la dimensione europea sia l’unica a garantire risposte adeguate. Eppure proprio queste tre crisi, davanti alle quali la risposta dell’Unione è stata lenta e difficile, hanno alimentato le schiere degli euroscettici e dei partiti sovranisti. Fino a che l’estate scorsa, in piena pandemia, la Merkel è riuscita a sconfiggere le resistenze olandesi e nordiche per far partire il piano di massicci aiuti per la ripresa e la resilienza.
Poi, mentre la pandemia ha continuato a colpire con ondate successive sempre più gravi ed estese, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, con il sostegno della Cancelliera Angela Merkel e del Presidente francese Macron, ha lanciato la Conferenza sul futuro dell’Europa, che verrà varata ufficialmente il 9 maggio 2021, giorno della Festa dell’Europa.
In questo modo la battaglia, ancora non vinta, contro la pandemia e il grande piano finanziario Next Generation Eu di ripresa e resilienza si verranno ad intrecciare con il dibattito che coinvolgerà cittadini e istituzioni sul futuro dell’Unione.
La Istituzione di studi di Firenze per l’Europa è nata proprio per mobilitare le migliori forze intellettuali di cui dispone la nostra città, che è anche sede dell’Istituto Universitario Europeo, intorno a queste tematiche. Questo nella convinzione che si riuscirà ad uscire da questa crisi, la più grande dalla fine della Seconda guerra mondiale, solo se si riuscirà a rafforzare e a rendere più efficaci le istituzioni dell’Unione. Vorrei concentrare la mia attenzione su quest’ultimo punto e cioè sulla questione della riforma dei meccanismi istituzionali per rispondere con più efficacia alle sfide che ci stanno davanti e che nessuno può più sottovalutare.
Il tema è se, per rendere più efficace il meccanismo di risposta, cioè il governo della Ue, sia necessaria una riforma dei trattati in vigore o sia possibile una evoluzione attraverso una serie di modifiche delle istituzioni esistenti senza toccare i trattati. L’accordo, benché faticoso, sul nuovo strumento finanziario, il Next Generation Eu, e su un debito comune europeo che gli Stati membri rimborseranno gradualmente, anche tramite l’introduzione di nuove imposte europee per irrobustire il bilancio europeo, potrebbero far pensare ad una evoluzione graduale verso un governo più efficace, ma senza bisogno di riformare i trattati in vigore.
Dico subito che non credo sia possibile questa seconda ipotesi, nonostante i passi in avanti fatti con il Next Generation Eu. Anzi se questi passi in avanti resteranno solo strumenti eccezionali e non confermati da modifiche istituzionali, rischieranno di rendere ancor più difficile il percorso della Ue. I debiti degli Stati con più deficit potrebbero sempre essere messi in discussione in quanto non previsti dal trattato in vigore (artt. 122, 310 e 311 TFUE). Per questo concentreremo i nostri sforzi intorno ad una riforma istituzionale dell’Unione europea. Non basterà ritoccare il Trattato di Lisbona, che prevede per la sua revisione l’accordo di tutti gli Stati membri (art. 48). Un accordo in questo senso per ora non sembra possibile.
Resterebbe la strada di una Unione a geometria variabile con un nuovo trattato approvato a maggioranza dai 27 Stati attuali. Trattato che potrebbe essere approvato nei vari paesi dai parlamenti o tramite referendum popolare. Gli altri rimarrebbero vincolati dalle disposizioni del Trattato di Lisbona, mantenendo l’attuale livello di integrazione. Si tratterebbe di una sorta di integrazione differenziata, in cui il nucleo forte procederebbe verso una soluzione federale, con poteri limitati ma reali anche sulle scelte internazionali e di difesa, ma senza per questo sopprimere gli Stati nazionali esistenti.
Basterebbe accettare con realismo che in un mondo globalizzato e multilaterale le sfide esterne saranno sempre più grandi e per affrontarle non basteranno i singoli Stati europei ancorché potenti. Bisognerà rinunciare alla sovranità nazionale assoluta. Del resto una gran parte degli Stati nazionali europei, all’Est come all’Ovest, durante i lunghi anni della Guerra fredda, aveva perso la sovranità assoluta all’interno dei blocchi contrapposti. Naturalmente con le differenze che la storia ha registrato nel diverso grado di libertà e sviluppo del modello democratico pluripartitico.
Il fallimento del trattato costituzionale europeo avvenne nel 2005 perché i cittadini dei paesi, dove si votarono i referendum, si sentirono minacciati dai flussi migratori interni, così come i sovranisti oggi si sentono minacciati dai flussi migratori esterni. Molti federalisti non si rendono conto che occorrerà definire meglio le regole di trattamento dei lavoratori all’interno dell’Unione, così come una fiscalità più omogenea ecc. Mentre per l’emigrazione occorrerà rivedere gli accordi di Dublino, ora sospesi, tenendo conto del fatto che l’emigrazione costituisce un fattore strutturale, ma che non può essere gestita dai singoli Stati, senza regole e accordi condivisi. Accordi che non potranno essere violati da nessuno, nemmeno dalle Ong, che avranno bisogno di regole trasparenti. Quanto ai profughi e all’assistenza in mare, si potrà attivare una forza di soccorso della Marina europea, come parte di una comune difesa europea.
Per tutto questo, però, occorrerebbe un processo costituente come avvenne in Italia fra il 1946 e il 1948. Anche oggi siamo davanti a una sorta di guerra mondiale, ma per creare una spinta costituente dal basso occorrerebbe una grande mobilitazione dell’opinione pubblica. Questo è ciò che l’Isfe intende fare a partire da una città simbolo della civiltà europea come Firenze.
Senza un governo europeo il metodo della trattativa intergovernativa permanente si potrebbe rivelare inefficace e troppo costoso, come troppe volte abbiamo visto. Specialmente davanti a crisi esterne dagli effetti devastanti. Crisi che sono, come è chiaro, un portato della globalizzazione e dell’assetto multipolare e conflittuale del sistema internazionale. Il Prof. Paolo Ponzano, Segretario generale del Movimento europeo Italia e docente di Governance europea al Collegio europeo di Parma, ha proposto un piano dettagliato. Un piano che prevede un presidente della Unione federale europea eletto direttamente e due Camere: una degli Stati e una dei Popoli. La prima paritaria, un rappresentante per ogni Stato; la seconda eletta in proporzione alla popolazione.
Non è qui il caso di entrare nei dettagli tecnici, ma c’è un aspetto cruciale che va ricordato e cioè che qualsiasi assetto istituzionale dell’Unione dovrà disporre di una capacità di difesa autonoma, che renda credibili le sue decisioni. L’autonomia strategica dell’Unione servirà a difendere la moneta, il ruolo internazionale dell’Euro, la sicurezza nella lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata che, come è noto, si muovono ormai sul piano globale, nonché per organizzare missioni di pace e di pronto intervento. Infine per regolare le relazioni con i paesi vicini e con l’Africa, ma anche le missioni navali nel Mediterraneo. Naturalmente tutto ciò nel rispetto delle organizzazioni internazionali di cui gli Stati europei sono parte essenziale come le Nazioni Unite, l’Alleanza Atlantica ecc. A proposito della Nato, Sergio Romano ha scritto sul “Corriere della Sera” (3 maggio 2021) che, dopo la caduta del comunismo, «la presenza dell’America in Europa non è più indispensabile e l’allargamento della Nato ai paesi dell’Europa centrale è servito più ad aumentare il numero dei satelliti degli Stati Uniti che a rendere l’Europa più sicura. Alla sicurezza d’ora in poi dovranno provvedere gli europei». Il problema è questo.
Un programma ambizioso, ma senza questa visione l’Unione europea rischia di restare un gigante economico, una grande area di civiltà, ma un nano politico che rischia la sua esistenza in un mondo dove, non sempre, le sorti sono “magnifiche e progressive”.
Zeffiro Ciuffoletti
- intervento in occasione della conferenza in remoto organizzata lo scorso 5 maggio dalla Fondazione Biblioteche della Cassa di Risparmio di Firenze

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