Al di là delle quotidiane polemiche nazionali, in piena emergenza Coronavirus, dove tra le altre cose si riscopre l’efficacia della cabina di regia centrale rispetto al malinteso federalismo endogeno, applicato come una protesi malferma al nostro sistema repubblicano (a proposito ci tenevo a ricordare che siamo ancora alla I di Repubblica) al costo e a forza di minacce secessorie, di cappi sventolati in Parlamento, di promesse di panacee a tutti i mali, della tanto propagandata quanto supposta diversità leghista e anche dei famosi 49.000.000 (dicasi milioni) di Euro di contributi pubblici spariti per “necessità private” del caro leader e dei famigli. Tanto per capire che il Covid-19 non attacca e cancella né la memoria né la coscienza.
E si riscopre grazie al momento più difficile, ancor più delle stragi, degli anni di piombo e della oscura cappa piduista, che l’Italia abbia dovuto subire dal 1945.
E questa necessità di unità nazionale, e di coordinamento politico, sociale ed economico centrale, si riverbera pari pari rispetto alla altrettanto malferma Istituzione d’Europa.
Un’Europa che è sempre piaciuta a pochi, fatta male e con troppa fretta dopo la fine del bipolarismo, proiezione olografica tremolante ed evanescente del Manifesto di Ventotene, soluzione di marca tecnocratica più che politica. Di quella politica che dai Trattati di Roma in avanti, pensava e progettava una Federazione degli Stati assai diversa da quella odierna.
Certo l’integrazione tra trenta e più popoli diversi, non si fa né in 20 e nemmeno in 40 anni, però sicuramente si aspirava a tutt’altro modello. Con un Parlamento eletto dai cittadini (come in effetti è, almeno quello) in grado di eleggere un Governo che si occupasse centralmente della UE, con un proprio esercito, una banca centrale, una politica estera unica e da ultimo con una moneta europea unica. Sappiamo come è andata.
Non sempre invertendo l’ordine dei fattori, si ottiene il solito risultato…
Ma la pandemia attuale, ci richiama ad un dovere inderogabile per l’Europa dell’oggi e del suo lungo e luminoso futuro. Vale a dire quello di una politica sanitaria unica e centralizzata, in grado di affrontare orchestralmente emergenze gravi come questa, con gradi di insorgenza che potrebbero essere in futuro ancor più rapidi e disastrosi, in caso ad es. di attacco biotecnologico.
Sergio Fabbrini sul “Sole 24 Ore” del 22 marzo, traccia un quadro interessante dei possibili assetti europei che seguiranno la crisi sanitaria, a titolo “La strategia per il futuro nei giorni più difficili”. Ponendo anch’egli all’attenzione degli addetti ai lavori, quanto siano necessarie sempre più strategie e sinergie sovranazionali.
[…] Anche in Europa c’è un dibattito in corso per definire l’ordine politico ed economico del dopo Covid-19, un dibattito non diverso da quello che si svolse a Dumbarton Oaks (Washington DC agosto/ottobre 1944) . In quella Conferenza, si riuscì a pensare a un mondo ritenuto fino a quel momento impensabile, anche oggi si può e si deve pensare a un’Europa che non si è ancora pensata. Gli ostacoli all’impensabile sono spesso nella nostra testa, prima ancora che nella realtà”.Anche perché il messaggio ancora una volta distorto che sta passando, è che Cina, Cuba e Russia ci stanno aiutando e l’Europa no.Mentre il via libera a sforare il nostro bilancio è proprio un atto politico dell’Europa nei nostri riguardi (e ben presto purtroppo sarà così anche per gli altri) solo che a gestire i fondi resi disponibili sarà direttamente il nostro Governo, questa la differenza. Poi se i singoli stati vorranno aggiungere qualcosa di loro, è un altro paio di maniche. Germania e Francia si sono già mosse anche in questo senso e persino il populista Trump haannunciato aiuti per 100 milioni di dollari!
Ricordiamoci infine che sono stati proprio gli stessi Conte e Gentiloni ad aver chiesto che il tanto demonizzato MES (il fondo salva Stati) venga messo totalmente a disposizione dell’emergenza in corso.
Ancora una volta, Europa se vuoi continuare ad esistere batti un colpo.
Alessandro Silvestri

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