Caro Direttore,
Proprio il 25 aprile mio padre avrebbe compiuto 104 anni, era orfano di guerra, mio nonno era morto nel Carso a 27 anni durante la prima guerra mondiale.
Ciò nonostante ha dato 6 anni della sua vita alla seconda guerra mondiale e infine alla guerra di Liberazione, pur con una moglie e due bambini neonati nel cuore, poi in anni migliori sono arrivato io.
Era socialista mio nonno, socialista mio padre e socialista anch’io, perché da loro ho avuto un grande esempio di umanità, non moralismo spesso colluso con l’ipocrisia imperante.
Non si è mai vantato di aver partecipato a questa o quella azione e non lo farò io in sua vece, mi sono state tutte riportate dai suoi amici.
Ai miei fratelli e a me ha sempre raccontato gli orrori e le atrocità della guerra, anche di quella più giusta come la Guerra di Liberazione, degli orfani, delle vedove, dei feriti, della disperazione, della fame, della desolazione, dei tradimenti, dei volta gabbana e anche di chi, a destra e a sinistra, si è schifosamente arricchito tra queste grida di dolore.
Come sua abitudine non ometteva nulla, nomi e cognomi, tutti annegati sul mare del farisaismo, allora annidato soprattutto nei primi banchi delle cattedrali.
Lo diceva sereno di fronte a qualsiasi autorità, senza odio e senza reticenze, anche a me che ero un bambino arrivato vent’anni dopo i miei fratelli maggiori e questo lasciandomi la totale libertà di scelta.
Non voleva in casa armi di nessun genere, anche quelle giocattolo arrivate come regalo da qualche lontano parente in visita venivano frantumate all’istante.
Era contro qualsiasi guerra e qualsiasi manifestazione rievocativa delle stesse.
L’uomo, così si illudeva questo omone limpido, avrebbe dovuto imparare che l’odio e la guerra erano il male assoluto.
Ha accettato di andare a Redipuglia a vedere la tomba del suo papà poco prima di morire.
Ricordo le lacrime che scendevano silenti sul suo viso , uniche nelle mia memoria, segno di un dolore insanabile occultato per tutta la vita e le poche parole non propriamente di encomio, pronunciate di fronte tombe di alcuni generali dei quali conosceva la storia nei particolari meno noti.
L’unica “festa” che accettava, pur nella totale riservatezza, era quella odierna, la Festa della Liberazione.
Riservatezza perchè riconosceva, lui uomo di parte attiva, che i morti di destra, di centro e di sinistra, erano persone e che nel cuore dei loro figli, mogli, genitori il dolore non faceva distinzioni politiche.
Riconosceva il valore del gruppo di persone che l’avevano guidata, i padri costituenti, il valore della speranza di rinascita che aveva profuso all’Italia e agli Italiani in ginocchio su troppe tombe e su un cumuli di macerie.
Una speranza di rinascita non solo economica, ma anche e soprattutto morale data dalla Costituzione, un esempio mondiale, uno dei testi più illuminati, semplici, comprensibili e completi che siano mai stati scritti al mondo. Un vanto del quale non ci vantiamo, chissà perché.
Lui mancato tanti anni fa, ma presentissimo oggi, sarebbe affranto nel vedere in che mani siamo capitati.
Ci siamo liberati della dittatura allora, ma non ci siamo liberati del male che l’ha causata, il male oscuro che vive in simbiosi con l’uomo: l’avidità.
Sarebbe un bel gesto di generosità, contro guerre, egoismi, ignoranza e stupidità, trasformare questa Festa della Liberazione nella Festa della Libertà, una data che unisca tutti gli Italiani su un Baluardo da cui ripartire tutti uniti: la Costituzione.
Sono certo che i ragazzi di vent’anni, che allora hanno dato la propria vita o la propria sofferenza per l’ideale in cui credevano, riaprirebbero i loro sorrisi all’Italia, portando pace, fortuna e serenità.
Sentivo il bisogno di dirlo a te, per la stima che ti porto.
I miei più cari saluti
Fiorenzo Da Ros

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