
Cari pro-Pal,
vi scrivo mentre in Iran si spara addosso ai manifestanti, si accecano ragazzi a colpi di fucile, si spengono Internet e vite insieme. Vi scrivo perché non vi sento. E quando non vi sento, vi capisco fin troppo.
Avete costruito un’identità politica intera su una parola sola, ripetuta come un mantra: genocidio. L’avete usata per semplificare il mondo, per stare comodi dentro una morale prefabbricata, per sapere sempre da che parte stare senza dover pensare troppo. Funzionava bene: bastava indicare Israele e il gioco era fatto. Applausi, appartenenza, senso di superiorità morale incluso.
Poi è arrivato l’Iran. E lì la vostra voce si è spenta.
Perché l’Iran è scomodo. Perché l’Iran non vi permette di restare fedeli alla vostra narrazione senza andare in cortocircuito. Perché l’Iran uccide donne e ragazzi senza poter essere incastrato nel vostro schema “coloniale”, senza poter essere usato come manganello contro l’Occidente o Israele. E allora fate quello che sapete fare meglio quando la realtà vi disturba: guardate altrove.
Non è distrazione. È scelta.
Vi siete detti solidali “con i popoli”, ma solo quando quel popolo serve a colpire il vostro nemico preferito. Avete difeso la “resistenza”, ma quando la resistenza è contro un regime islamico che massacra il suo stesso popolo, improvvisamente non sapete più che parole usare. La vostra indignazione ha condizioni, prerequisiti, limiti ideologici. Non è morale: è strumentale.
Il punto non è che dobbiate smettere di parlare della Palestina. Il punto è che non potete parlare solo di quello fingendo che tutto il resto non esista. Perché così non siete dalla parte dei diritti umani: siete dalla parte di una causa identitaria che vi rassicura. Avete confuso l’etica con il tifo.
Oggi in Iran c’è gente che muore senza slogan, senza bandiere comode, senza cortei in Europa a fare da eco. Muore davvero. E il vostro silenzio dice una cosa chiarissima: non vi interessa chi muore, vi interessa chi potete accusare.
Non vi scrivo per convincervi. Vi scrivo per dirvelo in faccia: se non riuscite a guardare l’Iran senza abbassare gli occhi, allora il vostro umanesimo è una posa. E le pose, prima o poi, crollano.
Il mondo non è il vostro cartellone.
E il dolore non è vostro da usare a piacimento.
Nico Kir

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