
Esiste un vizio di forma nel DNA di questo Paese, una sorta di riflesso condizionato che scatta ogni volta che la classe dirigente si scontra con la propria strutturale incapacità gestionale: quando un ingranaggio si inceppa, non si cerca il granello di sabbia, si accusa l’ingranaggio di essere ontologicamente difettoso. È la genesi della “riforma perpetua”, un gioco di prestigio politico che sposta l’attenzione dal merito del fallimento al metodo della struttura. Riformare diventa l’alibi perfetto: pone chi decide al di fuori e al di sopra di ogni giudizio immediato, proiettando i risultati in un futuro talmente remoto che, quando qualcuno si accorgerà che nulla è cambiato o che il danno è sistemico, l’autore del disastro sarà già serenamente in pensione. Magari a curare il proprio orticello privato, sempre che la prossima riforma delle pensioni — l’ennesimo cantiere aperto sulla pelle dei cittadini — gli permetta di godersi quel meritato e impunito riposo.
Il copione è logoro, eppure continua a mietere consensi con una precisione chirurgica. Lo abbiamo visto sulla pelle dell’informazione pubblica, quando il grido di battaglia dei figli delle logiche correntizie era il purificatore “via i politici dalla TV”. Quella che doveva essere una liberazione si è trasformata in un’occupazione militare della comunicazione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una lottizzazione ancora più capillare e feroce, dove il governo di turno non si limita a influenzare la linea editoriale, ma presidia fisicamente ogni singola guardiola televisiva. Si tenta sistematicamente di soffocare o ostacolare gli spazi di contrapposizione, riducendo il pluralismo a una messa cantata dove il dissenso è solo un rumore di fondo, un fastidio da eliminare per permettere al potere di specchiarsi senza distorsioni nel proprio narcisismo mediatico.
Oggi, lo stesso identico schema viene applicato con raggelante simmetria alla Magistratura. Si invoca la fine delle correnti e l’indipendenza del giudice, ma lo si fa profittando cinicamente di un “pentito” d’eccezione come Luca Palamara. Un uomo che per anni ha sguazzato nel sistema, beccato non dalla politica — che in quel sistema banchettava — ma da altri magistrati attraverso quegli ascolti e quelle tecnologie che oggi la stessa politica dichiara immorali. È il paradosso perfetto: si usa il marciume di un singolo per abbattere l’architettura dell’intero sistema. Il governo si propone come il chirurgo che deve estirpare il cancro correntizio, ma la medicina che somministra è un veleno ancora peggiore: sostituire il pluralismo interno alle toghe con un unico, monolitico cordone ombelicale che lega i giudici alla maggioranza di turno.
La proposta del sorteggio per il Consiglio Superiore della Magistratura viene venduta come l’antidoto definitivo agli inciuci, ma nasconde un meccanismo di controllo che definire antidemocratico è un eufemismo. La domanda che nessuno pone è la più ovvia: chi stabilisce i criteri per entrare nel paniere dei sorteggiabili? Dietro la maschera della casualità democratica si cela il tentativo di cambiare sette articoli della Costituzione in un colpo solo, quasi senza passare dal dibattito parlamentare, come se la democrazia fosse diventata solo una noiosa lungaggine burocratica. I Padri Costituenti avevano creato pesi e contrappesi affinché la Magistratura fosse un corpo autonomo, un baluardo contro le derive dell’esecutivo. Smantellare questo sistema significa tornare a un’epoca in cui il giudice era un funzionario del Re o del Duce. Eppure, la gente sembra non accorgersi che si sta percorrendo, passo dopo passo, la stessa strada imboccata dal fascismo.
Per far digerire questo brodo amaro, la politica si è trasformata nel “Bignami della realtà”. La complessità del diritto, le garanzie processuali e i tempi della giustizia vengono ridotti a slogan digeribili dalla pancia del Paese. Si lanciano campagne elettorali basate su casi eclatanti di malagiustizia che non hanno nulla a che fare con i quesiti referendari o le riforme proposte; si cavalca l’indignazione popolare per distrarre dal vero obiettivo: togliere ogni controllo che possa fare le pulci ai palazzi del potere. È una narrazione semplificata che punta a convincere gli italiani che un atteggiamento autoritario sia, paradossalmente, l’unico modo per far funzionare la democrazia. Si parla di casi mediatici come Bibbiano solo quando serve a colpire l’avversario, per poi far calare il silenzio quando la realtà dei fatti non coincide più con la propaganda.
In questo scenario di decadenza, l’informazione gioca un ruolo di comprimaria spesso involontaria, ma non per questo meno colpevole. I giornali, sedotti dalla propria stessa superficialità e dalla ricerca ossessiva del “clic” o della polemica spicciola, finiscono per favorire il disegno del potere. Attratti dallo specchietto più luminoso e dal grido più forte, descrivono la realtà con una banalità disarmante che diventa l’alleata perfetta di chi vuole confondere le acque. Il silenzio cala sistematicamente sulle figure di merda del potere, mentre si enfatizzano rissa e confusione. La complessità viene sacrificata sull’altare della velocità, lasciando i cittadini in un sonno profondo, convinti che la realtà sia quella macchietta bidimensionale servita dai telegiornali.
L’impressione finale è quella di assistere all’applicazione metodica di un teorema che ha radici profonde e oscure. Questa erosione costante delle istituzioni, una fetta alla volta, ricalca con precisione chirurgica il Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli. Non serve più un colpo di stato militare o le bombe nelle piazze se puoi ottenere lo stesso risultato addomesticando l’opinione pubblica e svuotando di potere gli organi di controllo. La gente è distratta dai teatrini, dai quattro imbecilli che fanno a botte con la polizia e che permettono di dipingere l’opposizione come un pericolo pubblico. Mentre il sipario della democrazia cala lentamente, chi muove i fili deve solo fare attenzione a non far sentire troppo forte la propria risata di scherno verso un popolo che, nel sonno, sta cedendo le proprie chiavi di casa al ladro.
Antonio Laraia

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