
Louis Auguste Blanqui, è stato uno dei più noti socialisti premarxisti e un protagonista della storia francese del XIX secolo. Era soprannominato Le Vieux perché, per oltre mezzo secolo, fu infaticabile organizzatore di movimenti rivoluzionari e L’Enfermé perché, a causa del fallimento dei suoi tentativi insurrezionali, passò oltre 36 anni in prigione.
Nel 1871, dopo la caduta di Napoleone III, occupò l’Hotel de Ville e tentò d’instaurare un “governo provvisorio.” Arrestato, fu rinchiuso nel Fort Taureau, nella lontana Bretagna per impedirgli di avere contatti con la Comune di Parigi. Sottoposto a una reclusione tra le più dure, in totale isolamento, Blanqui compose il più originale dei suoi scritti. Fino ad allora era stato autore di pamphlet politici e direttore di un quotidiano La patrie en danger in occasione della guerra franco-prussiana. Inoltre, aveva delineato una strategia politica che per molti versi anticipava la teoria leninista dello Stato
Quindi ci si attendeva da lui un saggio politico-filosofico. Invece l’opera che riuscì a far uscire dalla prigione era L’eternité par les astres recentemente pubblicato da Adelphi (traduzione in italiano di Raffaele Fragola) con il titolo L’eternità viene dagli astri.
Il sottotitolo dato da Blanqui è Ipotesi astronomica. Ma si tratta di un trattato di «astronomia metafisica», uno scritto insieme scientifico, poetico e filosofico, che avanza un’ipotesi vertiginosa: «Ogni astro, qualunque esso sia, esiste dunque in numero infinito nel tempo e nello spazio […]quale si trova in ognuno degli istanti della sua vita, dalla nascita sino alla morte».
In questo trattato non a caso definito visionario ogni uomo «possiede nello spazio un numero infinito di doppi che vivono una vita tale e quale la sua». Conseguenza di un’infinità di mondi paralleli dove si verificano situazioni simili a quanto è avvenuto o avverrà nel nostro, ma non necessariamente eguali. Ci sarà, ad esempio, un mondo in cui Napoleone vince a Waterloo…e via dicendo. Crea sconcerto pensare a infiniti sosia che ripeteranno o varieranno i nostri gesti. Uno scenario da racconto di fantascienza.
Una cinquantina di anni fa, nel breve periodo in cui, a Pisa, sono stato assistente alla cattedra di Filosofia del diritto, ho fatto una ricerca su Blanqui. In particolare sulla Critique sociale e su altri scritti politici. Erano gli anni del ’68 e dintorni. Quando aggiunsi un commento a L’eternitè par les astres fu considerata la parte più effimera del pensiero del celebre rivoluzionario e, quindi, del mio lavoro. Oggi constato che è il suo scritto più popolare. Riporto qui alcune considerazioni che feci all’epoca.
“In Blanqui questo eterno fluire dell’universo si trova all’interno di una generale permanenza del tutto. Quindi il divenire si riduce a semplici varianti in combinazioni che devono inevitabilmente ripetersi dato il rapporto tra infinità di combinazioni e finitezza degli elementi. Si ipotizza quindi ante litteram una sorta di multiverso ma non come una serie di dimensioni parallele bensì all’interno del nostro stesso universo.
Blanqui segue la concezione meccanicistica dell’universo dell’illuminismo a cominciare da quella di Diderot come infinità e movimento dove tutto si distrugge in una data forma per ricomporsi in un’altra (Il sogno di d’Alambert).
Quello che è più significativo è comunque il desiderio di immortalità dell’anziano leader rivoluzionario che aveva fondato il quotidiano Ni Dieu ni Maitre. Scrive, infatti, che Au fond, elle est mélancolique cette éternité de l’homme par les astres et plus triste encore cette séquestration des mondes frères par l’inexorable barrière de l’espace”.
Tornando all’attuale edizione in italiano di Adelphi, essa è seguita da un saggio di Ottavio Fatica intitolato All’altro capo del mondo dove si parla della genesi di questo scritto, dei rocamboleschi espedienti per farlo uscire dal carcere eludendo la sorveglianza della censura. E si rileva che il manoscritto, conservato alla Biblioteque Nationale de France con la sua scrittura minuta e straordinariamente fitta, attesta le condizioni estreme nelle quali Blanqui riesce a scrivere e a far arrivare all’esterno, eludendo la censura, il testo che sarà libro, pubblicato l’anno successivo a Parigi.
Ottavio Fatica esamina anche l’interesse che questo saggio dopo essere stato ignorato per una sessantina d’anni ha suscitato in scrittori come Borges, Adolfo Bioy Casares Benjamin. E sottolinea che questo piccolo libro anticipava i concetti alla base dell’eterno ritorno di Nietzsche, ma in una dimensione, notava ancora Benjamin, di malinconia baudelairiana. Perché nel ‘multiverso’ di Blanqui – vicino a quello di certe attuali teorie cosmologiche – ogni prospettiva di «progresso» fatalmente si rivela illusoria.
Il saggio considera anche i vari risvolti di uno scritto che erroneamente appare semplicistico ed è invece articolato. Ad esempio, Ottavio Fatica, analizza connessioni e differenze con il mito dell’eterno ritorno e vari altri aspetti significativi di questo pamphlet.
Gabriele Parenti

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