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Leonard Cohen: una vita a cantare l’amore

Il cantautore canadese ha segnato gli ultimi 60 anni con la sua voce scura e gentile, cantando ballad in cui l’amore è il tema costante, non meno della necessità dell’«esserci»

di Luciano Priori Friggi | 13 Ottobre 2020

Complice il clima piovoso, nel rimettere in ordine i vecchi vinili mi capita tra le mani un LP di Leonard Cohen completamente dimenticato, Death Of A Ladies’ Man, del 1977. Lo metto sul piatto del giradischi. Non è un granché.
A confronto l’album di esordio, Songs Of Leonard Cohen, del 1968 (in realtà dicembre ‘67), che ho ascoltato infinite volte in gioventù, si situa ad una distanza siderale.
Tra queste due date c’è anche il dramma di una generazione, ma grandi cambiamenti si verificano nondimeno in ambito musicale.

Leonard_Cohen [ Wikimedia Commons ]

Partiamo da Songs Of Leonard Cohen: un album intimista, che racconta piccole storie, quasi sempre d’amore. L’iniziale Suzanne è una tipica ballata di Cohen, accompagnata dalla chitarra acustica. Suzanne è Suzanne Verdal, moglie dello scultore Armand Vaillancourt, lei bellissima e molto desiderata dagli uomini, lui non meno attraente, e corteggiatissimo dalle donne. Una coppia ben conosciuta nella vita culturale di Montreal, città natale del cantautore (che diventerà tale con questo album, un successo internazionale ― fino a quel momento Leonard aveva pubblicato solo qualche volume di poesie). Suzanne si separa dal marito e va a vivere con la figlia in un alloggio di fortuna vicino al fiume e alla chiesa dei marinai, chiamata Notre Dame de Bon Secure. Val la pena di aggiungere qualcos’altro, perché tipico dell’epoca. Racconta Suzanne “C’era l’attivismo. Avevo cominciato ad interessarmi all’ambiente e al riciclaggio fin da giovane, potrei essere quasi considerata un pioniere in questo. Andavo all’Esercito della Salvezza a prendere vecchi indumenti e stoffe per crearmi i miei vestiti da sola, per vestire me e mia figlia”. Cohen la va a trovare sul fiume, lei lo invita a prendere il tè, dal sapore d’arancia.

Suzanne : “[… Quando ci incontravamo con Leonard] ero solita accendere una candela e servire il tè, poi stavamo in silenzio per qualche minuto e solo dopo questa breve pausa cominciavamo a parlare. Parlavamo della vita, delle poesie e ci scambiavamo idee. […] Per me accendere la candela aveva un connotato molto spirituale”.

E Leonard: “Aveva una stanza in un magazzino da quelle parti e andai con lei e mi servì il tè della Constant Comment che aveva un vago sapore di arance. E le barche passavano e io toccavo il suo corpo perfetto con la mia mente, perché non era possibile fare altro.”

Nella canzone c’è tutto il mondo di Cohen, l’amore carnale ―ma che a detta di entrambi almeno con Suzanne fu solo mentale, vai a sapere…― e la spiritualità religiosa (“E Gesù fu marinaio finché camminò sull’acqua…quasi umano affondò sotto i colpi della tua saggezza come una pietra.”),

Cohen cita il cristianesimo, farà un’escursione nel Buddhismo Zen, si ritroverà in Scientology, ma dirà, ormai vecchio: “Sono nato ebreo e morirò ebreo, la religione di famiglia già soddisfa tutti i miei appetiti spirituali. Tornare a casa è stata una bella sensazione”.

Con Marianne Ihlen, ispiratrice della canzone So Long Marianne ―che fa parte sempre del primo album, e di molte altre― trascorse sette anni sull’isola greca di Hydra, insieme al figlio di lei.

Cohen agli esordi musicali vive nel mezzo di anni intrisi di spirito rivoluzionario, soprattutto del costume e delle idee, ma anche di contestazione politica, non seguirà tuttavia Joan Baez e tanti altri cantanti lungo il percorso che li porterà ad immergersi nella lotta, lui resterà fedele alle sue storie, essenzialmente individuali, mai corali. E mai si sognerà di cantare, e men che meno teorizzare, sulla falsariga del “privato che è politico” e di fondere in un unico racconto i due momenti.

Sul finire degli anni Sessanta la musica ―qui non si prende in considerazione quella classica― subisce una rivoluzione. Nel corso del decennio l’arrivo degli strumenti elettronici amplia enormemente la voglia di sperimentare sonorità nuove, favorite anche dalle registrazioni multitraccia. Ma è il rock e le vendite di grandi tirature di dischi ―possibili per l’irruzione sul mercato delle generazioni nate dopo la guerra― a mettere in crisi tutti i vecchi stilemi e le vecchie certezze. Il jazz tradizionale, con le sue poche decine di migliaia di copie vendute a disco e una musica sempre più elitaria sperimenta una via d’uscita nella fusion (di cui Miles Davis, anche se deve molto a Tony Williams, fu il maggior artefice ―si ascolti Bitches Brew del ’70― ovvero fusione tra jazz e rock). Cohen non è di questo avviso, continua a preferire la ballad, il testo, la chitarra acustica e, in grande evidenza, la voce, la sua.

La crisi del vecchio mondo

Ma a metà degli anni Settanta, dominava la stanchezza, la ripetitività, non si sapeva più da che parte andare. Naturalmente anche la musica di Cohen ne risentiva, ed è in questo particolare momento che gli viene offerta la possibilità di pubblicare Death Of A Ladies’ Man. Come dicevo all’inizio, il disco non mi “prende”, non è il solito Cohen, raccolto e intimista. Ma la storia che c’è dietro ha dell’incredibile, ed è un’ottima testimonianza di un’epoca mitica che non c’è più e che non è replicabile in alcuna forma.
Nel frontespizio del disco si legge “Songs by Phil Spector & Leonard Cohen”.

Chi è questo Phil Spector? Un personaggio da romanzo, molto americano. Produttore discografico, compositore e musicista, viene definito dalle enciclopedie e dalle riviste come “tra i più influenti e rivoluzionari della storia della musica”. Nella sua villa, una ghiacciaia per via dell’aria condizionata, a Cohen capita di ritrovarsi assieme ad altri frequentatori del calibro di John Lennon o Bob Dylan. Tutti alla ricerca di una via d’uscita dall’impasse, e Spector avrebbe potuto trovarla, ma bisognava sottostare alle sue manie e alle su pazzie. Quando si mette al lavoro al pianoforte, raccontano i biografi, e si trova fianco a fianco di Cohen o di qualcun altro, è piacevole e produttivo, ma quando arriva gente cambia pelle, diventa aggressivo e tira fuori le pistole. Cohen si ritrova in mezzo a pistole sparse dappertutto e a un tappeto di bossoli, alcool e spesso droga. Con il piccolo particolare che Spector le pistole in certe circostanze le impugnava minaccioso. Racconta un Lennon, infastidito dal chiacchierariccio stridulo e insistente di Spector, e ritrovatosi con una pistola puntata al collo, di aver sibilato: “Ascolta Phil, se hai intenzione di uccidermi, uccidimi, ma non fottermi le orecchie. Ne ho bisogno“.

Cohen, in pratica sequestrato per un mese nella villa, componeva assieme a Spector e incideva le tracce di un disco sulla base di una nuova tecnica “Wall of Sound” di Phil, dallo stesso produttore definito “approccio wagneriano al rock’n’roll”. In concreto la voce di Cohen risulta affogata in mezzo a cori e orchestrazioni che sovrapponevano spezzoni di altre melodie alle sue, con uno snaturamento completo della sua arte solitaria. Come se non bastasse Cohen, che aveva subito già il trattamento della pistola puntata alla testa per contrasti sul missaggio, un giorno assisté impotente alla sottrazione dei nastri da parte Spector, il quale poi li pubblicò in un album non rifinito (la voce di Cohen non era quella definitiva, ma solo una “guida” per permettere agli altri musicisti di incidere le varie tracce). Ecco dunque perché  la perplessità sorta in questo mio  (ri)ascolto era più che giustificata.

Per la cronaca, Phil Spector oggi si trova in carcere a scontare una pena di 19 anni per l’omicidio di secondo grado di Lana Clarkson, un’attrice conosciuta poche ore prima, avvenuto in circostanze mai chiarite in casa sua con un colpo di pistola. Storia che ha appassionato l’America e su cui è stato girato anche un film con Al Pacino.

Tornando a questa miniricostruzione dell’intrattenimento musicale ―in parallelo con l’evoluzione della musica di Cohen― le nuove strade che l’industria discografica cercò di percorrere nel corso degli anni Settanta in fondo furono nient’altro che la “reazione” a quel che aveva dominato la scena fino a quel momento: il rock.

La disco-music rappresentò uno di questi tentativi, il principale, e fu lanciata con un battage mediatico impressionante. Chi volesse documentarsi, vada a ricercare il film La febbre del sabato sera con John Travolta, e ascolti la colonna sonora dei redivivi Bee Gees, che vendette 40 milioni di copie.

Ma insieme alla disco-music si innescò un altro tipo di reazione al rock, un tipo di musica che puntò esplicitamente alla fine del “bello”, inaugurando l’era del trash, del postmoderno. Il simbolo di questa “svolta” sono stati i Sex Pistols, gruppo punk britannico, “creatore del primo divario generazionale con il rock ‘n’ roll” (Robb, John, The Birth of Punk, in The Independent). Poi arriva nei primi anni Ottanta il momento di Michael Jackson e dell’horror in musica.

Cohen fa invece un percorso opposto, torna sui suoi passi, riavvicinandosi alle atmosfere degli esordi. L’ascolto di Recent Songs, un disco del 1979, ci immerge in atmosfere piene di un sound folk familiare (si ascolti The Windows o Ballad of the Absent Mare). Nel 1984 esce Various Positions, album folk rock dal sound sperimentale, contenente Halleluja, il suo brano più celebre, una testimonianza senza compromessi del suo interrogarsi su questioni esistenziali e religiose, un’urgenza cui non si sottrarrà più. Ma è Dance Me to the End of Love il pezzo che personalmente preferisco di gran lunga.

Il tema dell’amore

Prima di parlarne però vorrei ricordare un altro celebre brano Famous Blue Raincoat (“Famoso impermeabile blu”) e mettere i due in relazione. Quest’ultimo brano è il sesto del suo terzo album, Songs of Love and Hate (“Canzoni di Amore e Odio”, che echeggia sicuramente l’incipit di “Odi et amo” del carme 85 del poeta latino Catullo), pubblicato nel 1971.

In Famous Blue Raincoat trovi l’amore che si complica nel triangolo amoroso, ma non in astratto, il tradito è Leonard, che è tutta un’altra cosa. I versi sono in forma di lettera, inviata a un non meglio identificato “mio fratello, mio assassino”.

Degno di nota è il ricorso di Cohen ad una particolarissima metrica classica, utilizzata dai poeti latini e greci, denominata “Anfibraco”, un triangolo anch’esso in fondo, dato che incastona tra due sillabe brevi una lunga, dando così il senso del distanziamento tra i due estremi, cui rende più difficile l’attrazione. Di seguito il neretto evidenzia la struttura, ben resa dalla voce dolente e cantilenante di Cohen:

“It’s four in / the morning, / the end of /…”

Ed ecco per intero la prima quartina. Ci racconta di una notte insonne passata a rigirarsi nel letto, roso dal tormento nella sua abitazione a Manhattan:

Sono le quattro del mattino, la fine di dicembre
Ti scrivo ora giusto per sapere se stai meglio
New York è fredda ma mi piace dove vivo
C’è musica in Clinton Street tutta la sera

Jane, la sua donna l’ha tradito, non glielo nasconde, ed è tornata:

Sì, Jane è venuta qui con una ciocca dei tuoi capelli
Mi ha detto che sei stato tu a dargliela

L’ultimo volta che lo hanno visto sembrava più vecchio, intabarrato nel suo famoso impermeabile blu. E qui Cohen cita la celebre canzone tedesca Lili Marlene. Forse ha in mente la scena dei due innamorati sotto la lanterna:

Le nostre due ombre sembravano una sola
Che ci amavamo così tanto

È tornata. Ma ora tutto è cambiato:

E hai trattato la mia donna come una scheggia della tua vita
E quando è ritornata non era più la moglie di nessuno

Sono entrambi a letto.

Bene, vedo che Jane si sta svegliando
Ti manda i suoi saluti

Cosa può dire ancora al suo fratello assassino?

Probabilmente che mi manchi e forse che ti perdono

Ma è tutto finito, inutile nasconderselo, e la sua donna è libera:

Se mai tornerai da queste parti,
per Jane o per me, sappi
che il tuo nemico sta dormendo
e la sua donna è libera

Ma ora lo ringrazia, persino:

Sì, e grazie, per tutte le preoccupazioni
che hai tolto dai suoi occhi
Pensavo che sarebbero rimaste lì per sempre
e quindi non ci ho nemmeno mai provato

Il brano si chiude come in una vera lettera: “Sincerely, L. Cohen”.

Certo il clima di Dance Me to the End of Love è ben diverso. Tredici anni non sono passati invano. Qui l’amore non è solo quello del rapporto a due, con tutte le sue fantasie e le sue complicazioni, abbraccia una dimensione più grande, è amore per la vita di cui quello per l’altro è solo una componente, come pure è amore per vita che si conclude.
Cohen raccontò nel ’95 com’era nato il brano:

È curioso come iniziano le canzoni perché l’origine della canzone, ogni canzone, ha una specie di grano o seme che qualcuno ti dà o il mondo ti dà ed è per questo che il processo è così misterioso nello scrivere una canzone. Ma ciò derivava dal solo sentire o leggere o sapere che nei campi di sterminio, accanto ai crematori, in alcuni campi di sterminio, un quartetto d’archi veniva messo in scena mentre era in corso questo orrore, quelle erano le persone il cui destino era anche questo orrore. E suonavano musica classica mentre i loro compagni di prigionia venivano uccisi e bruciati.
Quindi, quella musica, “Conducimi alla tua bellezza con un violino infuocato”, significa che la sua bellezza è la consumazione della vita, la fine di questa esistenza e dell’elemento appassionato in quella consumazione. Ma è lo stesso linguaggio che usiamo per arrenderci all’amato…

E c’è ovviamente la passione amorosa:

Oh fammi vedere la tua bellezza quando i testimoni se ne saranno andati
Fammi sentire che ti muovi come fanno a Babilonia
Fammi vedere lentamente quel che oso appena immaginare
Conducimi fin dove finisce l’amore

Il tema religioso

Nelle canzoni del cantautore canadese si possono rintracciare facilmente anche echi country (genere che suonò da giovane e che poi riprende: Hey, That’s No Way to Say Goodbye o Banjo) e klezmer, tratti dalla tradizione Yiddish dell’Europa dell’est. Negli ultimi anni la sua voce diventa ancora più bassa e scura, articolandosi in un lungo monologo tra i temi dell’amore e della  religione che hanno, idealmente, il loro epilogo nel brano You Want It Darker, titolo anche dell’ultimo album, il 14°, che è del 2016, anno della morte.

L’inizio è inconsueto, subito si crea un’atmosfera di attesa. Non c’è più un arpeggio di chitarra a introdurre la voce di Cohen, il momento è solenne, è l’occasione giusta per una musica corale, dal sapore religioso, che rimanda a Palestrina. E a cantare è il coro dell’antica sinagoga aschenazita Shaar Hashomayim canadese, la sinagoga della sua famiglia. Subito dopo si aggiunge l’ accompagnamento di un basso sintetizzato, che risulta perfetto, per contrasto, nel creare il tappeto sonoro giusto per la confessione di Cohen, e infine l’organo Hammond:

Hineni, hineni
I’m ready, my Lord

Hineni, hineni, parole antiche, scaturite dalle labbra di Abramo, recitate al singolare: “Eccomi qui, Eccomi qui, mio Signore, sono pronto”, la mia partita è al termine. Non ci sono intermediari, il rapporto è diretto con Dio, come nella tradizione ebraica, nella Torah.

“Eccomi”, ci sono, sono presente, come lo era stato con il figlio Adam quando a diciassette anni era rimasto vittima di un incidente stradale, finendo in coma. E l’aveva assistito tenendogli la mano e leggendogli la Bibbia fino al suo ritorno, al suo esserci di nuovo. Ed ora era lui, il figlio, a dire “Eccomi, sono qui”, e lo aiuta a completare questa sua ultima fatica tra grandi sofferenze fisiche:

I’m broken and lame

“Sono rotto e zoppo”.

If you are the dealer
Let me out of the game
You want it darker
We kill the flame

“Se tu dai le carte, Fammi uscire dal gioco”
“Tu vuoi più buio, noi spegniamo la fiamma”.

… e per finire Amore ed Esserci

Cohen non è Catullo, che di fronte al tradimento dell’amata Lesbia ricorre facilmente al turpiloquio. E non è Ovidio, non scrive versi alla maniera dell’ Ars amatoria, non dà consigli per conquistare o tenersi la donna su cui ha messo gli occhi o che ha conquistata. Eppure nello stesso album You Want It Darker si può trovare una canzone come Treaty che può contenere ―a costo di apparire poco in linea con la critica― anche una soluzione alle difficoltà di coppia.
E quindi anche offrire una sorta di consiglio per tenere con sé l’amata. Del resto è vero o no che alla fine di un travolgente concerto all’Arena di Verona, nel 2012, ha salutato gli spettatori con un prosaico: “Guidate piano, abbiate cura della vostra famiglia e dei vostri amici?”

Tutti dicono che è Gesù di Nazareth il soggetto della canzone, e l’inizio lo fa pensare:

Ti ho visto tramutare l’acqua in vino
Ti ho visto tramutarlo nuovamente in acqua
Siedo al tuo tavolo ogni notte
Ci provo ma con te proprio non riesco a sballare

È probabile che ci siano due livelli di interpretazione, o di più, come in Dante. Ma la quartina che segue, rimanda a mio parere soprattutto alla deriva della coppia, allo sfumare  dell’incantesimo dei primi momenti, quando si finisce piano piano per competere su troppe piccole e grandi cose, piuttosto che al Golgota:

Vorrei ci fosse un patto che potessimo firmare
Non mi interessa chi prende questa maledetta collina
Sono sempre stanco e arrabbiato
Vorrei ci fosse un patto
Vorrei ci fosse un patto
Tra il tuo amore ed il mio

E ancora più chiaro mi appare il senso dell’amore troncato all’improvviso che lo rende ammutolito.

Da quando non ci sei più non ho detto una parola
…
Non posso credere a tutta questa ostilità
Tu eri la mia terra – il mio sano e salvo
Tu eri il mio cielo.

Per finire con il ribadire la necessità di un “patto”, un Treaty:

Vorrei ci fosse un patto che potessimo firmare
Vorrei ci fosse un patto
Tra il tuo amore ed il mio

Perché Cohen è così, vorrebbe che tutte le sue donne, tutti i figli che hanno riempito le sue giornate, fossero suoi o delle sue compagne, danzassero fino all’ultimo insieme a lui, in lode alla vita e al destino che li ha fatti incontrare. La magia dell’amore, la strada resa invisibile dalla mano nella mano, si affievolisce certo anche a causa dell’abitudine, ma soprattutto per Cohen c’è il venir meno dell’attrazione ―come quando si allontanano due polarità complementari― a causa del non esserci.

In conclusione, il canadese è probabilmente il cantore dell’amore più famoso e  affascinante dei tempi moderni, ma lo è altrettanto dell’«esserci», come riscoperta continua della passione dell’esistenza in tutte le sue forme. E, per restare al tema costante delle sue canzoni, non ci può essere «amore» se non c’è «l’esserci», l’«eccomi, sono qui», un problema non da poco se lo si vuol coniugare con la «libertà».

Quando Marianne era sul punto di morte nell’estate del 2016, Leonard le scrisse: “Marianne è venuto il tempo in cui si è vecchi e i nostri corpi cadono a pezzi: credo che ti seguirò presto. So di esserti così vicino che se tu allungassi la mano, potresti raggiungere la mia“.

Jan Christian Mollestad, amico di entrambi, che era stato latore della lettera e che la lesse a Marianne, raccontò al Guardian che l’antica musa dell’isola di Hydra a quel punto fece il gesto di allungare la mano. La lettera proseguiva così: “Ti ho sempre amata per la tua bellezza e per la tua saggezza, ma non serve che io ti dica di più poiché lo sai già. Adesso voglio solo augurarti buon viaggio. Addio vecchia amica, amore infinito. Ci vediamo lungo la strada“.

Nel 2019, inaspettatamente Adam ha pubblicato un album postumo dal titolo Thanks for the Dance. È anche la canzone che gli dà il titolo e che termina con Leonard che ringrazia ed esce danzando in punta di piedi:

Grazie per il ballo
E’ stato un inferno, perfetto, divertente
Grazie per tutti quei balli
Un due tre, un due tre, un

Luciano Priori Friggi

Pubblicato in : Primo pianoTag: Adam Cohen, anni, anni settanta, atmosfere, cambiamenti, canzone, chiesa, colonna sonora, crisi, dante, disco-music, epilogo, figlio, Joan Baez, John Travolta, lavoro, Leonard Cohen, mare, Marianne Ihlen, mercato, Miles Davis, Phil Spector, punk, Sex Pistols, Songs Of Leonard Cohen

Info Luciano Priori Friggi

Laureato in Scienze Politiche, ha insegnato a lungo in Master post-laurea e tenuto corsi presso l’università di Perugia. Giornalista economico e politico. Ha pubblicato “Ricominciare da Bastiat”, “Briganti contro l’Italia”, curato “Machiavelli teorico delle crisi” (con Introduzione e Intervista a S.Bertelli), “Dante” di M. Monnier (Traduzione e Postfazione).

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