
Diciamolo senza peli sulla lingua: l’opposizione italiana non ha un programma. Ha un catalogo premi.
Salario minimo, pensioni più alte, pensioni anticipate, sanità gratuita e perfetta, scuola gratuita, trasporti gratuiti, meno tasse, più sussidi, meno ore di lavoro e stipendi più alti. Tutto insieme, naturalmente. Chi paga? Dettaglio trascurabile. Probabilmente i ricchi, le banche, gli extraprofitti, l’Europa, qualche misterioso miliardario nascosto dietro una siepe e, alla fine, come sempre, il contribuente italiano.
Il problema è che l’Italia non è la Svizzera con il mare. È un Paese con tremila miliardi di debito, una crescita asfittica, una produttività ferma da decenni, una popolazione che invecchia e sempre meno lavoratori chiamati a mantenere sempre più pensionati. In questa situazione promettere tutto a tutti non è politica sociale. È circonvenzione di elettore.
Il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra riescono a stare insieme soltanto perché non devono governare. Appena si entra nel merito, ognuno tira fuori la propria lista della spesa. Il PD vuole apparire responsabile in Europa, i Cinque Stelle promettono redditi e sussidi, AVS sogna di ridurre l’orario di lavoro aumentando contemporaneamente gli stipendi. Un miracolo economico che neppure a Lourdes si sentirebbero di garantire.
Ridurre le ore a parità di salario significa aumentare il costo del lavoro. Se la produttività non cresce, qualcuno paga: l’impresa, il consumatore o il lavoratore che non verrà assunto. Ma dirlo rovina la festa. Meglio raccontare che basta una legge per lavorare meno, guadagnare di più e vivere felici. Peccato che le imprese italiane non producano banconote e che molte siano già schiacciate da tasse, energia, burocrazia e concorrenza estera.
La stessa ipocrisia domina sull’immigrazione. Se il governo italiano parla di rimpatri, controlli e accordi con i Paesi d’origine, l’opposizione urla alla deportazione, al fascismo e alla disumanità. Se però Sánchez svuota Ceuta in poche ore, improvvisamente diventa uno statista efficiente, rapido e concreto.
Quindi i rimpatri sono disumani quando li propone Meloni e virtuosi quando li fa un socialista spagnolo. I confini italiani devono essere aperti per ragioni morali, quelli spagnoli possono essere chiusi con l’esercito. La remigrazione è una parola nazista se la pronuncia la destra, ma diventa buona amministrazione se Madrid rispedisce indietro migliaia di persone.
Non è una politica. È tifo da curva; anche in Europa l’opposizione vive nella contraddizione permanente. Vuole più fondi europei, più solidarietà, più debito comune e più protezione, ma non vuole vincoli, regole, spese militari, disciplina di bilancio né responsabilità. L’Unione europea va bene quando paga. Diventa cattiva quando presenta il conto.
Un governo formato da questa compagnia di giro trasformerebbe l’Italia in un questuante rumoroso: sempre pronto a chiedere denaro, flessibilità e deroghe, ma indisponibile a rispettare qualsiasi impegno. Il risultato sarebbe semplice: meno credibilità, interessi più alti sul debito, investimenti in fuga e un’Italia sempre più marginale nei tavoli che contano.
L’Italia non può permettersi una politica italocentrica, autarchica e provinciale. Vive di esportazioni, industria, turismo, mercato europeo e stabilità finanziaria. Non siamo autosufficienti nell’energia, nelle materie prime, nella difesa e neppure nei capitali necessari a finanziare il nostro debito. Chi racconta che possiamo fare da soli mente oppure non ha capito in quale secolo vive.
Il vero problema dell’opposizione è che non vuole scegliere. Vuole aumentare la spesa senza aumentare le tasse, abbassare le tasse senza tagliare la spesa, anticipare le pensioni senza lavoratori, alzare i salari senza produttività, accogliere tutti senza controllare i confini e comandare in Europa senza rispettarne le regole.
È il programma di chi non deve governare, non deve firmare assegni e non deve spiegare dove trovare i soldi.
Il Paese, però, non ha più tempo per i venditori di zucchero filato. Prima si produce ricchezza, poi la si distribuisce. Prima si fanno i conti, poi si fanno le promesse. Prima si costruisce una politica estera seria, poi si gioca a fare i sovranisti o gli internazionalisti a giorni alterni.
I tempi del “più pilu e figa per tutti” sono finiti da un pezzo. Solo l’opposizione italiana sembra non aver ricevuto la comunicazione.
Piero Terracina

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