
La nuova escalation nel Golfo, con l’Iran al centro di un conflitto che minaccia le rotte energetiche mondiali, non è un fenomeno distante. È un’onda lunga che arriva fino alla Sicilia e colpisce con violenza proprio qui, dove il tessuto produttivo è più fragile e più esposto.
Negli ultimi giorni il prezzo del gas e del petrolio è tornato a salire, spinto dalle tensioni nello Stretto di Hormuz e dalla paura di interruzioni nelle forniture globali.
Mentre la speculazione internazionale riprende fiato, l’Isola scopre ancora una volta di essere la prima a pagare e l’ultima a essere protetta.
Le piccole e medie imprese siciliane stanno affrontando un impatto che rischia di diventare irreversibile. Sono imprese che vivono di margini sottili, di stagionalità, di costi fissi che non perdonano.
Ogni aumento dell’energia si trasforma in un colpo al cuore: celle frigorifere che diventano insostenibili, laboratori artigiani che riducono i turni, aziende agricole che non riescono più a sostenere l’irrigazione elettrica, strutture turistiche che vedono lievitare i costi di climatizzazione e trasporti.
In un territorio dove il 95% del tessuto produttivo è composto da micro e piccole imprese, il caro energia non è un fastidio: è una minaccia alla sopravvivenza.
Eppure la Sicilia produce energia. Quelle pale eoliche che si vedono tra Catania ed Enna, quelle distese di pannelli fotovoltaici, quegli impianti che punteggiano le colline non girano a caso: producono, eccome. Ma non per la Sicilia.
L’energia generata qui finisce nella rete nazionale, i profitti finiscono altrove, e l’Isola resta spettatrice.
La Sicilia è stata trasformata in un serbatoio energetico, non in un sistema autonomo.
Produce per gli altri, paga per sé.
È un copione che conosciamo bene. È lo stesso che ha segnato la storia del polo petrolchimico di Priolo, Augusta, Melilli.
Decenni di inquinamento, di aria irrespirabile, di malattie, di territori devastati. E in cambio? Nulla. Nemmeno l’abolizione delle accise sui carburanti, che sarebbe stato il minimo riconoscimento per un territorio che ha sacrificato salute e ambiente per alimentare l’industria nazionale.
Eppure proprio sulle accise era stata costruita una delle campagne elettorali più aggressive degli ultimi anni: si prometteva che sarebbero state tagliate, che la Sicilia avrebbe finalmente avuto un trattamento diverso, che il peso fiscale sarebbe stato alleggerito.
Non è accaduto! Non un centesimo in meno!
La Sicilia ha avuto il danno e la beffa!
Nel frattempo, mentre lo Statuto resta lettera morta, arrivano misure che sembrano più cerotti che soluzioni.
Il Governo ha appena lanciato un bando da 262 milioni per le imprese del Mezzogiorno che vogliono produrre la propria energia da fonti rinnovabili, con contributi fino al 58% e risparmi potenziali dell’80% in bolletta.
La Regione, dal canto suo, ha attivato un fondo per sostenere l’installazione di fotovoltaico domestico, con finanziamenti a tasso zero fino a 20.000 euro.
E mentre si moltiplicano gli annunci di nuovi bandi nazionali – dall’idrogeno alla digitalizzazione delle reti elettriche, fino ai fondi per la promozione internazionale dei prodotti della transizione energetica – nessuno di questi interventi affronta il nodo vero: la Sicilia continua a non avere il controllo delle proprie risorse energetiche, nonostante lo Statuto glielo riconosca da settant’anni.
E qui si innesta la responsabilità politica, perché la Sicilia non è stata sfruttata solo da interessi esterni, ma è stata abbandonata da chi avrebbe dovuto difenderla. Troppi politici siciliani, una volta attraversato lo Stretto, hanno dimenticato la loro terra. Hanno votato leggi che penalizzavano l’Isola, hanno accettato compromessi che avrebbero rifiutato per qualunque altra regione, hanno rinunciato a far valere lo Statuto siciliano, che non è un pezzo di carta ma una Costituzione regionale con diritti precisi, mai applicati.
Se lo Statuto fosse stato rispettato, la Sicilia avrebbe già avuto autonomia finanziaria, autonomia fiscale, autonomia energetica.
Le tasse pagate dai Siciliani dovrebbero restare in Sicilia, non fluire verso Roma per poi tornare indietro in forma di elemosina.
La Sicilia avrebbe dovuto godere di una fiscalità di vantaggio, prevista e mai attuata. Avrebbe potuto trattenere le proprie risorse, programmare il proprio sviluppo, proteggere le proprie imprese. Invece è rimasta dipendente, vulnerabile, ricattabile.
La crisi nel Golfo ha solo reso evidente ciò che era già chiaro: la Sicilia non può più permettersi di essere una colonia energetica.
Non può continuare a produrre energia per il resto d’Italia e pagare bollette più alte.
Non può continuare a subire le crisi internazionali senza avere strumenti per difendersi.
Non può continuare a essere trattata come un territorio da sfruttare e non da emancipare.
La soluzione esiste, ed è l’unica possibile: la Sicilia deve diventare produttrice e consumatrice della propria energia.
Deve costruire un sistema energetico autonomo, basato su rinnovabili, accumuli, comunità energetiche, autoconsumo industriale.
Deve trattenere sul territorio ciò che produce.
Deve trasformare il sole e il vento in un vantaggio competitivo, non in un regalo al mercato nazionale.
Deve fare ciò che lo Statuto già prevede: governare le proprie risorse.
La guerra nel Golfo ci ricorda che la sicurezza energetica non è un tema tecnico, ma una questione di dignità e di sopravvivenza economica.
La Sicilia è davanti a un bivio: continuare a essere sfruttata o diventare finalmente padrona del proprio destino.
Le sue imprese non chiedono privilegi, chiedono giustizia.
Chiedono che l’energia prodotta in Sicilia serva alla Sicilia.
Chiedono che lo Statuto venga applicato.
Chiedono che la politica smetta di attraversare lo Stretto per dimenticare da dove viene.
Chiedono, semplicemente, di poter lavorare e vivere in una terra che non sia più costretta a pagare per gli errori del mondo.
Angioletta Massimino

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