Legionari in cerca di un lavoro qualunque
“Compagni legionari, Vengo a Voi con queste mie poche righe per farvi sapere che sono ancora legionario fedele come nel Natale 1920. Io dopo che sono venuto da Fiume non o più un giorno tranquillo senza lavoro prego Voi che siete in torino di cercarmi un lavoro da qualunque sia lavoro in fabrica da cameriere. Voi che siete legionari fedeli fatemi una risposta su questo. Un saluto fedele da un legionario che a dato la vita per la causa fiumana”. Così scriveva da Ceva Giovanni Vaniglia il 21 febbraio 1922 alla “Federazione Legionari Fiumani di Torino (via Urbano Ratazzi, n° 11)”, affidando il messaggio senza troppi pudori a una cartolina postale.
Il 13 luglio, ricevute per posta la tessera associativa e la medaglia di Ronchi, il cuneese Celeste Giovanni Rosso, parimenti legionario, a sua volta scrisse a Giacomo Treves, presidente della sezione torinese della Federazione: “E mi a fatto molto piacere nel sapere che lei se ne interessava di me per trovarmi una occupazione la quale mi fa molto piacere. Sei mesi fa avevo fatto domanda alle ferovie dello Stato come guardia di Vigilanza ma non oh mai avuto risposta. E adesso qui a Cuneo non si trova niente del lavoro. Percio spero nella sua gentile persona che mi trovera una occupazione”. Rosso, sergente a Fiume nella Compagnia “D’Annunzio”, in una precedente lettera aveva narrato che, “ragazzo del ’99”, aveva combattuto nella “Guerra contro l’Austria” ed era stato ferito il 16 giugno 1918, all’inizio della Battaglia del Solstizio. Tenne a precisare a Treves: “Oh una medaglia D’argento”. Di professione manovale, perduti il padre e la madre e senza lavoro, gli inviò quattro lire per la tessera sociale e “per la piccola medaglia di Ronchi”. Si affidava a Treves, corpo e anima degli italo-fiumani d’Italia, promotore dell’ “impresa”. Le sue “Carte” sono una ricca miniera.
Quale progetto? Il silenzio del Re.
Quando Vaniglia e Rosso, stretti dalla fame, scrivevano a Treves, eran trascorsi un paio d’anni dal “Natale di sangue” del 1920. L’Italia era molto diversa: ormai a un passo dalla crisi del sistema. A parte una eletta schiera di personalità di spicco (ufficiali, artisti, letterati, sindacalisti, venturieri…) col gennaio 1921 la generalità dei legionari era tornata nei ranghi di una quotidianità per i più dolente. Tra l’autunno del 1919 e l’estate seguente a Fiume si erano ammassati da 7 a 10.000 militari e volontari, molti per scelta motivata, altri al traino dell’entusiasmo dei superiori. È superfluo ricordare le tappe del percorso accidentato dell’“impresa”. Mentre Riccardo Zanella puntava su una città-stato autonoma sulla traccia dell’antico “corpus separatum” e dei privilegi riconosciuti a Fiume dall’Impero asburgico, alcuni dal 30 ottobre 1918 ne chiesero l’annessione all’Italia. Ruolo eminente vi ebbero il sindaco Antonio Vio, affiliato alla loggia massonica “Sirius”, attiva dal 1901, e, di seguito, la loggia “Guglielmo Oberdan”, fondata a Trieste dal torinese Giacomo Treves (1882-1947). Il 12 settembre Gabriele d’Annunzio d’intesa proprio con lui guidò a Fiume reparti militari che, qualunque giudizio si voglia esprimere sulle loro motivazioni ideali, a quel modo vennero meno alla consegna e sotto il profilo dei codici risultarono “sediziosi”, tanto a giudizio di Giovanni Giolitti quanto di Luigi Cadorna, due personalità apparentemente lontanissime ma unite nel senso dello Stato. Di sicuro Vittorio Emanuele III (di cui nessuno si è occupato nel Centenario) fu puntualmente aggiornato sugli eventi da parte dei suoi servizi informativi. Il Re non interferì sul loro corso: paralleli alla condotta del governo, avrebbero potuto propiziare una diversa inclinazione delle Cancellerie estere mentre rimaneva aperta la stipula dei trattati di pace con l’Ungheria, la Bulgaria e la Turchia (Trianon, molto importante proprio con riferimento a Fiume; Neuilly e Sèvres). Dieci giorni dopo la “marcia di Ronchi” il Sovrano convocò il Consiglio della Corona che il 25 si tradusse in un nulla di fatto. Dopo il primo afflusso di reparti in assetto di guerra, si susseguirono altri arrivi alla spicciolata. A fine ottobre il gran maestro del Grande Oriente d’Italia, Domizio Torrigiani, recatosi appositamente a Trieste, negò nettamente ogni sostegno alla ventilata marcia di legionari fiumani su Roma. Fiume rimase un laboratorio, ove a fianco di d’Annunzio si alternarono militari (come Giovanni Host-Venturi), politici (Giovanni Giuriati) e utopisti corrivi a volere il mondo a loro immagine e somiglianza come il Mostro dell’Apocalisse. Dapprima venne inventata la Lega dei popoli oppressi (brutta copia di quella ipotizzata nell’aprile 1918 a Roma), poi fu promulgata la Carta del Carnaro, scritta dall’anarco-sindacalista Alceste De Ambris e volta in bello stile dal Vate, che assunse la Reggenza di Fiume, una città ove circolavano valute d’ogni genere, abbondavano generi di lusso ma scarseggiavano viveri.
Wilson: se cediamo Fiume chiederanno New York
Quando accettò/assunse il comando dell’impresa, D’Annunzio non aveva alcun progetto politico definito. Si donò a Fiume e (fedele al motto “io ho quel che ho donato”) ne prese il comando. Fu il gesto sublime di un artista impolitico uso a sfidare la sorte, come tante volte aveva fatto nel corso della vita e specialmente nella Grande Guerra, con ammirevole coraggio. Ma, come nel 1915 aveva osservato Giolitti, per sentimento ognuno può gettare la propria vita, non quella di un Paese. In realtà i promotori dell’impresa contavano sull’annessione immediata in risposta al colpo di mano. Però il governo di Roma non era assolutamente in grado di proclamarla. L’Italia doveva fare i conti con l’Europa di allora e soprattutto con gli Stati Uniti d’America, il cui presidente, Woodrow Wilson, era nettamente contrario a quelle che riteneva richieste pretestuose. Osservò gelidamente che se all’Italia fosse stata concessa Fiume perché abitata “anche” da italofoni allo stesso titolo Roma avrebbe chiesto New York. Dopo una serie di “testa-coda” ricostruiti scrupolosamente da Giovanni Stelli in “Storia di Fiume dall’origine ai giorni nostri” (Ed. Biblioteca dell’Immagine), d’Annunzio, Comandante prima, Reggente poi, al termine di una battaglia che costò quasi cinquanta morti e duecento feriti tra militari italiani e legionari il 18 gennaio lasciò Fiume senza particolare enfasi, preceduto da 47 casse su due camion, come ricorda Giordano Bruno Guerri in “Disobbedisco” (Mondadori). Il 28 gennaio approdò a Gardone, sceltogli da Tom Antongini. Lo trasformò nel Vittoriale degli Italiani, fondendo il proprio estro col genio dell’architetto Gian Carlo Maroni.
La rete del Fratello Giacomo Treves
E i legionari? I meno fortunati furono proprio i giovani “di leva”, delle classi 1900-1901, che a Fiume erano andati sicuri che la “città di vita” avrebbe mutato l’Italia, l’Europa intera e le loro condizioni individuali, ma poi ci vissero male, disgustati da episodi di criminalità e dal palese contrasto tra lo sfarzo di alcuni e le ristrettezze dei più. Tornarono ai luoghi d’origine, dispersi nel vortice di un’Italia alle prese con tensioni sociali, disoccupazione, scioperi, scontri anche sanguinosi fra opposte fazioni. A Fiume non si avvertì la drammaticità dell’occupazione delle fabbriche nell’Italia nord-occidentale, scattata nel settembre 1920, in coincidenza con l’avanzata dell’Armata sovietica verso la Polonia, nella prospettiva della rivoluzione generale, dall’Europa orientale alla penisola iberica. Chiusa la grande avventura, i “fiumani di complemento” non dimenticarono i mesi della grande illusione, tra riti patriottici, privazioni, delusioni. “Muti e silenziosi” (come furono ritratti da un legionario novarese il 15 luglio 1922 al presidente della loro sezione piemontesi) essi non furono dimenticati da quanti, come Giacomo Treves, assunta all’origine la responsabilità dell’impresa, non ne rinnegarono mai il valore ideale.
Gli “italo-fiumani” non si trincerarono nel reducismo, in racconti inter pocula dell’esperienza vissuta. Continuarono a sentirsi quali erano stati e si ritenevano: “Sempre pronti”. Se ne possono individuare tre diverse stagioni. In primo luogo la Federazione Nazionale Legionari Fiumani, ramificata in tutta Italia con lo scopo di annodare i legami tra quanti avevano donato parte della loro vita a un ghiribizzo senza capo né coda. Proprio Treves assunse il compito di tirare le fila di una rete che doveva annodare quanti fossero ancora disposti a camminare sull’esile filo della lotta per la liberazione e la fratellanza tra le nazioni in cerca di Stato (vi era anche il suo “focolare ebraico” in Palestina) e dei principi irrinunciabili di libertà, uguaglianza e fratellanza.
Nel dicembre 1921, un anno dopo la tragica fine della Reggenza, Treves raccolse un manipolo di sodali che dichiararono di appartenere alla “Squadra d’Annunzio” e giurarono perciò di adempiere il loro dovere “e mantenere segreto” su quanto avessero appreso. Era un tipico giuramento massonico.
Treves aveva varie frecce al suo arco: anzitutto i dannunziani veri, quelli della prima ora, sempre fedeli al Comandante, un progetto politico/culturale (la Unione spirituale dannunziana) e la massoneria. Le scoccò anno dopo anno. Non raggiunse l’obiettivo, ma conservò intatta la sua “missione”: tenere fermamente separata l’“impresa” da chi mirò ad appropriarsene, a cominciare dai fascisti. Va ricordato a quanti ancor oggi confondono l’impresa di Fiume col fascismo, come si è veduto con le proteste della Croazia contro lo scoprimento di un d’Annunzio seduto, libro in mano, in una piazza di Trieste nel centenario della marcia di Ronchi.
Anche Enrico Togliatti, fratello del “Migliore”, tra i fiumani Piemontesi
La vicenda fiumana è tanto più complessa e va studiata documenti alla mano.
Sin dalla primavera 1910 gli italo-fiumani ebbero in Piemonte uno dei loro punti di forza. Lo prova il numero unico “Per la notte di Ronchi e per l’alba del Carnaro. Alalà” pubblicato il 12 settembre 1920 dal Comitato Pro Fiume e Dalmazia, fondato il 14 aprile e divenuto referente ufficiale della Reggenza il 9 settembre. Presieduto dal generale Angelo Chiarle, il Comitato comprendeva la contessa Sofia di Bricherasio, Nino Daniele, addetto alla propaganda, e un folto numero di militari, aristocratici, liberi professionisti tra i quali Amalia d’Incisa, Alessandra Medici del Vascello, Margherita di Mirafiore, la baronessa Daviso di Charvensod, Gabriellino d’Annunzio, Giuseppe Vidari, il conte Barbavara di Gravellona, Gustavo Talmone… Tra le “adesioni alla causa” pubblicò i messaggi di Ildegarde Occella, Mario Gioda (segretario del Fascio), Eleonora Contin Ferria, presidente delle Madri dei Combattenti, Daniele Bertacchi, nazionalista e futuro deputato fascista, Luigi Sturani. Alla sottoscrizione “per la causa” aderirono con tributi di varia entità centinaia di dannunziani tra i quali Vittorio Cian, Attilio Begey, Mario Bersano, Barbara Allason, Enrico Togliatti, fratello minore del più noto Palmiro, Elia Rossi Passavanti, che a Fiume scoprì Margherita Incisa di Camerana e, sorprendentemente, la loggia Propaganda Massonica di Torino, omonima ma non identica a quella di Roma e tuttavia titolata a parlare per l’Ordine.
Tramite suoi emissari, il Grande Oriente ebbe ruolo precipuo nella promozione del mito di Fiume e nella sua salvaguardia da abusi impropri. Vi dedicò anni Giacomo Treves, iniziato alla “Ausonia” di Torino il 17 giugno 1913. Anzitutto egli concorse a dar vita alla Federazione Nazionale Legionari fiumani. Tra le sue carte si rinviene l’elenco completo dei componenti. Il decollo avvenne tra mille difficoltà, a cominciare dalla provvista di “divise” e di “segni distintivi” a prezzi di favore. Nel passaggio da uno all’altro “segretario”, lo Spirito dell’Uroburo e le Vaghe Stelle dell’Orsa fecero i conti con la “consegna” di timbri, matite, gomme, cianfrusaglie, debitamente rendicontate.
Poi tornò a splendere il sole, con la costituzione dell’Unione spirituale dannunziana, costituita su proposta di Eugenio Coselschi per fondere la Federazione dei Legionari e quella degli Arditi, ormai agonizzanti. Suo segretario fu il capitano Umberto Calosci. Contò subito su sezioni regionali. In Piemonte ebbe quelle di Torino (segretario Giacomo Treves), Novara (Aronne Manera), Alessandria (Aleardo Borghi, che però manco ritirò le tessere da distribuire ai soci) e Saluzzo per la provincia di Cuneo (Raffaele Malatesta). In Liguria ebbe segreterie a Genova (la cui sezione però si dichiarò autonoma) e a Porto Maurizio.
Le distanze dei Legionari dal fascismo…
Da quasi un secolo dura l’interrogativo sulla connessione logico-cronologica tra impresa di Fiume e avvento del governo Mussolini, tra i rituali sperimentati dal Vate e i discorsi del duce alle “folle oceaniche”. D’Annunzio fu il Giovanni Battista del regime? I suoi seguaci si accodarono al fascismo? Sia la Federazione Nazionale dei Legionari sia l’Unione Spirituale dannunziana documentano una realtà del tutto diversa. In primo luogo la generalità dei legionari rimase fedele a due capisaldi: l’Italia prima e al di sopra dei partiti, la libertà nella fratellanza, dei singoli e dei popoli. Enzo Mecheri, segretario nazionale della FNLG, il 10 maggio 1922 intimò a quello della sezione torinese, Pallieri: “I Legionari iscritti agli altri partiti devono prima dimettersi dai medesimi se vogliono far parte della Federazione”. Identica era la posizione di Treves, presidente della sezione torinese della Legione Gabriele d’Annunzio, che scriveva su carta del Comandante (“Ardisco e non ordisco”). Da Alessandria il diciannovenne Gino Morini, già capofila di una squadra composta esclusivamente di ex combattenti, con undici istruttorie alle spalle per ferimenti, lesioni, ecc., desideroso di gettarsi anima e corpo nell’idea del Comandante, a sua volta osservava a Pallieri che “l’idea fascista, da movimento di nazione qual era, va sempre più degenerando, e contraendo tutti gli inevitabili compromessi che sono propri di ogni partito”. Poiché era “sempre stato più per D’Annunzio che per Mussolini” era deciso a costituire nella sua città una sezione o gruppo per diffondere l’Associazione Legionari”. Si poteva “amare l’Italia senza bisogno di essere un partito”.
Il Bollettino dell’Unione Spirituale Dannuziana è un inno alla libertà, eco vibrante della “missione ideale affidata dal Comandante ai Legionari di Fiume”. Non vi mancano frecciate ironiche contro il servilismo opportunistico di chi a Napoli cambiò l’intitolazione di una scuola elementare (dal pedagogista libertario Francisco Ferrer y Guardia al maestro Benito Mussolini) e contro Roberto Farinacci (massone pentito) che incitava gli squadristi ad aggredire i dannunziani. In effetti per i Legionari era prossima la “soluzione finale”. Dapprima i fascisti liquidarono a bastonate i “dissidenti”, come Cesare Forni, Alfredo Misuri, Massimo Rocca…, poi criminalizzarono i massoni, infine si scagliarono contro i dannunziani, colpevoli di essere stati i precursori della battaglia per la più grande Italia, “Diis Sacra” come il Comandante scrisse nell’esergo di “Per l’Italia degli Italiani” (1923) suggellato dalla tragica meditazione “Cantano i morti con la terra in bocca e le carene valicano i monti” (27 settembre 1922), quanto di più avverso al “regime” sia stato scritto prima e dopo la farsesca “marcia su Roma” del 31 ottobre seguente.
Ormai a corto di “munizioni” l’Unione Spirituale all’inizio del 1925 diramò la sua prima circolare dell’anno. A parte l’indignazione per l’arresto di Calosci, deplorò le “violenze fasciste” contro l’Associazione Nazionale Combattenti e ordinò a tutti i Legionari di iscriversi all’ANC. Ricordò di aver concorso al sorgere e al formarsi dell’Associazione “Italia Libera” (fucina di antifascisti irriducibili) e ammonì che Nazione e Stato “non sono qualcosa che capricciosamente si improvvisa ma una continuità storica insopprimibile”. Diffidò dall’aderire alla “Milizia Adriatica” inventata dall’anguillesco Eugenio Coselschi (dieci anni prima radiato dalla loggia “Michelangelo” di Firenze per assenteismo e morosità) e additò l’obiettivo supremo: “Nessuna causa fu più bella, più santa dell’attuale! Bisogna riconquistare la libertà”.
…e per l’ “Italia Libera” del Grande Taciturno
Tutti dovevano ispirarsi al Grande Taciturno, “prigioniero del duce”.
Tra gli italo-fiumani quelli del Piemonte non mostrarono mai dubbi nell’anteporre d’Annunzio a Mussolini e, in maniera altrettanto radicale, la monarchia al partito fascista, le cui origini e componenti repubblicane conoscevano bene. Ne fu specchio Giacomo Treves, orgoglioso della nomina a cavaliere e commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia (22 aprile 1920 e 15 gennaio 1924) e ufficiale (classe 4^) dell’Ordine della Corona del Montenegro, conferitogli dalla Reggente Milena il 19 maggio 1922, per i “servizi speciali resi al popolo montenegrino”. Mentre archiviava i “saluti affettuosi” che gli telegrafava il Comandante, anche lui si preparava alla traversata del deserto, ma non immaginava la sterzata del 1938: le leggi razziali che avrebbero suscitato lo sdegno del Vate se la Grande Visitatrice non gliele avesse risparmiate, liberandone definitivamente lo Spirito dall’“involucro” il 1° marzo di quell’anno cruciale.
Aldo A. Mola

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