Dopo un silenzio di due settimane riprendo, per concludere, la civile polemica con i lettori filoborbonici di questo giornale, anche se il duellare di sciabola e di fioretto era divenuto un’occasione di divertissement, ma al tempo stesso di riflessione e di dialogo costanti con chi, leggendo il triste presente economico-sociale del sud d’Italia, col riabilitare la memoria del Regno delle Due Sicilie e dei suoi regnanti, più o meno inconsciamente intende rivendicare la dignità meridionale autoassolvendo tutto un contesto sociopolitico dalle corresponsabilità collettive a monte di un degrado più che evidente; non è infatti né con la nostalgica rievocazione di una mitica quanto inesistente età dell’oro né con la querula richiesta di esaudimento di istanze vagamente riparatorie, ma con interventi mirati e coraggiosi, che riducano gli spazi di formazione di rendite parassitarie ad ogni livello ed espandano quelli capaci di produrre ricchezza effettiva, che si può ipotizzare la soluzione di problemi atavici e meno atavici: e non vado oltre, sia perché il discorso porterebbe lontano sia per evitare l’innesco di ulteriori strascichi.
Ad indurmi a rivedere l’originario proposito di rispondere singolarmente ai miei più o meno ma sempre garbati interlocutori è stata la presa d’atto che, al di là del piacere narcisistico e per molti versi maramaldesco dell’ultima parola, poco altro in articoli giornalistici avrei potuto aggiungere in termini concettuali a quanto già scritto; ma più ancora, oltre che la volontà di corrispondere all’invito dell’amico Cariglia di rappresentare sul giornale il mio pensiero su tematiche di maggiore interesse attuale, quella di evitarmi per quanto possibile di essere non solo avvocato ma parte offesa da diffamazione a mezzo stampa nei patri tribunali. A chi, anche se nel dissenso, mi ha onorato di attenzione, formulo l’invito ad un sereno confronto, possibilmente a Firenze sotto l’egida di Pensalibero e magari con la presenza dell’erede al trono SAR Carlo di Borbone, duca di Castro: e non per sentirmi protetto, ma per doveroso omaggio alla memoria di Pasquale Villari ed alla città che dal 1848 lo ospitò, il primo per aver posto nel 1875 all’attenzione del Paese in maniera non marginale il problema del Mezzogiorno d’Italia pubblicando sul periodico “L’opinione” le “Lettere Meridionali”, la seconda per averle edite successivamente nel 1878 per i tipi dell’editore Le Monnier.
Un periodico di ispirazione neoborbonica di cui in edicola finora non sono riuscito a procurarmi una copia e che neanche voglio citare ritenendolo indegno di menzione, in un articolo (melius, in una notizia succintamente commentata in poche righe) scoperto per mero caso a sottoscrizione del suo direttore, prendendo spunto dalla notizia della scuola intestata a Re Ferdinando II di Borbone apparsa su “Il Mattino” di Napoli dell’11 marzo con riferimento anche alla lettera al Presidente della Repubblica pubblicata su Pensalibero, contrappone osanna per il Dirigente scolastico prof. Vincenzo Giannone (“persona squisita e che adempie con passione il dovere che dovrebbero svolgere tutti i dirigenti scolastici e i professori meridionali”, “eroico dirigente che è riuscito a far intitolare la prima scuola d’Italia a Ferdinando II di Borbone e che fa svolgere un entusiasmante lavoro di ricerca storica ai suoi alunni”) al dileggio offensivo per l’articolista di Pensalibero (“un misconosciuto avvocato sorrentino rispondente al nome di Giovanni Fiorentino”, “il paglietta sorrentino scrive con una certa costanza su quelle web-pagine tosco-padane, l’unico angolo della rete in cui ci sia traccia di lui”, eroe negativo in quanto “non tutti raggiungono il ridicolo in maniera tanto esponenziale come chi scrive addirittura al Capo dello Stato per guadagnarsi un po’ di pubblicità”) e per lo stesso sito di Pensalibero (“il sito, oltre a cantare lodi sperticate e sospette all’unità d’Italia, fa riferimento territorialmente a Firenze e politicamente ai socialisti”).
Non so se il semi ignoto autore della succinta notizia commentata conosca il significato dell’aggettivo “misconosciuto”, che chi mi conosce sa che non mi appartiene e che non mi permetto di restituirgli non tanto per il timore di incorrere nel suo stesso reato (che sarebbe comunque escluso, in quanto vim vi repellere licet: e non traduco, confidando che abbia cognizioni sufficienti per tradurlo da solo) quanto per i principi educativi inculcatimi, che hanno radici in quell’Italia liberale che egli tanto disprezza; d’altra parte
è comprensibile che non è abituato a mangiare pane e miele chi pone quali suoi referenti ideali Ferdinando I e Ferdinando II di Borbone: circa il primo, suo cognato, il futuro Giuseppe II d’Austria, che gli fa visita nel 1769, riferisce che “dopo il pranzo … il Re tornò nei suoi appartamenti e ci fece pregare di tenergli compagnia fintanto che sedeva sulla seggetta. Mi recai da lui e, in verità, trovai il re seduto sul suo trono, i calzoni abbassati, con attorno cinque o sei valletti e ciambellani e qualche altro. Facemmo la bella conversazione per più di una mezz’oretta, e credo che sarebbe durata ancor più se una puzza orribile non ci avesse convinto che tutto era finito. Non mancò di darcene i dettagli e volle addirittura mostrarci il risultato, e senza altre cerimonie corse, i pantaloni calati e il vaso puzzolente in mano, dietro a due signori, che si diedero alla fuga” (Giuseppe II d’Asburgo, Cortelazzara, Di Mauro, 1992, pag. 62); circa il secondo, dalla cospicua aneddotica può riportarsi il seguente episodio: “Una volta che la regina Cristina stava per sedere innanzi al pianoforte, egli tirò indietro la seggiola; ed al suo riso, ella regalmente sdegnosa disse: “Credevo di aver sposato il re di Napoli, non un lazzarone” (L. Settembrini, Ricordanze della mia vita, BUR, 1964, vol. I, pag. 20).
Quanto agli sperticati elogi per il Dirigente Scolastico in cui si produce il redattore della nota, ci andrei piano: non mi sembra deontologicamente corretto che chi percepisce uno stipendio da Dirigente statale per istruire ed educare i bambini all’amor patrio continui ad utilizzare il sito dell’istituzione scolastica per pubblicizzare scritti inneggianti alla disunità d’Italia, promuovendo impunemente manifestazioni neoborboniche tuttora in itinere con il patrocinio del Circolo didattico nelle sue cure con tanto di inno nazionale delle due Sicilie cantato dagli alunni del suo circolo; peraltro nemmeno ritengo sia stato molto corretto da parte sua pubblicare sempre sul sito della scuola la risposta che mi ha dato, senza dare alcuna notizia della mia replica. Se del primo evento è stato informato il Presidente della Repubblica, del secondo sono stati da me informati il Dirigente dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Salerno ed il referente dell’Istituto della Storia per il Risorgimento: ma niente è successo. E debbo ritenere a questo punto che lo Stato italiano debba formulare le scuse al sindaco leghista di Adro per avergli imposto di togliere i simboli leghisti; in omaggio alla par condicio, sarebbe il caso di farglieli rimettere essendo molto più grave quanto sta accadendo nel II Circolo didattico di Scafati, con la connivenza del corpo insegnante e il disinteresse dell’amministrazione scolastica.
Mi permetto comunque, a chiusura di questo troppo lungo articolo, di suggerire al Dirigente Scolastico (e non solo a lui) la lettura del libro “Cuore” di De Amicis (pubblicato nel 1886), le cui vicende si svolgono in una scuola di Torino, ed in particolare di far leggere agli alunni del suo circolo il diario del 22 ottobre, che mi piace riportare in estratto:
“Ieri sera … entrò il Direttore con un nuovo iscritto, un ragazzo di viso molto bruno, con capelli neri, con gli occhi grandi e neri, …….. Il Direttore, dopo aver parlato nell’orecchio al maestro, se ne uscì, lasciandogli accanto il ragazzo, che guardava noi con quegli occhioni neri, come spaurito. Allora il maestro gli prese una mano, e disse alla classe: – Voi dovete essere contenti. Oggi entra nella scuola un piccolo italiano nato a Reggio Calabria, a più di cinquecento miglia di qua. Vogliate bene al vostro fratello venuto da lontano. Egli è nato in una terra gloriosa, che diede all’Italia degli uomini illustri, e le dà dei forti lavoratori e dei bravi soldati; in una delle terre più belle della nostra patria …. Vogliategli bene, in maniera che non si accorga di esser lontano dalla città dove è nato; fategli vedere che un ragazzo italiano, in qualunque scuola italiana metta il piede, ci trova dei fratelli. …. Poi chiamò forte: – Ernesto Derossi!.. Vieni qua. … Come primo della scuola … dà l’abbraccio del benvenuto, in nome di tutta la classe, al nuovo compagno; l’abbraccio dei figliuoli del Piemonte al figliuolo della Calabria. Derossi abbracciò il calabrese, dicendo con la sua voce chiara: – Benvenuto!, e questi baciò lui sulle due guance, con impeto. Tutti batterono le mani.
E’ con questo spirito che – pur tra tantissimi errori – si è andati avanti dopo l’Unità. Il brano non è falsamente caramelloso, ma rispecchia il sentire del tempo, che non si appalesa certo in linea con una volontà colonizzatrice. E’ con tale spirito solidale che il Paese è progredito e nel tempo ha conquistato il posto che oggi occupa nel mondo; ed è perdendolo che siamo diventati la repubblica del bunga bunga.
Non è con la rivendica di privilegi geografici o corporativi che possiamo acquisire prestigio e potere, anzi; ed è proprio per questo che sarebbe il caso che ognuno ne tenesse conto e si comportasse di conseguenza. Ai neoborbonici che mi leggono addito ad esempio il senso della misura che contraddistingue gli interventi del Principe Carlo di Borbone, Duca di Castro ed erede del trono delle Due Sicilie, il quale all’Agenzia ADN Kronos ha dichiarato: “Condivido pienamente le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia e non ci stiamo ad apparire nostalgici di un passato che ha le sue luci e le sue ombre”.
Et de hoc satis.
Giovanni Fiorentino

Certamente ,ogni nostalgia appare simbolo di interruzione o fallimento . Per tutti .
un fiorentino non più giovane