
Nel dibattito sulla riforma della legge elettorale si concentra spesso l’attenzione sul premio di maggioranza e sull’indicazione del premier. Temi importanti, certo, ma non decisivi. Su entrambi è possibile trovare soluzioni di equilibrio, come dimostrano numerose esperienze europee. Si può discutere dell’entità del premio, delle modalità di rafforzamento della governabilità o delle formule più adatte a garantire stabilità politica. Ma mentre il confronto si concentra su questi aspetti, si rischia di ignorare il vero problema: le liste bloccate.
È qui che si gioca una partita fondamentale per la qualità della nostra democrazia. Le liste bloccate sottraggono agli elettori il diritto di scegliere i propri rappresentanti e trasferiscono questo potere alle segreterie dei partiti. Sono i leader a decidere chi entrerà in Parlamento, chi sarà premiato con una candidatura sicura e chi resterà escluso. Gli eletti finiscono così per essere nominati dall’alto più che scelti dal basso.
Non sorprende che questo sistema incontri il favore di molti partiti. Quale segretario non preferirebbe circondarsi di parlamentari fedeli, pronti a seguire la linea senza troppe contestazioni?
Eppure una democrazia sana non si fonda sull’obbedienza. Si fonda sul confronto, sul pluralismo e sulla libertà di esprimere posizioni diverse, anche all’interno dello stesso schieramento politico. Un parlamentare dovrebbe rispondere prima di tutto ai cittadini che rappresenta.
Dovrebbe essere il punto di riferimento di un territorio, ascoltarne le esigenze, difenderne gli interessi e portarne le istanze nelle istituzioni.
Dovrebbe avere la forza di dissentire dal proprio leader quando ritiene che una scelta sia sbagliata o dannosa per la comunità che lo ha eletto. È proprio dal confronto tra idee e interessi differenti che nascono le decisioni migliori. La democrazia non è uniformità di pensiero, ma equilibrio tra posizioni diverse. Quando invece il criterio principale per ottenere una candidatura diventa la fedeltà al capo, il rischio è quello di trasformare il Parlamento in una platea di cortigiani anziché in un luogo di rappresentanza.
Una riforma elettorale seria dovrebbe partire da qui. Dovrebbe restituire ai cittadini il diritto di scegliere le persone che li rappresenteranno. Dovrebbe valorizzare il merito, la credibilità, il lavoro svolto sul territorio e la storia politica dei candidati. Gli elettori devono poter giudicare chi si presenta al loro voto sulla base di ciò che ha fatto negli anni, non semplicemente perché inserito in una lista decisa da una segreteria nazionale. Solo così si può ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Solo così chi viene eletto saprà di dovere il proprio mandato agli elettori e non al favore di un dirigente di partito. Altrimenti continueremo ad assistere a uno spettacolo già noto: candidati che compaiono nei territori soltanto durante la campagna elettorale, che affrontano temi che spesso conoscono superficialmente e che scompaiono una volta conquistato il seggio. È il risultato inevitabile di un sistema che premia l’obbedienza più della competenza e la vicinanza al vertice più del radicamento nella comunità.
La questione, in fondo, è molto semplice. In una democrazia sono i cittadini a scegliere i propri rappresentanti. Quando questo potere viene trasferito ai partiti, la rappresentanza si indebolisce e la distanza tra politica e società cresce. Per questo le liste bloccate non sono soltanto un difetto tecnico della legge elettorale. Sono uno schiaffo alla democrazia. Perché negano ai cittadini la possibilità di scegliere e affidano a pochi ciò che dovrebbe appartenere a tutti: il diritto di decidere da chi essere rappresentati.
Angelo Santoro

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