Ha suscitato le puntualizzazioni della sinistra radicale l’affermazione, ribadita da Veltroni al convegno di Milano, sulla “vocazione maggioritaria” del PD. Tradotto dal linguaggio dei politici la frase vuol dire che alle prossime elezioni il Partito Democratico punta ad essere maggioranza da solo. La questione è di grande importanza perché se il PD potesse fare la sua politica senza essere costretto dai numeri a scendere a patti con i vari Diliberto, Giordano e Pecoraro Scanio avrebbe un appeal elettorale di gran lunga maggiore, tale da metterlo in corsa per la maggioranza assoluta. Da qui le precisazioni di Verdi, Comunisti e Rifondazione sull’attuale indispensabilità dei loro partiti, almeno in questa fase. Il ragionamento non farebbe una grinza se la situazione politica fosse statica. Ma così non è. A gennaio la Consulta si pronuncerà sull’ammissibilità del referendum elettorale e se dalla Suprema Corte arrivasse il via libera, allora la “vocazione maggioritaria” del PD potrebbe davvero diventare realtà. A quel punto per avere la maggioranza dei seggi non servirebbe più la maggioranza assoluta dei voti ma solo quella relativa. E il PD, che sulla carta dispone di poco più del 31%, avrebbe più di una speranza di battere una Forza Italia accredita dai sondaggi, ma per ora solo dai sondaggi, di poco meno di quella cifra. Vinta la partita la prima volta, ridotto a zero il peso della sinistra radicale, il PD potrebbe poi cambiare con calma la legge elettorale per renderla meno draconiana. Il bello è che, per perseguire questo disegno, Veltroni non deve fare niente, solo far finta di “subire” il referendum elettorale scaricando su Forza Italia la responsabilità di non aver voluto aprire la stagione delle riforme, vale a dire legge elettorale e qualche aggiustamento della Costituzione (da notare che parlare di riforme e non di sola modifica della legge elettorale evita il pericolo di avere qualche si dall’opposizione).
Cambiando il contesto, il ragionamento di Veltroni è lo stesso che fa Berlusconi. Il leader di Forza Italia ha il sogno di dar vita al partito unico del centro destra. Su questa strada trova più di una difficoltà ed anche lui non può forzare più di tanto la mano ad alleati di cui ha bisogno per raggiungere la maggioranza. Ma anche Forza Italia, con il suo potenziale 30% di consensi, può giocare la partita con il PD per tentare, con la legge che entrerebbe in vigore dopo il voto referendario, di essere il primo partito e di conseguenza conquistare la maggioranza dei seggi alle Camere. Anche Forza Italia per ottenere questo scopo non deve fare assolutamente niente, solo continuare a dire che “con questa sinistra non si può dialogare” e scaricare così sugli avversari la presunta colpa di non volere cambiare le cose.
Insomma, siamo in presenza di un’alleanza di fatto, sulla legge elettorale, fra PD e Forza Italia. Più i due competitori litigano, più aumentano le probabilità che il loro progetto vada in porto: eliminare i rispettivi alleati, giocare la partita fra di loro in campo aperto e solo dopo riaggiustare le regole del gioco. Fra l’altro questo disegno ha una subordinata, ancora una volta gradita, nei fatti, ad entrambi: la caduta del governo Prodi. Le altre forze del centro sinistra infatti, quando si accorgeranno del gioco, hanno una sola carta per mandare a monte il duplice disegno, far cadere il governo per far slittare il referendum di un anno. E in un anno, nella politica italiana, può davvero succedere di tutto.

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