
Le sorelle Lacroix di George Simenon, recentemente pubblicato in italiano da Adelphi (traduzione di Federica e Lorenza Di Lella) è un romanzo che per certi versi sorprende ma che soprattutto affascina. Se si è abituati al Simenon di Maigret, un personaggio dal carattere severo ma umano e in un ambiente ricavato spesso dal quotidiano, questo thriller che esce dagli schemi del giallo per assumere caratteri di tragedia , rivela subito la sua originalità.
Inizia, infatti, con angoscianti invocazioni religiose preannuncio di un dramma claustrofobico e di un’atmosfera sempre più cupa.
Colpiscono i dialoghi fatti di frasi sospese, di parole ambigue di allusioni e reticenze in un conteso ove aleggia sempre qualcosa di misterioso e di malvagio, un odio che ha più valenze e che coinvolge tutti gli interessati come soggetti attivi o passivi.
Un odio paradossale che ipostatizza le angustie di una mentalità borghese. Gli eventi sono mossi non tanto da azioni quanti da stati d’animo che spingono all’esasperazione e alla deflagrazione.
La scena si svolge quasi per intero nella grande casa in un ristretto periodo di tempo. E anche questo contribuisce a rendere il contesto opprimente, soffocante che, per certi versi, mi appare antesignano di alcune opere teatrali a tinte fosche di Arthur Miller e di Tennesse Williams .
“Ogni famiglia ha uno scheletro nell’armadio” scrive Simenon in epigrafe a questo romanzo. del 1938.e ambientato a Bayeux.
Nella fattispecie lo scheletro è un segreto che da anni lega e sovrasta le due sorelle. .Un segreto che, appunto, alimenta odio. e suscita desideri di vendetta in un contesto morboso di rancori e sospetti che crea un climax terribile e avvincente.
Gabriele Parenti

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