
Il Servizio sanitario nazionale nasce da un principio semplice: il diritto alla salute deve essere garantito a tutti i cittadini nello stesso modo, indipendentemente dal luogo in cui vivono. La Costituzione non distingue tra italiani di serie A e di serie B, né affida la tutela della salute a un criterio geografico. Gli ospedali italiani non vengono costruiti con standard diversi a seconda della Regione.
Le apparecchiature diagnostiche non sono progettate per funzionare meglio in alcune aree del Paese e peggio in altre. I medici seguono percorsi di formazione regolati da criteri nazionali e conseguono specializzazioni che hanno lo stesso valore ovunque. Sulla carta, dunque, le condizioni per garantire un’assistenza uniforme esistono. Eppure la realtà racconta un’altra storia. Ogni anno centinaia di migliaia di cittadini lasciano la propria Regione per curarsi altrove. Non si spostano per turismo sanitario, ma perché ritengono di poter ricevere cure migliori.
È un fenomeno che riguarda soprattutto il Mezzogiorno e che, anziché ridursi, continua a ripetersi con impressionante regolarità. Nel 2024 quasi 700.000 ricoveri hanno interessato pazienti che hanno scelto di essere curati fuori dalla Regione di residenza. Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto continuano ad attrarre un numero elevato di pazienti, mentre Calabria, Campania e Sicilia registrano i saldi negativi più consistenti. La geografia della mobilità sanitaria resta sostanzialmente immutata e conferma una frattura territoriale che il Paese non è ancora riuscito a colmare.
La spiegazione non risiede nella qualità dei medici né nella tecnologia disponibile, ma molto più spesso nella capacità di organizzare i servizi, programmare gli investimenti, governare le aziende sanitarie e selezionare dirigenti competenti. La sanità italiana è fortemente regionalizzata e la qualità dell’assistenza dipende in larga misura dalle scelte amministrative e gestionali. È qui che si costruiscono, o si ampliano, le differenze tra territori.
L’Emilia-Romagna rappresenta uno degli esempi più riusciti di questa capacità organizzativa. Da anni è considerata un modello per l’integrazione tra ospedale e territorio, per la programmazione sanitaria e per la qualità della governance. Non è un caso che continui ad attrarre pazienti da molte altre Regioni. La mobilità sanitaria non è soltanto una voce di bilancio né un indicatore statistico.
È il riflesso della fiducia dei cittadini. Quando una persona affronta centinaia di chilometri per sottoporsi a un intervento chirurgico o a una terapia oncologica, sta esprimendo un giudizio implicito sul sistema sanitario della propria Regione. E quando questo comportamento coinvolge ogni anno centinaia di migliaia di persone, non può più essere considerato un fenomeno fisiologico.
La conseguenza è duplice. Da un lato, le Regioni che perdono pazienti perdono anche risorse economiche, aggravando ulteriormente le proprie difficoltà. Dall’altro, i cittadini più fragili – anziani, persone con minori disponibilità economiche e famiglie prive di reti di sostegno – spesso rinunciano a spostarsi e finiscono per accettare cure meno tempestive o meno adeguate.
La disuguaglianza sanitaria diventa così anche una disuguaglianza sociale. Non basta rivendicare l’universalità del Servizio sanitario nazionale. Occorre renderla effettiva. Se il luogo di nascita o di residenza continua a influenzare le possibilità di ricevere cure di qualità, il diritto costituzionale alla salute rimane incompiuto.
Le differenze territoriali non sono inevitabili. Sono il risultato di scelte politiche, organizzative e amministrative. E proprio perché sono il risultato di scelte, possono essere corrette.
Finché questo non accadrà, continueremo ad avere un Servizio sanitario nazionale nelle norme, ma non sempre nei fatti.
Angelo Santoro

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