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Le novità un po’ retrò della CGIL

Con la “Carta dei diritti” il sindacato ripropone lo spirito di una battaglia perduta, quella sulla scala mobile, a trent’anni compiuti da una spallata non riuscita.

di Beppe Facchetti | 17 Gennaio 2016

C’è qualcosa di schizofrenico in questo inizio d’anno delle relazioni industriali. Da un lato, infatti, i tavoli per ora ipotetici, sembrano popolati da buone intenzioni, partendo dal fatto che il jobs act è comunque realtà, e va sperimentato in concreto, senza esultanze affrettate ma anche senza anatemi. Dall’altro inizia un’operazione molto spinta della CGIL che ha un chiaro intento strategico, dalle tinte marcate, quasi totalmente politica.

Si parla addirittura di una “Carta dei diritti universali del lavoro”, che dovrebbe passare in tutte le fabbriche del Paese, con l’intento di arrivare ad una proposta di legge di iniziativa popolare, e il messaggio appare quasi una mano tesa a quella parte della sinistra che non sta con Renzi, o lo ha lasciato da poco, in forte ricerca di sponde cui approdare.

Affiora un’antica enfasi che ripropone lo spirito di una battaglia perduta, quella sulla scala mobile, tema da brivido, a trent’anni compiuti da una spallata non riuscita.

La schizofrenia si vede meglio nei dettagli. C’è infatti innanzitutto un messaggio apparentemente ragionevole, che estende i diritti di cui si parla a tutte le categorie dei lavoratori, volendo far uscire il sindacato da un angolo in cui si è gradualmente cacciato, allontanandosi dai giovani in cerca di lavoro, e cioè quello della protezione di chi già lavora, o dei pensionati.

Questa volta si riconosce ruolo a qualunque forma di lavoro (dunque di qualsiasi impresa privata o pubblica, compresi subordinati e atipici), e anche gli autonomi si meritano la qualifica di lavoratore, uscendo dal girone dei luoghi comuni sull’evasione fiscale.

Il problema è che le “novità” un po’ retrò che CGIL vorrebbe introdurre sono una sostanziale rilettura distruttiva di tutto ciò che è accaduto nell’evoluzione di questi ultimi anni.

Spicca, tra l’altro, non solo il recupero dell’art. 18 da poco cancellato, ma la sua estensione persino rispetto allo Statuto del 1970, perché ora  il reintegro automatico scenderebbe sotto la soglia dei 15 dipendenti, fermandosi a quota 5, ma anche qui per quanto riguarda la sola entità della sanzione giudiziale.

La “rivincita” ipotizzata adombra addirittura un regime punitivo per le aziende, scoraggiando l’intenzione di licenziare (ma anche di assumere…), e arrivando a estendere a tutti i datori di lavoro, anche agli autonomi, sanzioni e obblighi di svolgimento di “politiche attive” per chi è stato legittimamente licenziato (forse occorrerà prendersi a carico gli ex dipendenti?).

Insomma un ritorno trionfante del contratto a tempo indeterminato rigido, con disciplina erga omnes. Tutele decrescenti.

Ma come? Non si era registrato con crescente consenso un atteggiamento favorevole ad una contrattazione flessibile, decentrata, basata su innovazioni vere, corrispondenti alla nuova realtà del lavoro?

Non sta su questo asse la volontà – apparentemente anche della CGIL – di ragionare con Federmeccanica, di contratti basati sulla sostituzione dell’inflazione programmata  con indici di crescita del Pil e l’introduzione di elementi di nuovo welfare, accanto alla tradizionale monetizzazione?

Noi ricordiamo Landini indicare positivamente il modello tedesco della Ducati, l’azienda che lavora non per reparti ma per “isole”, in cui il rapporto spazio-tempo non è più dettato dal computer ma autogestito.

L’impressione un po’ sconcertante è che il maggior sindacato nazionale voglia festeggiare la pallida ripresa attesa nel 2016 con un ritorno a pratiche che sono ante Statuto dei lavoratori, e cioè ante anni 70.

Una battaglia tutta politica, con il rischio non proprio di creare dei piccoli soviet negli studi professionali, ma di destabilizzare il clima delle fabbriche, che si capisce sempre più che sono diverse l’una dall’altra, da regione a settore, e non chiedono una camicia di forza, ma di sprigionare l’energia che può accompagnare la ripresa.

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, anni 70, battaglia, consenso, giovani, lavoro, pensionati, proposta di legge, regime, renzi, statuto, statuto dei lavoratori

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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