
Molti sono andati a dormire con nelle orecchie l’ennesima raffica di dichiarazioni deliranti di Donald Trump, amplificate da sparate sensazionalistiche dei mass media. Tono da ultimatum, scadenze teatrali, promesse di azioni decisive, cancellazioni di nazioni e quant’altro. Il solito copione. Poi arriva il mattino e la realtà si presenta senza effetti speciali: l’Iran è ancora lì.
A nuttata è passata e non è successo nulla. Il demente ha, come era largamente prevedibile, accettato un cessate il fuoco di 14 giorni, mediato dal Pakistan. Non una resa, non una svolta epocale, nessun accordo. Più banalmente una pausa che lui, neanche a dirlo, si sta vendendo come una vittoria. Una pausa che, come era prevedibile, in geopolitica vale più delle parole, perché segna un limite reale all’azione.
Dietro le quinte, con ampio senso di realismo, è evidente che le pressioni diplomatiche internazionali hanno lavorato in modo coordinato. Stati, alleanze, interessi economici e militari. Il classico silenzio che conta, perché è nei tavoli riservati che si decide la sorte degli equilibri mondiali e non certo nei salotti degli opinionisti e nei social. E quando la pressione sale davvero, anche chi costruisce consenso sulla forza e sulle sparate è costretto a rallentare. Non per scelta, ma perché è il sistema di autocontrollo occidentale che lo obbliga.
Personalmente ho preferito tenere sotto controllo il prezzo del petrolio e, quando ho iniziato a vedere già da ieri sera che l’indicatore era sceso di 3 punti, ho avuto la conferma che le minacce di Trump erano solo parole. Infatti il prezzo del petrolio ha registrato un calo del 16%. Non è un dettaglio tecnico, è un segnale. Significa che gli operatori non stanno prezzando un’escalation immediata ma una fase di raffreddamento. Il petrolio, in queste situazioni, non mente quasi mai.
Resta il dato centrale che necessita di una riflessione. L’Iran non è crollato. Il regime degli ayatollah è ancora al suo posto. I Pasdaran continuano a controllare il paese. Struttura intatta, apparato operativo, capacità di risposta ancora attiva. Tutto il resto, al momento, è narrativa.
Questo passaggio ha un effetto diretto anche sul piano regionale. Le dinamiche israeliane, che puntano da decenni a scardinare questo sistema, si scontrano con una realtà molto più pericolosa e radicata: una guerra ibrida che va avanti dal 1979, fatta di proxy, intelligence, pressione economica e conflitti indiretti mai davvero dichiarati. In questo contesto, lo stop temporaneo non è un cambio di rotta ma una pausa dentro un conflitto permanente. E conferma una cosa semplice: a Trump non interessa il destino del popolo iraniano e l’eliminazione del regime sciita. È una partita di potere basata sul controllo strategico del petrolio, non certo una causa umanitaria.
Sugli sviluppi a breve termine è difficile fare previsioni. Troppi attori, troppi interessi incrociati, troppa instabilità strutturale. Quello che si può dire oggi è semplice: le minacce hanno subito uno stop, il mondo non è cambiato e l’Iran è ancora in piedi. Tutto il resto verrà deciso lontano dai riflettori, dove le parole non dette valgono più delle sparate dei telegiornali e dei social.
A margine dello “scampato pericolo” vi posto uno screenshot di un colloquio avuto ieri su WZ che dimostra che chiunque, anche un rinco come il sottoscritto, è perfettamente in grado di prevedere cosa succede dopo ogni sparata arteriosclerotica di un idiota con un potere immenso tra le mani.
Piero Terracina

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