
C’è un vecchio detto, ormai abusato: “Non ci sono più le mezze stagioni.”
In politica, invece, per fortuna ci sono ancora. E sono spesso le uniche che contano davvero. Periodi di transizione, di confusione e di compromesso, che le leggi elettorali maggioritarie tentano invano di cancellare in nome della “governabilità”. Ma senza di esse la democrazia non respira: vive di estremi, e muore di rigidità.
Il centrosinistra degli anni Sessanta: un fallimento produttivo
Il primo grande esempio italiano di “mezza stagione” fu il centrosinistra degli anni Sessanta.
Sul piano economico, il risultato fu disastroso: la spesa pubblica esplose, la lira iniziò a indebolirsi, e si pose la premessa per la spirale inflazionistica che avrebbe travolto il Paese nel decennio successivo.
L’Italia che aveva conosciuto il “miracolo economico” si trovò con un apparato statale gonfio, inefficiente, burocratizzato. Il mito della “programmazione” naufragò tra i vincoli sindacali e le resistenze corporative.
Eppure, quella stagione ebbe un merito politico enorme: consolidò le istituzioni repubblicane e abituò il Paese al dialogo.
La Democrazia Cristiana e il Partito Socialista, costretti a convivere, crearono gli anticorpi democratici che avrebbero poi retto all’urto degli anni di piombo. Fu la stagione in cui la Repubblica imparò a non temere il conflitto, ma a governarlo. E questa, in una democrazia giovane, non è cosa da poco.
Il post-berlusconismo: una transizione che un nome ce l’ha
Un’altra mezza stagione è quella, lunghissima, del post-berlusconismo.
Iniziata con i governi tecnici e di coalizione, ha visto alternarsi promesse di “nuovi inizi” e rapide delusioni. Ma, al contrario di quanto molti pensavano, non è stata una transizione senza sbocco.
Oggi ha un nome preciso: Giorgia Meloni.
La sua leadership, al di là dei giudizi di merito, è figlia diretta di quella fase fluida in cui il centrodestra cercava un’identità dopo l’era carismatica di Berlusconi. Meloni ha saputo leggere il vuoto politico con realismo e disciplina, ricomponendo una cultura di governo dove gli altri vedevano solo macerie.
Il post-berlusconismo non è finito, si è trasformato. È passato dall’improvvisazione personalistica alla costruzione di una nuova forma di conservatorismo nazionale, più sobria ma anche più radicata. Una “mezza stagione” che ha trovato, finalmente, la sua sintesi.
Perché servono le mezze stagioni
Le mezze stagioni non entusiasmano, ma salvano.
Sono i momenti in cui la politica rinuncia agli estremi per tornare a misurarsi con la realtà. Non fanno la storia “ufficiale”, ma la preparano.
Il centrosinistra degli anni Sessanta fece pagare un prezzo economico altissimo, ma costruì una tenuta istituzionale che ci ha permesso di sopravvivere al terrorismo.
Il post-berlusconismo, dopo anni di incertezza, ha generato una nuova stabilità politica — fragile, certo, ma concreta.
La democrazia vive nei passaggi, non nei blocchi.
E forse il compito di chi crede ancora nella libertà liberale è proprio questo: difendere le mezze stagioni, quando tutti invocano il “tutto o niente”.
Luca Rampazzo

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