“Guardiamo con preoccupazione al recente andamento dei mercati finanziari. Il mercato non sembra riconoscere la solidità dei fondamentali dell’Italia. (…) Per evitare che la situazione italiana divenga insostenibile occorre ricreare immediatamente nel nostro Paese condizioni per ripristinare la normalità sui mercati finanziari (…). A tal fine si rende necessario un Patto per la crescita che coinvolga tutte le parti sociali; serve una grande assunzione di responsabilità da parte di tutti ed una discontinuità capace di realizzare un progetto di crescita del Paese…”
In settimana scorsa i commentatori hanno salutato il documento sottoscritto da 17 associazioni di imprese (tra cui Abi, Confindustria, Confagricoltura, ecc.) e sindacali (Cgil, Cisl, Uil e Ugl) come un fatto eccezionale, sotto un duplice aspetto: 1) perché trattasi di una sveglia che l’intero sistema di rappresentanza dell’economia e del lavoro spedisce alla politica; 2) perché per ciò stesso rappresenta il segno del tempo drammatico in cui versa il Paese.
Mentre non posso non riconoscere il carattere assolutamente inedito dell’iniziativa, al contempo trovo in quelle parole elementi di debolezza e segni di contraddittoria continuità (rispetto alle solenni dichiarazioni) con l’andazzo di sempre.
Non capisco intanto il riferimento alla solidità dei fondamentali dell’Italia: abbiamo un debito pubblico alle stelle, un sistema politico marcio, una macchina amministrativa gigante e inefficiente, un sistema economico e finanziario inquinato da evasione fiscale e criminalità, una società sempre più chiusa, bloccata e deprivata delle proprie potenzialità, una reputazione internazionale del tutto compromessa e possiamo pretendere che dall’estero si guardi all’Italia con fiducia?
Il primo passo per lo scatto è una disamina sincera e brutale della situazione e questo nel documento non c’è, anzi vi è scritto che la fase che si sta attraversando dipende solo in parte dalle condizioni di fondo dell’economia italiana; e in effetti è vero, perché dipende – ma non è questo che intendono i sottoscrittori – dalla situazione tout court del Paese, né ci si può in parte assolvere considerando il problema europeo di fragilità dei Paesi periferici, se non ammettendo che noi stessi stiamo diventando periferici, politicamente ed economicamente.
Quindi, le parole magiche: assunzione di responsabilità e discontinuità. A cosa alludono con ciò le ‘diciassette sorelle’? Sono disposte al sacrificio, alla rinuncia, in nome di un cambiamento importante, definitivo, irreversibile del sistema di regole? Sono pronte a dare un esempio alla politica, che ormai è in un vergognoso letargo da decenni? E’ per loro un progetto di crescita soprattutto un progetto di riprogettazione istituzionale del Paese e di ri-definizione dei rapporti tra Stato e cittadini e Stato e imprese? Se si, il documento del 27 luglio scorso dovrebbe soltanto essere un primo passo. A breve, dovrebbe seguirne un altro, stavolta però con idee e contenuti in cui le conclamate responsabilità e discontinuità siano declinate.
Il rischio è che in realtà, quando parlano di assunzione di responsabilità e discontinuità, le diciasette sorelle abbiano in testa ciascuna cose diverse dalle altre e che il secondo round non ci sarà mai. Vorrei sbagliarmi, ma ho il timore che siamo – malgrado l’enfasi – ancora alla fuffa.
Paolo Marini

Caro Paolo,
Per noi nati per andare nelle Stelle, poi orfani di cultura nell’Italietta post-Fascista, quindi violentati dal confronto per comandare il Mondo e finalmente uccisi dagli apprendisti Imperialisti USA, cui i migliori Italiani godono istruire, solo l’eutanasia culturale sarebbe consigliata, perché ogni tentativo di miglioramento ci si ritorce contro.
Nel caso della UIL, qualche buon Dio, ci ha già pensato.
Più difficili sono solo quelli come noi che danno qualche segno di rendersi conto delle immense possibilità che avrebbe l’umanità se abbandonasse ogni Imperialismo e lasciasse ogni Uomo libero di esplorare il proprio Universo scambiandone le informazioni in un piano di parità con gli altri Enti, siamo noi l’anomalia.