A volte ci accade di pensare che il male più grave che affligge storicamente il nostro paese dai tempi della caduta dell’Impero romano in poi sia quello dell’utilizzo aggravato e continuato di un pessimo strumento di analisi che risponde al nome di memoria selettiva. Ovvero: mi ricordo solo di quello che fa il mio gioco e rimuovo ogni altro particolare legato a storie scomode, eventi negativi ma, soprattutto, errori mai ammessi. In questa attività di piccolo, piccolissimo cabotaggio siamo purtroppo maestri eccelsi, potremmo insegnarla al mondo intero poiché non esiste altro paese, almeno tra quelli che vivono una condizione chiamata democrazia, che possa neanche lontanamente ambire ad eguagliarci nella nostra straordinaria capacità di “sbianchettare” interi periodi storici oppure documentate pagine di cronaca politica in virtù di una amnesia arrogante e pretestuosa, ideologica e perciò in malafede, atta a manipolare gli eventi al solo scopo di farli tornare sempre a comodo proprio, poggiando sulla consolante certezza che il popolo, bue per definizione, non sia assolutamente in grado di cogliere le abnormi incoerenze di certe roboanti affermazioni.
Viste dunque tali premesse, non ci stupisce affatto la lettura delle dichiarazioni di Bersani, tutte un fremito di senso morale e di civile indignazione, che per brevità – ed anche, lo ammettiamo, profonda insulsaggine dei contenuti – riassumeremo nella seguente frase da lui dettata alle agenzie: “Sotto l’ombrello del ‘ghe pensi mi’ si creano facilmente delle cricche, delle cordate informali che, per verità o millanterie, si dichiarano collegate al ‘capo’ e agiscono in modo parallelo, e anche illegale…la corruzione è colpa del governo”. Ora, non intendiamo affatto confutare quanto sta emergendo ormai da tempo sulle attività affaristiche svolte dalla cosiddetta “cricca”, ribattezzata grandiosamente P3, che pare far capo a Denis Verdini, fermo restando il solito salutare principio di garantismo che ci porta a ribadire che c’è un’inchiesta in corso e dunque le eventuali sentenze di colpevolezza sono molto al di là da venire. No, in realtà ciò che ci preme sottolineare, essendo noi portatori sani di memoria completa ed aggiornata, stile Archivio di Stato, è l’incredibile faccia di tolla di Bersani che rilascia simili dichiarazioni come se il problema non sfiorasse né avesse mai sfiorato il suo partito – e chiamarlo così è un eufemismo, perché la nebulosa Pd è ormai data per dispersa persino dagli Osservatori astronomici – anche in tempi molto recenti. Lo smemorato della Bassa, forte della piccola possibilità che gli viene offerta di alzare la sua voce da farmacista di paese, altrimenti costretto ad emettere suoni privi di alcun reale significato, dimostrandoci così di essere ancora in vita insieme alla sua armata Brancaleone, pare aver completamente cancellato episodi peraltro recentissimi legati ad inchieste che hanno fatto emergere cricche altrettanto ben ramificate ed attivamente impegnate a farsi gli affari propri a spese della comunità. L’’inchiesta della magistratura fiorentina sull’area di Castello, ha rivelato l’esistenza di un vero e proprio comitato di affari, tutto di marca Pd, gestito dalla vecchia nomenklatura del partito, quella che per molti anni ha deciso – anzi, dominato – le sorti della città, non disdegnando alcun settore dell’edificazione urbanistica, dalle case per gli invalidi prive di servizi adatti a loro, alle aree verdi progettate e poi riconvertite magicamente in spazi edificabili per l’edilizia privata. E siamo certi che il prode Bersani, che si sta coraggiosamente battendo contro il Ddl sulle intercettazioni, sarà stato molto fiero di leggere le paginate di conversazioni telefoniche che i quotidiani hanno pubblicato a suo tempo per renderci edotti di come il centrosinistra governava Firenze sotto l’egida del “ci pensiamo noi” motto che somiglia tanto, ma proprio parecchio, al “ghe pensi mi” berlusconiano, tranne che per il fatto che in Toscana si parla italiano e non si ricorre a lombardismi, ma è certo che lorsignori si siano intesi benissimo lo stesso nella spartizione degli affari e degli appalti. E vogliamo parlare del rutilante Del Bono, candidato del Pd eletto sindaco a Bologna e poi miseramente inchiodato al suo generosissimo utilizzo di denaro pubblico per spesucce personali come lunghi soggiorni ai Caraibi con la propria compagna?! O vogliamo ritornare sui particolari dell’allegra gestione Bassolino a Napoli, affogata nei rifiuti?! Allora, ci pare che Bersani non abbia alcun titolo né per candidarsi al ruolo di indignato speciale né tantomeno per promuovere campagne per la moralizzazione della vita politica del nostro paese, dal momento che nelle regioni governate dal Pd si sono evidenziati gli stessi gravi problemi di corruzione che il Segretario imputa al governo, dunque, seguendo la sua stringente logica, dovremmo e potremmo ragionevolmente concludere che la colpa del degrado morale e dei comitati d’affari interni alla politica è del Pd che domina da sempre Toscana ed Emilia Romagna. In verità, questa penosa attitudine italiana all’abbattimento del nemico solo con le offese e mai opponendogli qualche buona idea alternativa – tanto per cambiare – ci ha oltremodo logorati nella nostra pazienza di cittadini in balia delle lobbies che ancora, chissà poi perché, ci ostiniamo a chiamare partiti, quando invece sarebbe molto più semplice quotarle in Borsa ed affidarle alle logiche di mercato, omettendo persino di andare a votare ed acquistando direttamente le azioni che ci sembrano più appetibili. Nessuno, oggi, in Italia, può proporsi come il moralizzatore della vita politica, nessuno può vantare una credibilità riconosciuta che gli permetta di condurre campagne intitolate alla questione morale – nessuno ha in sé quel senso di integrità che non può prescindere dalla coscienza e dalla profonda consapevolezza del bene comune. Siamo in mano ai bottegai, e le cricche sono ovunque: se proprio non possiamo chiedere altro, che ci venga almeno risparmiata la fasulla morale degli smemorati storici di professione.
ChiBo

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