
Gli indici americani, ieri, hanno provato a recuperare dopo un inizio di seduta decisamente sotto tono. Il Dow Jones ha chiuso in rosso dello 0,15%, mentgre il Nasdaq ha chiuso a +0,36%. L’S&P 500 invece è rimasto intorno allo zero con un +0,04%. Vicini, quindi, alla parità gli indici a Wall Street, in recupero rispetto alla prima parte, influenzata dall’attacco all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele, che ha causato un’impennata dei prezzi del petrolio, aggiungendo l’instabilità del Medio Oriente alla lista delle crescenti preoccupazioni. In rialzo alcuni titoli tecnologici che cercano il rimbalzo dopo i recenti cali dovuti alle preoccupazioni sull’intelligenza artificiale. Le forze statunitensi hanno ucciso il leader supremo iraniano in seguito a una serie di attacchi nel fine settimana, spingendo l’Iran a colpire diversi obiettivi nella regione. Nella notte, è stata colpita l’ambasciata Usa e Riad, alimentando una estensione del conflitto che preoccupa. L’indice Vix è tornato sopra quota 20 a 21.5 anche se, a livello di titoli, la maggior parte dei settori si è ripresa dopo le forti perdite, grazie a un’accelerazione globale del de-risking. Sul fronte dati, un’impennata inaspettata dell’indice ISM dei prezzi manifatturieri hanno riacceso i timori di un ritardo nei tagli dei tassi da parte della Federal Reserve. I produttori di chip e altri giganti della tecnologia hanno registrato per lo più ribassi, con Broadcom, AMD e Alphabet in calo di oltre l’1%. D’altra parte, Nvidia è avanzata del 3% e Palantir è balzata del 6,5%, attenuando i cali della scorsa settimana. Il settore bancario è rimasto in sordina, con JPMorgan e Bank of America in calo a seguito dei recenti rischi derivanti dal credito privato e dalle insolvenze di importanti clienti.
DOLLARO IN RIPRESA.
Lunedì, l’indice del dollaro ha superato quota 98,5, toccando il massimo delle ultime cinque settimane, con gli operatori che cercano asset rifugio in un momento di grandissima incertezza nel contesto dell’escalation della guerra in Medio Oriente. Gli Stati Uniti e Israele hanno condotto attacchi militari contro l’Iran nel fine settimana, che hanno provocato la morte della Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, e l’effettiva chiusura dello Stretto di Hormuz. Teheran ha reagito prendendo di mira gli asset statunitensi in tutta la regione, sollevando preoccupazioni per un conflitto più ampio. Nel frattempo, i dati di venerdì hanno mostrato che i prezzi alla produzione negli Stati Uniti sono aumentati più del previsto a gennaio, indicando che le aziende stanno scaricando i costi dei dazi sui consumatori e complicando la strada ai tagli dei tassi della Federal Reserve. Tuttavia, i mercati stanno scontando due tagli dei tassi di 25 punti base quest’anno, in mezzo alle speculazioni secondo cui le recenti turbolenze di mercato potrebbero indurre la banca centrale ad allentare le impostazioni monetarie. EurUsd che ha rotto 1.1700 e scende verso i primi supporti chiave a 1.1650. Attenzione alle enormi posizioni long Euro sui futures a Chicago, che potrebbero essere scaricate nei giorni a venire, generando un sell off importante. Il dollaro sale anche contro Jpy verso obiettivi di 157.80 e nel caso di rottura, anche 159.50 – 160.00. Biglietto verde che torna quindi quello di Bretton Woods, ovvero valuta rifugio nei momenti di tensione globale. Il medesimo discorso vale per oceaniche e sterlina mentre sul franco svizzero si segnala il probabile intervento della Snb sui minimi di 0.9030 d EurChf e di 0.7670 di UsdChf. Prezzi tornati rispettivamente a 0.9120 e 0.7810.
INDICE PMI USA.
L’indice PMI manifatturiero ISM è sceso a 52,4 a febbraio 2026 da 52,6 a gennaio, ma è rimasto al di sopra delle aspettative del mercato, pari a 51,8. La lettura ha segnalato un secondo mese consecutivo di espansione nel settore manifatturiero, sebbene a un ritmo leggermente inferiore. Un aumento più contenuto è stato registrato per i nuovi ordini (55,8 contro 57,1) e la produzione (53,5 contro 55,9), mentre l’occupazione (48,8 contro 48,1) e le scorte (48,8 contro 47,6) sono rimaste in contrazione. Allo stesso tempo, si sono intensificate le pressioni sui prezzi, con il sottoindice che ha raggiunto il livello più alto da giugno 2022 (70,5 contro 59), trainato dagli aumenti di acciaio e alluminio e dai dazi applicati a molti beni importati. Le consegne ai fornitori (55,1 contro 54,4) hanno indicato un ulteriore rallentamento per il terzo mese consecutivo. “Dei sei maggiori settori manifatturieri, quattro (prodotti chimici, macchinari, attrezzature per il trasporto e prodotti informatici ed elettronici) hanno registrato un’espansione a febbraio”, ha affermato Susan Spence, presidente del comitato per l’indagine sulle imprese manifatturiere dell’ISM.
PETROLIO ANCORA IN RIALZO.
I future sul greggio WTI sono saliti di oltre il 2%, raggiungendo i 73 dollari al barile martedì, dopo un rialzo di circa il 6% nella sessione precedente, lasciando perto un chiaro gap rialzista a quota 68.15. La ragione è ovviamente legata all’escalation delle ostilità in Medio Oriente e i crescenti rischi di una chiusura completa dello Stretto di Hormuz. Trump ha affermato che gli Stati Uniti avrebbero fatto “tutto il necessario”, quando gli è stato chiesto per quanto tempo la guerra con l’Iran potesse durare. Un alto funzionario statunitense avrebbe anche indicato che gli Stati Uniti stavano preparando una significativa escalation di attacchi contro l’Iran nelle prossime 24 ore, prendendo di mira la sua produzione missilistica, i droni e le risorse navali. Nel frattempo, un alto funzionario iraniano ha avvertito che le navi che tentassero di attraversare lo stretto potrebbero essere prese di mira. Il flusso di petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, un punto di strozzatura vitale che rappresenta circa un quinto delle spedizioni globali di petrolio, si è di fatto bloccato a causa dei maggiori rischi per la sicurezza. Anche Saudi Aramco ha temporaneamente sospeso le operazioni presso la sua raffineria di Ras Tanura, la più grande del regno, mentre valutava i danni dopo che un drone ha colpito l’impianto. Ciò ovviamente, non può che limitare fortemente l’offerta di petrolio con altrettanto ovvie conseguenze sui prezzi nelle catene di approvvigionamento globale.
Saverio Berlinzani

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