Si respira nell’aria un odore strano e niente affatto piacevole, che sa di epilogo, di ultimo atto. Che resta da scrivere, naturalmente, e che comunque pare già nelle cose. Potrei anche sbagliarmi, per carità: Berlusconi ha dimostrato già una volta di saper rinascere sopra le proprie presunte ceneri costruendoci sopra una travolgente vittoria elettorale. Ma a misura del crescente avviluppamento della situazione politica su alcuni tormentoni (dall’ossessione dei processi cui il premier vuole sottrarsi alle conseguenti ansie di riforma della ‘giustizia’, dall’esplosione di casi di presunto malaffare e di sospetta contiguità di esponenti PdL con la criminalità organizzata, per finire con lo scontro con Fini e con le campagne di stampa sulla arcinota casa di Montecarlo, dalla spasmodica caccia al deputato per il raggiungimento della fatidica quota “316” alla reviviscenza di quel trasformismo così radicato nella nostra tradizione parlamentare), il re è diventato definitivamente nudo. E ha vieppiù mostrato un aspetto meno rassicurante di quello piacionesco spesso esibito per accattivarsi, da grande e manovriero comunicatore, simpatie e consensi tanto vasti: un volto da padrone – insofferente e autoritario – particolarmente incline a coltivare rapporti con leaders non proprio democratici sparsi in varie province del globo e altrettanto meno disposto a occuparsi di qualcosa che non sia riconducibile alla propulsione del proprio già immenso potere. Guardate la contrattura del suo volto: lì è scritto il momento di crisi, forse irreversibile, della sua vicenda politica.
Dinanzi ad una nuova campagna elettorale, cosa verrà a raccontarci una volta di più? Ci dirà di nuovo che questo Paese va male per colpa dei comunisti, che (solo) lui è un campione delle libertà? Tornerà dinanzi a noi con la canzonetta stilecoreadelnord meno male che Silvio c’è, con la bella favoletta che “non lo hanno lasciato governare”? Ora siamo certi: è solo allergia alla dialettica democratica, è più forte di lui. Che cosa si inventerà stavolta? O forse sarebbe l’ora di domandarsi: che cosa è giusto che pretendiamo da un qualsiasi leader che voglia candidarsi a premier di un Paese caduto già così in basso? Che cosa non possiamo più tollerare, da chicchessia? Che cosa possiamo e dobbiamo fare noi per il nostro Paese?
Il clima è destinato a peggiorare. La sensazione è di essere su un treno che corre all’indietro, senza bussola, mentre in sala macchina sono intenti a darsele di santa ragione. C’è uno smarrimento senza precedenti, forse più drammatrico di quello che accompagnò Tangentopoli, appunto perché è evidente che quella stagione non ha prodotto i frutti sperati e venti anni sono passati drammaticamente invano.
L’unica opposizione efficace sembra quella che gli scatena il suo ex-alleato, Gianfranco Fini. Per il quale tuttavia la situazione sta diventando insostenibile: come può il Presidente della Camera onorare con la dovuta terzietà ogni passaggio parlamentare venturo e, soprattutto, come può egli pretendere la fiducia di tanti cittadini-elettori se non ha il coraggio di fare l’unico passo che d’un colpo è in grado di restituirgli tutta la credibilità e l’autorevolezza che gli servono per sviluppare un nuovo progetto per il Paese e per la politica italiana? La dimissioni da Presidente della Camera lo libererebbero d’un tratto dai sospetti, lo rimetterebbero in volo, ne sancirebbero la riappropriazione del ruolo di leader – come egli già fu agli inizi degli anni Novanta, prima di cadere in un lento e usurante oblio. Se no, appunto, il sospetto che non si sia mai trattato di un leader, bensì di un abile anche se poco lungimirante uomo di calcolo – ovvero di un ragioniere – sarebbe incancellabile.
La invisibile consistenza della proposta dell’opposizione che sta a centro-sinistra completa il quadro desolante: il Pd è un giovane virgulto che soffre d’autismo, parla con se stesso e se lo filano sempre in meno. Che pena.
Ma la pena più grave è per l’Italia. Per una malvagia combinazione – se qualcuno ancora non se ne è accorto – è autunno per l’Italia, prima che per il Cavaliere e per questa inconcludente oligarchia di piccoli uomini.
Paolo Marini

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