Commento: Caro Direttore (sono un giornalista pubblicista) volevo sottoporre un argomento di solito ignorato come quello che, in sede di dichiarazione dei redditi, dopo anni di dominio pressoché assoluto della Chiesa Cattolica, il numero delle chiese “alternative”, riformate od ortodosse, è aumentato di molto. Tutte queste realtà, dalla Chiesa Valdese, sino alla Chiesa Battista, passando per le Assemblee di Dio e le chiese Avventiste del 7° giorno, la spartizione dell’8 per mille dell’Irpef, ha dato – ne sono convinto – beneficio anche a tutta quella platea di movimenti protestanti satellitari come i diffusi Evangelici ed i ferventi Pentecostali , la Chiesa apostolica italiana o ancora, ad es., le Assemblee dei fratelli, per citarne alcuni. C’è infatti un fenomeno, che specie negli ultimi vent’anni, in particolare con l’avvento del web e del digitale, ha dato espansione a una abitudine che da originaria attività missionaria di corredo alla chiesa d’appartenenza è ormai diventata una filiera produttiva che lascia almeno in parte inevasa la domanda, legittima, sull’abbondanza, al netto dell’8 per mille e dell’abitudine rituale della decima (il 10% del proprio stipendio, per cui bastano 200 fedeli che guadagnano 1.500 euro al mese per avere una rendita da 30 mila euro da destinare ad altari, missioni, orologi al pastore o nuove sedi), di finanziamenti a flusso regolare e cospicuo per tutte quelle associazioni, o forse è meglio dire circuiti radiofonici, che, da una diffusione dei contenuti ad uso e consumo degli affiliati e altresì dei non credenti della realtà locale, sono passati a una vera e propria produzione radiofonica interna ed esterna ai circuiti stessi, avvalendosi delle più sofisticate tecnologie mediatiche. Specie in assenza di contributi pubblicitari (lo sanno bene le emittenti commerciali che prive di sponsor non sussisterebbero), com’è possibile che tutte queste realtà assumano i profili di vere e proprie aziende con assetto e impiego giornaliero e full time di frotte di lavoranti, pardon collaboratori, come fossero a libro paga, mentre la dichiarazione fiscale asserita è quella di associazioni senza scopo di lucro? Dalle bobine siamo arrivati alle regie automatiche digitali e a una professionalizzazione delle emittenti decisamente diversa da quella degli esordi, dunque anche molti obiettivi contenuti nello statuto del Crei, sono ormai obsoleti. Rimane invece viva la necessità, per il diverso mosaico di radio evangeliche italiane, di proseguire in un percorso di formazione comune. Oltre al Crei, da tempo sono attive sul territorio nazionale realtà come la Federazione delle associazioni di radio evangeliche (Fare) che è anche un centro di produzione e distribuzione di programmi per il proprio circuito, il network sotto il cappello di Radio Evangelo delle Assemblee di Dio in Italia (Adi) e quello delle radio avventiste (le due enitità ecclesiali riformate che possono fruire dell’8 per mille) che attraverso piattaforme digitali e satellitari (avete capito bene) distribuiscono contributi audio alle proprie associate. Piattaforme digitali e satellitari, e chi parla lo fa con cognizionne di causa, le migliori strumentazioni a disposizione, costantemente mantenute e revisionate. Siamo davvero certi che, senza la benché minima retribuzione, si possa mantenere una casa, un’autovettura, mangiare, avere un guardaroba sempre pieno ed ordinato o i fratelli (magari più di latte che di spirito) provvedano a colmare reciprocamente le proprie lacune? Modalità, semmai, che rammentano il comunitarismo anglosassone piuttosto che un libero scambio soprattutto religioso tra persone accomunate dal medesimo Salvatore. Una volta c’erano i missionari statunitensi, ora i protestanti autoctoni sembrano avere imparato l’arte ed averla messa da parte.
Andrea Randighieri

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