
A distanza di pochi mesi due morti eccellenti, Osama Bin Laden e Mu’ammar Gheddafi: al di là delle differenze due morti molto sospette e la seconda una vera e propria esecuzione, più cruenta, da autentico voltastomaco. E’ questo il retro-volto, violento e cinico, delle democrazie, di quelle più o meno antiche e anche di quelle che (si spera) nasceranno?
Non ho saputo gioire di queste morti; non è perbenismo, né moralismo, è che non mi soddisfa la liquidazione sommaria di due personaggi che l’Occidente ha coccolato e combattuto, in un avvicendarsi di fatti, nell’emergere di contraddizioni unite dal filo invisibile della ragione di Stato e degli interessi economici. Nel caso di Gheddafi, se per un verso egli ha trovato la morte per mano dei suoi ex-sudditi, dall’altro essa appare come il frutto di un ampio mandato di varie cancellerie europee ed extraeuropee. Quella che poteva essere una battaglia di libertà era già irrimediabilmente corrotta e invischiata nel solito pantano di interessi neo-coloniali.
E così non mi soddisfa la facile divaricazione tra “buoni” e “cattivi”.
Né posso accontentarmi del carosello della fortuna come spiegazione: ieri sull’altare, oggi nella polvere, come toccò a Napoleone. Perché il ragionamento si sposterebbe su un livello esistenziale nel momento in cui non si può prescindere dalla storia e dal diritto.
Anche la vicenda di Benito Mussolini fu liquidata in modo analogo a quella di Gheddafi e, in anni più recenti, così è stato l’epilogo di Ceausescu, che ho sempre considerato – in una classifica tutta personale – come il più ignobile dei tiranni morti ammazzati.
Naturalmente ogni accostamento tra le varie ‘storie’ suscita da subito notevoli (e corretti) distinguo ma in tutti questi casi appare inequivoca la fretta di archiviare la vicenda di un uomo che forse, da vivo, potrebbe ancora guadagnare seguito, attenzione, consensi, perché è pretestuoso ritenere che perfino i dittatori, gli autocrati (o i terroristi, nel caso di bin Laden) non abbiano alle spalle un consenso popolare, almeno e non solo nel momento dell’ascesa al potere; un uomo del genere, se ancora vivo, potrebbe soprattutto svelare gli intrecci perversi, politico-economici, le connivenze e le complicità che hanno accompagnato il suo cammino. Che non diminuirebbero oggettivamente le sue responsabilità ma getterebbero luci aggiuntive sulla qualità del potere e del suo esercizio anche nei regimi democratici o liberal-democratici, che nel mondo si caricano dei vessilli delle libertà, del rispetto dei diritti umani, dell’aggancio strutturato alla sovranità dei popoli.
Queste morti sembrano tenute insieme da un minimo comune denominatore: l’ambiguità e la debolezza, la pericolosità intrinseca del potere statuale (quasi) qualunque sia il regime che lo regge. Non per voler mescolare, come suol dirsi, la zuppa con il pan bagnato; semmai per non accettare come un assioma l’idea che, trattandosi di un potere democraticamente eletto, il suo esercizio sia ipso facto ispirato al bene comune e per ciò stesso “giusto”, indipendentemente dalle circostanze e dalle concrete modalità del suo svolgimento.
Ora, nel caso della Libia, mi domando come e quale democrazia possa nascere se, con la giostra della giustizia sommaria, si sta chiudendo la bocca a coloro che debbono render conto dei loro crimini, dei misfatti perpetrati lungo l’arco di decenni. Fatti compiuti con il sostegno di milioni di persone, dentro e anche fuori i confini di quel Paese (e non si tratta solo del sostegno dei governi occidentali ma anche, solo per fare un esempio, di quello indiretto dei cittadini: a quanti italiani è piaciuto il trattato con il regime di Gheddafi solo perché garantiva di ripulire le nostre coste dallo sbarco di migliaia di disgraziati provenienti dal cuore dell’Africa, non importando affatto se con i denari del contribuente si andava a finanziare la pulizia del dittatore nelle invisibili contrade del deserto libico?). E ora, dunque, in Libia, come si pensa di far nascere una democrazia autentica, vitale, sulla pianta di una storia che rischia di non essere elaborata, metabolizzata e quindi pacificata? L’assassinio dei tiranni è una comoda fuga dalle responsabilità e dalla storia. Anche dalle responsabilità dei Paesi liberi, anche dalla nostra storia.

Caro Paolo,
Non chiudere gli occhi di fronte all’ovvio, è questo il sistema USA, nato con loro, vive con loro, morirà dopo di loro e non prima, tu stesso hai nominato Napoleone che gli Inglesi, manco avevano pensato di uccidere, fosse stato per gli Inglesi, passo dopo passo, sarebbe scomparsa questa crudeltà.
Rappresenta la tipica uccisione Texana.
Non dico che senza di loro non ci sarebbe, ma la Storia prova, che dove arriva la loro leadership, diventa parte del protocollo, frequente come le condanne a morte in Texas.
Concordo che sia una procedura “ovvia” (nel senso che accade quasi sempre così), non sul fatto che sia (soprattuttto o soltanto) di marca Usa…
Direi comunque che è di marca non Anglo-Europea, perché la capacità di convivere tra un grande Continente e un articolato arcipelago, aiutata dalla presenza di ben quattro enormi penisole che ammortizzano, permette quella cosa unica che si chiama Civiltà Europea, di cui siamo gli indegni figli.