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L’Arabia Saudita e le monarchie sotto attacco: la priorità della sicurezza nazionale

Per l’Arabia Saudita e le monarchie del Golfo, sono ore molto difficili. Dopo l’intervento militare congiunto di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran, la Repubblica Islamica sta attuando una ritorsione senza limiti contro le monarchie della regione, colpendo non soltanto le basi americane lì ospitate – come negli scenari da manuale – ma anche le infrastrutture civili, come nei peggiori scenari asimmetrici. Aeroporti, porti, raffinerie, edifici residenziali e turistici: la connettività aerea e marittima del Golfo è sotto attacco, così come la sicurezza economica di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait, Oman, tutti colpiti dai missili e droni lanciati da Teheran. Sicurezza economica che è fatta di energia, di commercio e di trasporti marittimi e aerei, di mobilità e turismo. Sono i punti di forza delle capitali arabe del Golfo, trasformatisi – mai come ora – in fattori di vulnerabilità.

di Istituto Ispi | 4 Marzo 2026

di Eleonora Ardemagni*

Per l’Arabia Saudita e le monarchie del Golfo, sono ore molto difficili. Dopo l’intervento militare congiunto di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran, la Repubblica Islamica sta attuando una ritorsione senza limiti contro le monarchie della regione, colpendo non soltanto le basi americane lì ospitate – come negli scenari da manuale – ma anche le infrastrutture civili, come nei peggiori scenari asimmetrici.

Aeroporti, porti, raffinerie, edifici residenziali e turistici: la connettività aerea e marittima del Golfo è sotto attacco, così come la sicurezza economica di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait, Oman, tutti colpiti dai missili e droni lanciati da Teheran. Sicurezza economica che è fatta di energia, di commercio e di trasporti marittimi e aerei, di mobilità e turismo. Sono i punti di forza delle capitali arabe del Golfo, trasformatisi – mai come ora – in fattori di vulnerabilità. Nel 2025, Iran e poi Israele avevano già colpito il Qatar, rispettivamente la base militare americana di Al-Udeid e una riunione di Hamas. Ma questa guerra è uno scenario diverso e più grave.

È l’incubo ‘diffuso’ che l’Arabia Saudita e le monarchie del Golfo hanno sempre cercato di scongiurare mediante la diplomazia in Medio Oriente, al netto di alcune ricostruzioni giornalistiche. Proprio perché avevano estrema contezza del rischio possibile: la sicurezza è il bene immateriale più prezioso per Riyadh e le altre, soprattutto nell’attuale fase di trasformazione economico-sociale post-oil. Non ci sono rivalità o lotte geopolitiche che possano valere giorni, vite, cronache, danni – anche d’immagine – come questi.

L’Arabia Saudita e le monarchie del Golfo si trovano ora davanti a una grande questione di sicurezza nazionale e collettiva: è questo il piano politico a partire dal quale le leadership stanno ragionando sul ‘che fare’. La politica estera viene dopo, anche se qualunque reazione (diplomatica, economica, militare) intrapresa dalle monarchie per difendere i propri confini ha e avrà, ovviamente, un potente impatto politico all’esterno.

Il supporto di difesa degli alleati che qui hanno basi militari è fondamentale: dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna (che ha basi in Bahrein e Oman) e forse presto anche la Francia (che ha una base negli Emirati Arabi). A livello militare, le monarchie stanno dando prova di saper contenere i danni maggiori di questo stillicidio: solo gli Emirati hanno affrontato, con gli alleati, 165 missili balistici, 2 missili da crociera e 541 droni iraniani tra il 28 febbraio e il 1° marzo. Abu Dhabi ha chiuso l’ambasciata a Teheran e ha ritirato l’ambasciatore. Ma questa realtà non può continuare.

Mostrarsi attaccabili troppo a lungo non è un’opzione, specie in Medio Oriente. Il 1° marzo, è arrivato un primo segnale dalla riunione d’emergenza dei ministri degli esteri delle sei monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), con un comunicato che sottolinea “il diritto legale all’autodifesa”. Poche ore prima, la vice ministra emiratina per la cooperazione internazionale Reem Al-Hashimy aveva dichiarato alla CNN che il suo paese “non rimarrà inerme se gli attacchi continueranno”. Il giorno prima, l’Arabia Saudita aveva scritto in un comunicato di riservarsi “l’opzione di rispondere all’aggressione” iraniana. Stavolta, più che retorica è sembrato un avvertimento vero.

Anche perché, a soli tre giorni dall’inizio, la dimensione marittima del conflitto (porti; petroliere; Hormuz), è già diventata centrale accanto a quella aerea. E questo trend potrebbe ancora aumentare quando l’Iran – se la guerra si protraesse con questa intensità – dovrà cominciare a risparmiare sui quantitativi di missili e droni da lanciare.

Per l’Arabia Saudita e le monarchie del Golfo, la guerra di Israele e degli Stati Uniti all’Iran è già diventata un tornante politico. Le garanzie di sicurezza americane, scritte (come l’ordine esecutivo del presidente Trump per la difesa del Qatar), o verbali (le uniche che fin qui hanno ottenuto i sauditi), non servono per la deterrenza se dall’altra parte c’è una Repubblica Islamica che combatte per la propria sopravvivenza. Senza l’intervento militare israeliano-statunitense, Riyadh, Abu Dhabi, Doha e le altre non sarebbero, però, state colpite in questo modo dai missili di Teheran. Il precedente gravissimo degli attacchi iraniani a Saudi Aramco nel 2019 non è paragonabile – per portata strategica e implicazioni militari – a quanto sta accadendo ora.

Quando l’emergenza sarà finita, la scelta di un attacco preventivo da parte di Tel Aviv e Washington non potrà che pesare nelle analisi delle leadership del Golfo, insieme alla decisione di Trump di assecondare, ancora, la strategia militare totale israeliana, come già è avvenuto in alcune riflessioni seguite alla guerra dei dodici giorni. Pensare che, una volta finita la guerra all’Iran, Arabia Saudita e Israele siano destinate a un’armoniosa convivenza in Medio Oriente è uno scenario miope, che ignora la diffidenza di Riyadh per un vicino, come ora Tel Aviv, che usa la forza per ridisegnare la regione secondo le sue priorità di sicurezza.

Vista dalla riva araba del Golfo, l’urgenza del momento è però fermare la ritorsione iraniana. Il prima possibile. La diplomazia regionale è la strada che l’Arabia Saudita e le monarchie – per realismo geografico – continueranno a perseguire se e quando ci sarà spazio. Consapevoli, però, che stavolta il ripristino della sicurezza nazionale è prioritario. E potrebbe richiedere anche altri strumenti. 

Eleonora Ardemagni

*Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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