
Nel secondo dopoguerra Indro Montanelli, brillante giornalista del “Corriere della Sera”, pubblica il libello-romanzo autobiografico “Qui non riposano” (1945), in cui dà voce agli italiani che nell’Italia postfascista vivono a disagio la rinascita dei partiti e diffidano della politica, perché “la politica la gente dabbene non la fa, […] ne parla un quarto d’ora al giorno. […] Se non ne ha voglia non va nemmeno a votare, e la nazione non crolla per questo”. Nell’opera successiva “Il buonuomo Mussolini” (1947), e nei tanti articoli e libri degli anni a venire, Montanelli banalizza la tragica esperienza del fascismo, descritta come una “dittatura da operetta” guidata da un duce gigione che “di terribile, non aveva fatto che smorfie”. Una dittatura tutt’altro che feroce, raccontata con argomentazioni semplicistiche e superficiali, punteggiate di involontaria comicità: la marcia su Roma nacque come risposta alla vittoria dei bolscevichi a Pietrogrado; la polizia politica segreta, denominata misteriosamente “Ovra”, capillarmente presente nel territorio della penisola, aveva lo scopo di spaventare i pochi antifascisti; il colonialismo italiano in Etiopia e in Libia, a differenza di quello rapace delle potenze europee, dedito solo allo sfruttamento, perseguiva l’obiettivo di civilizzare i popoli africani; l’alleanza del regime con Hitler era stato un infortunio diplomatico; le leggi razziali erano il frutto della volontà del fascismo di far capire ai tedeschi nazisti che gli italiani erano “brava gente”; la crisi del fascismo era stata originata da una congiura di palazzo; la Repubblica di Salò fu una trovata geniale di Mussolini che voleva salvare gli italiani dalla furia vendicatrice degli ex alleati tedeschi diventati nemici dopo l’8 settembre 1943; la Resistenza, infine, fu un espediente escogitato dai fascisti che cambiarono bandiera. Abituato, sulla scia del suo maestro Giuseppe Prezzolini, a leggere la realtà all’insegna di una visione scettica e dissacrante della storia e degli uomini e a considerare gli italiani sentina di tutti i vizi, inadatti al sistema parlamentare, alla democrazia, Montanelli equipara fascisti e antifascisti, spiegando che sono la faccia di una stessa medaglia. La loro diversità ideologica è apparente e mal nasconde una realtà fatta di opportunismo, di viltà, di miserie morali e di comuni finalità consistenti nel soddisfare ambizioni personali e sete di potere. Caduto il fascismo, dice Montanelli, l’antifascismo non ha ragion d’essere. Il giornalista svilisce anche la Resistenza, presentata come un evento cupo e marginale e non, come in effetti fu, un’esperienza storica inevitabilmente sanguinosa e divisiva, ma necessaria a realizzare la più importante cesura della storia d’Italia. Insofferente verso l’antifascismo, i partigiani, i comunisti, i democratici, che lo hanno ossessionato nel corso della sua vita, Montanelli non riesce a concepire nel nostro Paese l’esistenza di una “minoranza eroica” di uomini e donne che a rischio della propria vita e di quella dei loro familiari sceglie di prendere parte alla lotta di Liberazione e di ribellarsi al fascismo e ai suoi miti o disvalori (quelli della forza e della violenza, della disuguaglianza delle nazioni, delle razze e dei sessi), riscattando così l’indifferenza storica, la pigrizia e la superficialità di tanta parte del popolo italiano. Non ci sorprende perciò che nella prima metà degli anni Cinquanta del Novecento Montanelli assecondasse il velleitario tentativo di un colpo di stato in Italia dell’ambasciatrice americana Clara Boothe Luce, che, pur sacrificando la democrazia, avrebbe salvato la nazione dal comunismo. Nel maggio del 1964, quando il Pci non c’è ancora nei locali di viale Mazzini, sulle pagine del “Corriere della Sera” Montanelli denuncia la presenza dei comunisti nella Rai-tv. Dieci anni dopo, non in sintonia con l’orientamento “sinistrorso” del “Corriere della Sera” diretto da Piero Ottone, Montanelli fonda il “Giornale nuovo”. Nel 1976, in occasione delle elezioni politiche, replicando un’espressione coniata nel 1952 dallo storico Gaetano Salvemini (“stringiti fortemente il naso […] e vota a favore di Pri, Pli e Psdi”), Montanelli invita i suoi elettori a “turarsi il naso” e votare DC, come unico modo per evitare il temuto sorpasso del Partito comunista. Nel marzo del 1981, quando vengono scoperti gli elenchi dei 962 iscritti alla loggia massonica Propaganda 2 (P2), del “maestro venerabile” Licio Gelli, che contiene i nomi di esponenti politici dei vari partiti, nonché di alti magistrati, imprenditori, professori universitari, giornalisti, dirigenti della Rai, banchieri, finanzieri, vertici delle forze armate e dei servizi segreti, il giudizio di Montanelli verso quella organizzazione segreta non sarà particolarmente severo. Come quando scrive del fascismo e di Mussolini, Montanelli giudica quasi farsesco l’operato di Gelli e una “baggianeria” le sue trame contro le istituzioni democratiche. Se è vero che, al pari dell’arte, il giornalismo che veramente informa è mezzo potente di incivilimento, dubito che il giornalismo drogato dalle ossessioni di Montanelli abbia aiutato l’Italia a diventare un paese migliore.
Lorenzo Catania

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