
A Bruxelles la diplomazia europea ha messo in scena l’ennesimo atto di una strategia fondata sull’ambiguità e sull’ipocrisia.
Il Consiglio Affari Esteri ha formalizzato sanzioni contro i coloni estremisti in Cisgiordania. Una decisione che, sebbene presentata come una svolta, somiglia più a un’operazione di chirurgia estetica per coprire l’immobilismo politico dell’Unione.
Siamo davanti a una incoerenza vergognosa.
Con una mano, l’UE colpisce la Russia con un vigore senza precedenti, arrivando al 21° pacchetto di misure punitive.
Con l’altra, si rapporta alla questione palestinese con una timidezza ossequiosa che diventa complicità.
Invece di colpire le strutture dello Stato responsabile dell’occupazione, ci si limita a colpire pochi individui violenti, trattandoli come anomalie isolate anziché come braccio operativo di una strategia governativa precisa, quella dei ministri Ben-Gvir e Smotrich.
L’Italia ha giocato un ruolo di primo piano nel sabotaggio delle misure più incisive. Il Ministro degli Esteri Tajani ha scelto la via del tecnicismo e delle obiezioni procedurali nascondendosi dietro la mancanza di “proposte formali” per evitare di sostenere il blocco commerciale ai prodotti delle colonie,; come invece era stai proposto con forza da Spagna, Irlanda, Francia e Svezia.
Roma, che avrebbe potuto essere il perno di una nuova maggioranza qualificata capace di scuotere i rapporti economici con Tel Aviv, ha preferito agire da custode dello status quo.
La narrativa del “dialogo necessario” promossa dal governo Meloni appare sempre più come uno scudo per proteggere l’Accordo di Associazione UE-Israele. Un trattato che, sulla carta, dovrebbe essere subordinato al rispetto dei diritti umani, ma che nei fatti viene considerato un dogma intoccabile, nonostante le evidenze che arrivano dai territori occupati.
Oggi, in un mondo in fiamme devastato da conflitti e da guerre, la credibilità morale dell’Europa si sgretola tra le vigne e gli insediamenti della Cisgiordania.
Ma la porta della speranza non è chiusa dai vertici di Bruxelles, ma resta aperta grazie alla mobilitazione civile. I giovani e i cittadini che da mesi occupano le piazze contro il genocidio in corso rappresentano la vera coscienza di un’Europa che non vuole rassegnarsi al cinismo geopolitico.
È in queste piazze che si difende l’onore di un continente nato sulle macerie della guerra e sulla promessa di difendere gli oppressi, ovunque essi siano, con una solidarietà internazionale che non fa sconti a chi usa la forza e la violenza.
Enrico Rossi

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