
Dietro le grandi aziende del lusso, della logistica e dietro tanti prodotti agricoli c’è spesso una realtà di sfruttamento brutale e schiavistico.
Questo articolo è basato su una serie di inchieste de il Post, il giornale online diretto da Luca Sofri. Un lavoro giornalistico puntuale, documentato, coraggioso. Merita di essere letto, diffuso, discusso.
Racconta storie vere che svelano quello che spesso si preferisce non vedere: il lato oscuro del nostro sistema produttivo, anche quello di cui ci vantiamo di più.
Ecco una sintesi di questo lavoro di inchiesta.
Dietro i grandi marchi del lusso – Loro Piana, Dior, Armani, Valentino – e dietro le grandi piattaforme della logistica – Amazon, DHL, Esselunga, FedEx – si scoprono filiere costruite sull’illegalità, sull’opacità, sulla sistematica violazione dei diritti.
Lavoratori sfruttati, turni estenuanti, contratti falsi, paghe da fame, caporalato, minacce. Un sistema che coinvolge migranti senza documenti, ma anche lavoratori assunti formalmente e poi costretti a restituire parte dello stipendio.
Un sistema che si regge sull’esternalizzazione: l’azienda committente affida il lavoro a una società “regolare”, che lo gira a una seconda, che lo subappalta a una terza. E lì, nella terza, c’è lo sfruttamento. C’è la notte, il pericolo, il silenzio. C’è la violenza.
A Milano, il PM Paolo Storari ha avuto il coraggio di ribaltare lo schema: non indagare solo i subappaltatori, ma anche i marchi. Perché chi ordina e paga ha anche il dovere di controllare.
Nel distretto orafo di Arezzo, la situazione non è migliore. Centinaia di aziende lavorano in conto terzi per il lusso, un sistema fatto di aziende che vivono su manodopera bangladese o pakistana, costretta a lavorare 12-15 ore, con macchinari vecchi e insicuri, spesso in nero, paghe decurtate, lavoro minorile, dormitori e minacce alle famiglie nei paesi d’origine. Alcuni operai raccontano che i datori li accompagnano in banca per “farsi restituire” parte dello stipendio.
Stesso schema nella logistica: Amazon, DHL, BRT, UPS, Esselunga, FedEx sono tutte finite sotto inchiesta. Il modello è fondato su appalti a cascata, cooperative-fantasma, false partite IVA, finti part-time. In quattro anni a Milano sono stati regolarizzati 10mila lavoratori e recuperati 438 milioni di tasse evase.
Nel sud del Lazio, nei campi dell’Agro Pontino, la comunità sikh lavora sotto caporali violenti, anche conniventi con aziende agricole. Satnam Singh, 31 anni, è morto dissanguato dopo un incidente sul lavoro: il datore di lavoro ha impedito ai colleghi di chiamare i soccorsi per oltre un’ora e mezza, lasciando l’operaio a agonizzare per non “danneggiare l’azienda”.
A Forlì, nel distretto dell’imbottito, 11 operai della Sofalegname hanno denunciato condizioni di semi-schiavitù: 12 ore al giorno, 7 giorni su 7, meno di 5 euro l’ora, nessun riscaldamento, né casa, né contratto stabile. Dormivano e cucinavano nel magazzino dove lavoravano. L’azienda, formalmente indipendente, opera in appalto per Gruppo 8, controllata da una multinazionale di Singapore. Ma secondo i lavoratori e i sindacati, la separazione tra appaltante e appaltatore è solo di facciata.
Cinque esempi, cinque storie, ma dietro c’è una realtà più vasta, che riguarda l’intero Paese.
Il dramma è che questo sistema produce il Made in Italy. Quello che esportiamo con orgoglio come eccellenza, e che raccontiamo come tradizione.
Ma che troppo spesso, nei fatti, si regge su lavoro irregolare, insicuro, invisibile, e su operai spesso immigrati anche loro invisibili e senza diritti.
Giustamente vogliamo difendere le nostre produzioni dai dazi che vorrebbe imporre Trump.
Dovremmo anche tutelare di più il lavoro e intervenire con più fermezza e decisione per punire chi sfrutta in modo barbaro e disumano.
Enrico Rossi

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