
Ancora una volta, quell’angolo infetto di mondo torna a bruciare, a sputare fumo e veleno sulle acque rassegnate del Golfo Persico. E puntuale come una cambiale scaduta, ecco che si leva il coro dei professionisti del rammarico. Questa volta tocca ad António Guterres, l’uomo che siede sullo scranno più alto di quel monumentale palcoscenico dell’inutilità che chiamiamo ONU. Si dice «allarmato», il Segretario Generale. Dice che guarda con «profonda preoccupazione» agli attacchi contro le navi cisterna, alle esplosioni che squarciano la pancia delle petroliere.
Allarmato. Che parola soffice, felpata, squisitamente diplomatica. Una parola che non sporca le mani di sangue e non costringe a guardare in faccia il mostro. Mi fa rabbia, capite? Mi fa rabbia questo vocabolario da salotto buono mentre il mondo reale, quello vero, viene preso a calciate nel ventre. Perché dietro la formuletta burocratica di Guterres c’è la solita vecchia, vigliacca commedia del non-dire, del non-vedere, del non-capire.
Cosa c’è da essere allarmati, mi chiedo, quando si assiste alla logica esatta e spietata del fanatismo? Quello che succede a Hormuz non è un incidente di percorso, non è un fulmine a ciel sereno che coglie di sorpresa le anime candide del Palazzo di Vetro. È il risultato inevitabile di un ricatto perpetuo. Quel braccio di mare largo appena una manciata di miglia è la giugulare del mondo occidentale. Chi controlla Hormuz controlla il respiro delle nostre fabbriche, delle nostre automobili, delle nostre case. E i padroni del terrore lo sanno. Lo sanno benissimo. Usano le mine e i siluri per ricordarci quanto siamo fragili, quanto siamo disposti a calare le braghe pur di non perdere le nostre maledette comodità.
E l’ONU cosa fa? Emette comunicati. Esprime auspici di moderazione. Invita «tutte le parti alla massima prudenza». Come se si potesse mettere sullo stesso piano chi aggredisce nel buio e chi cerca solo di navigare in acque internazionali. Questa non è diplomazia, questa è cecità volontaria. È il rifiuto ostinato di chiamare le cose con il loro nome, per paura di offendere i carnefici, per il terrore di dover poi agire di conseguenza.
Pensare di spegnere quegli incendi con le risoluzioni delle Nazioni Unite è come pretendere di fermare un carro armato lanciato a tutta velocità sventolando un fazzoletto di seta bianca.
Guterres si allarma, sì. Ma il suo allarme è il sintomo di un’Europa e di un Occidente che hanno perso la memoria e il coraggio. Abbiamo dimenticato che la libertà ha un prezzo, che la sicurezza delle rotte non è un diritto divino ma una conquista che va difesa, se necessario, con i denti. Finché continueremo a rispondere alle bombe con la diplomazia dell’ambiguità, finché baratteremo la nostra dignità per un barile di greggio, lo Stretto di Hormuz continuerà a essere il teatro della nostra umiliazione. E nessun comunicato stampa, per quanto accorato, potrà mai cancellare questa vergogna.
Giuseppe Basilico

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