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“L’Albania non è in vendita”: cosa c’è dietro la protesta che scuote Tirana

Da fine maggio, le strade di Tirana e non solo sono animate da proteste contro il progetto di un resort di lusso che dovrebbe sorgere sull’isola di Sazan e a Zvernec, località costiera nella laguna di Narta. Il progetto fu inizialmente annunciato nel 2024, con un investimento complessivo da oltre 5 miliardi di euro della Atlantic Incubation Partners, società legata alla Affinity Partners, il fondo di investimenti di Jared Kushner, il genero e consigliere del presidente USA Donald Trump. “L’Albania non è in vendita” è il motto principale della piazza, il cui simbolo identificativo è il fenicottero rosa. Questo animale è infatti tra le specie protette che popolano la zona interessata dal progetto: un’area che ricade nel Parco nazionale del fiume selvaggio Vjosa e che comprende l’isola di Sazan (Saseno), dove le foche monache e le tartarughe marine trovano riparo.

di Istituto Ispi | 13 Giugno 2026

di Giorgio Fruscione*

Da fine maggio, le strade di Tirana e non solo sono animate da proteste contro il progetto di un resort di lusso che dovrebbe sorgere sull’isola di Sazan e a Zvernec, località costiera nella laguna di Narta. Il progetto fu inizialmente annunciato nel 2024, con un investimento complessivo da oltre 5 miliardi di euro della Atlantic Incubation Partners, società legata alla Affinity Partners, il fondo di investimenti di Jared Kushner, il genero e consigliere del presidente USA Donald Trump. “L’Albania non è in vendita” è il motto principale della piazza, il cui simbolo identificativo è il fenicottero rosa. Questo animale è infatti tra le specie protette che popolano la zona interessata dal progetto: un’area che ricade nel Parco nazionale del fiume selvaggio Vjosa e che comprende l’isola di Sazan (Saseno), dove le foche monache e le tartarughe marine trovano riparo. Un’oasi naturale – che già negli anni scorsi era stata oggetto di proteste per la costruzione dell’aeroporto internazionale di Valona – che i cittadini albanesi vogliono difendere. Ma la protesta ha un carattere multidimensionale. Oltre che ambientalista, è una protesta diretta alla politica interna del premier Edi Rama, di cui si chiedono le dimissioni. Ed ha anche una dimensione geopolitica, poiché riconferma come l’amministrazione Trump usi i Balcani per consolidare questa prassi che combina diplomazia internazionale e interessi privati. Mentre il primo ministro socialista assicura che il progetto proseguirà fintanto che questi sarà al governo, l’intera vicenda racchiude molte caratteristiche dell’Albania post-comunista: la speculazione edilizia, un modello di crescita incentrato sul turismo, le opacità intorno alle privatizzazioni, le leggi speciali senza dibattito pubblico, nonché la trasformazione di spazi una volta rappresentanti la militarizzazione psicotica del comunismo albanese in iconici complessi del capitalismo più sregolato.

Una protesta contro Edi Rama?

Come spesso accade, gli obiettivi della protesta si sono rapidamente moltiplicati: i cittadini non chiedono solo il rispetto degli standard ambientali, bensì le dimissioni del primo ministro, accusato di svendere le proprietà del paese e di eroderne gli standard democratici. In carica dal 2013, Edi Rama ha ottenuto il suo quarto mandato da premier a maggio 2025, dopo le ennesime elezioni caratterizzate da una polarizzazione totale tra il suo Partito socialista e l’opposizione del Partito democratico. In questi tredici anni, le proteste contro Rama sono state regolari, portate avanti per lo più dall’opposizione, il cui leader Sali Berisha, già presidente e premier, ha trascorso il 2024 ai domiciliari con l’accusa di corruzione. Un’accusa che aveva recentemente colpito anche il governo Rama: a fine febbraio, la ministra delle Infrastrutture e vicepremier Belinda Balluku aveva lasciato l’incarico dopo l’avvio di un’indagine che la vede coinvolta in presunte violazioni delle procedure d’appalto. L’insoddisfazione per la scarsa trasparenza e le corruttele di governo montava quindi da tempo. Quando lo scorso 30 maggio un manifestante che protestava contro l’inizio dei lavori al complesso di lusso è stato malmenato dalla sicurezza privata, la rabbia è definitivamente scoppiata dando origine alle proteste delle ultime due settimane.

Per ora, il primo ministro si è difeso con teorie che sembrano poco fondate. In diverse interviste, tra cui una alla Cnn in cui è risultato estremamente nervoso, Rama ha parlato di “fake news”, sostenendo che il progetto, in realtà, non sia ancora stato ufficializzato, e che l’Albania si trovi in una guerra ibrida, portata avanti “dai nemici dell’Albania e di Israele”. Il premier albanese ha infatti cercato di tacciare di antisemitismo i manifestanti, dal momento che alcuni contenuti social legano – senza prove – il progetto di Kushner ad accordi col governo Netanyahu, che ha ottimi rapporti col suo omologo a Tirana. 

Perché il progetto è controverso?

“Eravamo sullo yacht di un amico, ci siamo fermati per una nuotata e l’abbiamo scoperta così. Abbiamo nuotato fino all’isola, poi ci siamo arrampicati scalzi fino alla cima e ne siamo rimasti affascinati”, Ivanka Trump spiega la genesi del progetto di suo marito Jared Kushner in modo esotico e fantasioso, se non altro perché Sazan era una base militare pensata per non essere facilmente penetrabile, men che meno scalzi. Poco prima che il progetto venisse annunciato a marzo 2024, la legge sulle aree protette era stata modificata introducendo il concetto di “turismo di eccellenza” e affinché risultasse meno ristrettiva per chi vi volesse edificare. Il governo ha quindi concesso alla Atlantic Incubation Partners lo status di “Investitore strategico”, consentendole pertanto di beneficiare di procedure di approvazione accelerate e di altre disposizioni speciali previste dal quadro normativo albanese sugli investimenti strategici. I lavori sono però portati avanti dalla “Zvërnec South Adriatic Development”, che secondo un’inchiesta del Balkans Investigative Reporting Network (BIRN) è registrata nei Paesi Bassi attraverso una struttura fiduciaria che non rende pubblici i beneficiari finali. Inoltre, la stessa inchiesta sostiene che tra i soggetti coinvolti nel progetto vi siano persone con procedimenti penali, controversie patrimoniali o vicende emerse durante il processo di “vetting” della magistratura. Tra gli altri, BIRN evidenzia anche i legami con la famiglia di Shefqet Kastrati, uno degli oligarchi più potenti ed influenti del paese, che avrebbe avuto un ruolo da interlocutore. Come raccontato invece dal New York Times, all’origine di questa rete di legami a sostegno del resort di lusso ci sono i fratelli Moutaz e Ramez Al-Khayyat, due potenti tycoon del Qatar di origini siriane a capo della Power International Holding, che dicono di aver aiutato Kushner a finanziare il progetto in Albania, facendone una joint venture con la Atlantic Incubation all’interno della Affinity, su cui pesano anche fondi derivanti dal fondo sovrano saudita.

Gli affari di Trump nei Balcani

Lo scorso 1° giugno, il clamore destato dalle proteste aveva spinto la Procura albanese speciale contro la corruzione e il crimine organizzato – la SPAK – ad aprire un fascicolo per indagare i suddetti controversi emendamenti alla legge sulle aree protette, che secondo la piazza sarebbero stati funzionali agli investimenti della Affinity Partners di Kushner. Il progetto è poi controverso per via del limbo legale in cui molte proprietà in Albania oscillano tra pubblico e privato a causa del processo di riappropriazione e privatizzazione successivo alla caduta del comunismo, che per anni ha permesso alle autorità di disporre a proprio uso e consumo di quei terreni che ancora galleggiano nell’ambiguità.

Un’ambiguità simile e una legge speciale erano anche alcune delle caratteristiche di un altro progetto nei Balcani della Affinity Partners, ovvero la costruzione di un hotel di lusso a Belgrado al posto del Ministero della Difesa distrutto dai bombardamenti NATO del 1999, su cui Jared Kushner aveva pianificato un investimento da 500 milioni di dollari. Investimento che fu poi ritirato quando un’indagine della procura serba accusò il ministro della Cultura Nikola Selakovic di aver falsificato dei documenti nel processo legislativo con cui l’edificio veniva rimosso dalla lista di quelli riconosciuti come patrimonio culturale, e quindi possibili oggetto di investimenti privati.

Se non altro, questi progetti dimostrano come l’attuale amministrazione USA stia portando avanti una prassi che combina iniziative diplomatiche a pratiche imprenditoriali, con un chiaro conflitto di interessi, in particolare se si considera il rinnovato impegno nel quadrante geopolitico dei Balcani da parte di Washington. Mentre il caso più eclatante a livello internazionale è il progetto della “Gaza riviera”, in questo schema, i Balcani sembrano offrire piuttosto un hub sperimentale per lo sviluppo di complessi residenziali che mirano a un turismo elitario, in contesti politico-economici spesso caratterizzati da processi di privatizzazione meno trasparenti e in cui le autorità locali hanno una forte influenza. 

Come in Albania, anche a Belgrado il progetto aveva suscitato forte indignazione da parte dei cittadini, riconfermando come la società civile sia un attore imprescindibile nello sviluppo democratico di quei paesi candidati all’adesione all’Unione Europea. Per Edi Rama, l’ironia della sorte ha voluto che le proteste siano scoppiate alla vigilia del vertice UE-Balcani di Tivat che ha riaffermato il futuro europeo dei cosiddetti “frontrunners” dell’integrazione nella regione, ovvero Montenegro e Albania. Un percorso che, forse, per Tirana ora si fa più difficile. Tra i prossimi capitoli negoziali da chiudere c’è anche quello su ambiente e cambiamento climatico, su cui è già arrivato il monito di Bruxelles: l’Albania è tenuta ad allinearsi pienamente alla legislazione dell’UE in questo ambito, incluse le direttive su uccelli e protezione degli habitat.

Giorgio Fruscione

*Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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