
L’accordo di pace tra Usa e Iran, secondo Reuters e Bloomberg poteva essere firmato ieri, ma così non è stato. Reuters, citando una fonte, scrive che il testo del memorandum d’intesa è ancora in fase di definizione e che l’Iran resta fermo sulla sua posizione, secondo cui l’intesa deve porre fine anche ai combattimenti in Libano. Bisognava definire l’accordo entro sabato, per poter essere firmato dal vicepresidente Usa JD Vance e dal presidente del Parlamento iraniano Mohammed Ghalibaf. La sede della firma prevista sarebbe Ginevra, come riporta Axios.
Il Medio Oriente e la diplomazia internazionale si trovano a una svolta storica. Dopo settimane di durissimi scontri che hanno visto contrapporsi l’Iran, gli Stati Uniti e Israele, le diplomazie sono riuscite a tessere una tela negoziale che potrebbe ridisegnare gli equilibri di sicurezza globali. L’annuncio ufficiale arriva dal Primo Ministro del Pakistan per annunciare l’imminenza di un memorandum d’intesa per la pace, la cui finalizzazione formale sarebbe imminente.
Questo storico accordo, mediato con il forte sostegno di attori regionali, non si tradurrà immediatamente in un vertice in presenza: i colloqui fisici inizialmente previsti a Ginevra sono stati rinviati a data da destinarsi, e la firma sul testo avverrà in modalità elettronica e a distanza.
La settimana successiva sarà invece interamente dedicata a complessi tavoli tecnici a Islamabad per l’attuazione pratica dell’intesa.
La spinta verso la pace arriva dopo che il conflitto ha toccato picchi di estrema pericolosità, minacciando la sicurezza delle rotte commerciali e la stabilità degli Stati del Golfo. Il memorandum d’intesa di Islamabad rappresenta una “road map” preliminare per disinnescare la crisi. Secondo le prime indiscrezioni sollevate dalle agenzie di stampa internazionali e dai team negoziali, i punti cardine dell’accordo e della stabilità immediata ruotano attorno a precise concessioni e impegni reciproci. Anzitutto, si potrebbe aver discusso sulla tregua militare e sulla sicurezza delle rotte. L’impegno immediato chiesto a più riprese all’Iran è la cessazione totale dei lanci di missili e droni, nonché lo stop agli attacchi diretti o tramite fazioni alleate contro gli avamposti statunitensi e contro gli Stati della Penisola Arabica; di contro l’Iran avrebbe chiesto la medesima cosa agli Usa (e di conseguenza anche a Israele).
Il memorandum prevede una moratoria e una prima fase di 60 giorni di negoziati ben più che serrati. Questo lasso di tempo servirà a definire i dettagli tecnici sulle restrizioni al programma nucleare di Teheran e a strutturare la revoca progressiva delle sanzioni economiche primarie e secondarie imposte dagli Stati Uniti. Le fonti diplomatiche iraniane mantengono una linea di fermezza riguardo al nodo geopolitico dello Stretto, sottolineando che Teheran non intende cedere la gestione strategica delle proprie acque territoriali o dello Stretto di Hormuz, elemento che rimarrà uno dei temi più caldi dei successivi tavoli tecnici.
Tra i punti più scottanti del memorandum, al primo posto c’è lo smantellamento del programma nucleare: l’Iran si dovrà impegnare a non dotarsi mai di armi nucleari e ad accettare lo smantellamento controllato delle proprie infrastrutture atomiche.
Teheran dovrà cessare il sostegno economico e logistico ai gruppi paramilitari e per procura (proxies) nella regione. Un’attenzione particolare, sicuramente, sarà riservata all’area del Libano, quartier generale di Hezbollah, tuttora in guerra con Israele, nonostante gli annunci di “cessate il fuoco”.
E’ prevista la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz alle rotte commerciali globali senza l’applicazione di pedaggi. Di contro, gli Stati Uniti revocheranno il blocco navale nell’area.
Per i fondi congelati, l’accordo prevede lo sblocco progressivo di 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati. La metà di questa somma (12 miliardi) sarà messa subito a disposizione di Teheran prima dell’avvio formale dei negoziati successivi.
Viene stabilita la sospensione delle sanzioni sul greggio iraniano per consentire al Paese di tornare a esportare liberamente.
A fare da corollario, e da potenziale acceleratore, alla chiusura dell’accordo è esploso un vero e proprio caso diplomatico legato ai fondi finanziari dell’Iran. Fonti di intelligence mediorientali e regionali hanno rivelato l’esistenza di un canale parallelo che vedrebbe coinvolti direttamente gli Emirati Arabi Uniti.
Secondo le ricostruzioni giornalistiche iniziali, Abu Dhabi avrebbe accettato una svolta tattica radicale a seguito dei pesanti raid subiti nelle settimane precedenti, i quali avevano messo a rischio lo status di hub economico e turistico globale di Dubai e l’operatività di porti strategici come quello di Fujairah. Le indiscrezioni parlano di un accordo economico per sbloccare una cifra imponente, stimata tra i 10 e i 20 miliardi di dollari a favore dell’Iran, di cui una prima tranche da oltre 3 miliardi di dollari sarebbe già stata movimentata. Questa mossa avrebbe lo scopo di consentire a tutte le parti di “salvare la faccia”: Teheran potrebbe rivendicare internamente di aver ottenuto un risarcimento per i danni di guerra sofferti, mentre Washington potrebbe dichiarare di non aver sborsato un solo dollaro dei contribuenti americani per ottenere il cessate il fuoco.
Lo scenario dei miliardi sbloccati ha però trovato un muro ufficiale. Il Ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti ha smentito categoricamente e in via ufficiale la notizia divulgata dalle agenzie internazionali. Attraverso una nota ufficiale diffusa dai canali di Stato, Abu Dhabi ha definito le indiscrezioni come del tutto inesatte e prive di qualsiasi fondamento documentale.
Il governo emiratino ha rimarcato con fermezza che nessun fondo congelato appartenente alla Repubblica Islamica è stato sbloccato, movimentato o trasferito attraverso gli istituti bancari del Paese. Pur ribadendo che la linea della propria politica estera resta ancorata alla promozione della de-escalation, alla riduzione delle tensioni regionali e al pieno supporto degli sforzi diplomatici statunitensi per proteggere l’area dalle macerie del conflitto, Abu Dhabi ha invitato formalmente i media mondiali a non alimentare speculazioni non verificate, attenendosi rigorosamente alle sole dichiarazioni delle autorità ufficiali. La partita diplomatica resta aperta, ma il testo finale della tregua sembrerebbe ormai blindato.
Invece, secondo l’ambasciatore Ettore Sequi: “Stiamo assistendo a un negoziato armato. Uno stallo messicano in cui, di fronte a interessi confliggenti, Iran, Stati Uniti e Israele puntano a ottenere il minimo necessario a giustificare un accordo. La bozza di memorandum d’intesa fatta trapelare ieri da Teheran non è altro che una cornice politica che lascia le questioni veramente decisive ancora aperte. Washington e Teheran stanno raccontando due accordi diversi perché da entrambe le parti si sta cercando di vendere all’interno, ma anche all’esterno, lo stesso accordo in modo differente. La vera trattativa evidentemente non è ancora finita, manca quel 5% che però è importante. Sono diversi i nodi ancora da sciogliere. E quando in un negoziato non si va avanti sulla sostanza, si va avanti sul processo. Si sta cercando di arrivare a una formula che consenta a ciascuno di cantare vittoria. Il primo passo è un’intesa sull’intenzione di siglare un accordo lasciando le tematiche più sensibili a una fase successiva dei negoziati.
Un dato importante è che l’Iran conferma di restare membro del Trattato di non proliferazione: i Paesi che ne fanno parte si impegnano a non perseguire l’arma nucleare ma hanno anche il diritto a perseguire l’arricchimento per fini pacifici. Cosa che Trump non può accettare. Israele e Stati Uniti vogliono scorporare il Libano dal resto dell’accordo ma per l’Iran è una parte integrante dello scenario di crisi. Gli Usa stanno negoziando per chiudere la guerra e l’Iran per impedire una nuova guerra, ragionano in termini di deterrenza. Uno scenario in cui Netanyahu già si prepara al post accordo: le sue parole non sono rivolte solo all’Iran ma anche a Washington. Il Libano resta il detonatore, la dinamite sotto l’accordo. Netanyahu sta preparando il piano B. A pochi mesi dalle elezioni è incalzato dall’interno: sia l’opposizione che i membri del suo stesso governo, quelli più di destra, lo rimproverano di dare troppo retta agli americani quando quelli gli mettono il semaforo rosso. Per questo continuerà ad agire autonomamente contro l’Iran, contro Hezbollah e contro gli altri proxy. In questo negoziato tra iraniani e americani ci sono due fantasmi: Netanyahu e Obama. Nel Jcpoa era prevista la smobilitazione dei fondi, un beneficio anche economico per l’Iran. Trump è stretto tra la pressione di Israele che vuole uno strangolamento anche economico degli iraniani, e la necessità di raggiungere un accordo migliore di quello di Obama”.
La firma dell’accordo prevista domenica 14 a Ginevra nel giorno della festa per gli 80 anni di Trump, secondo l’ambasciatore Sequi avrebbe questa lettura: “Il giorno e il luogo scelti giustificano l’assenza di Trump. E, a quel, punto la firma sotto un accordo destinato al fallimento sarebbe di Vance e dei suoi delegati. Trump vuole avere sempre il merito di tutto e se qualcosa non va bene la colpa deve essere sempre di qualcun altro”. Infine, il nuovo attacco di Netanyahu al Libano e l’ennesima sceneggiata fatta da Donald Trump confermano le ipotesi sostenute da Sequi.
Al di là delle chiacchiere, il fatto vero è che a firma è saltata e si continua a giocare sui destini dell’Umanità, dove i più deboli e bisognosi subiscono atrocità e diventano sempre più poveri.
Dobbiamo chiederci: “Quale sarà il futuro del mondo?”. A questa domanda, nessuno oggi è in grado di dare una risposta, ma tutti possono dire di volere un mondo di pace, di giustizia sociale, di libertà e di rispetto reciproco, non solo a parole ma con i fatti.
Salvatore Rondello

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