Primo film italiano in concorso nella sezione Orizzonti “La vita oscena”, ovvero nomina sunt consequentia rerum. Così recitavano i nostri padri dimostrando una grande preveggenza.
In Italia quando un film viene ritenuto di “interesse culturale” viene, almeno in parte,finanziato dal MIBACT (il Ministero dei beni culturali, l’ex ministero Turismo e Spettacolo).
Questa ‘sorte’ è toccata a tutti i film italiani presenti alla 71^ edizione del festival di Venezia, quindi anche a “La vita oscena”, film costato poco (650 mila euro) e prodotto anche da Scamarcio e la Ferrari.
Il film è tratto da una storia vera, la vita di Aldo Nove, autore del libro dallo stesso titolo da cui il film è tratto. Senza affrontare il rapporto tra cinema e letteratura dobbiamo e possiamo constatare che il film ha toppato e toppato di brutto.
Una sceneggiatura che sembra pretestuosa accontentandosi di riferire cronologicamente degli avvenimenti (adolescenza felice, la malattia, la morte, la forte depressione,la droga, i tentativi di suicidio) ; eppure la sceneggiatura porta anche la firma dell’autore del libro che nelle pagine del suo libro avrà probabilmente rivelato la profondità dei suoi traumi, l’uso taumaturgico della poesia, tutte cose ignorate nel film, a meno che non vogliamo prendere in considerazione la scena veramente urticante del professore che legge i versi del suo alunno dotato; dialoghi che anche un bambino delle elementari si vergognerebbe non solo di scrivere, ma anche di pensare.
La Ferrari ha dichiarato di essersi innamorata della figura della madre e di averla voluta interpretare a tutti i costi, ritenendola la madre che tutti vorrebbero avere e sono belle le prime scene quando i due genitori danno tanto amore al loro figlio, altamente protetto da questo loro amore, ma assolutamente indifeso davanti alla realtà, al dolore, alla solitudine cui sarà costretto dagli eventi.
Novanta minuti e le sole scene che valeva la pena di vedere erano quelle in cui il protagonista , circondato dalla sua sagoma fatta con la coca e non con il gesso sniffa 17 grammi di coca. Perché vederle? Perché in sala ad ogni sniffata serpeggiava il desiderio che fosse l’ultima, quella definitiva, quella che concludeva il film, anche se snaturando il libro.
E invece no. Dopo tutta la coca, dopo il degrado, dopo il sesso sfrenato e i tentativi di suicidio, il protagonista, quasi “a miracol mostrare”, si riprende , si libera della dipendenza, termina i suoi studi, diventa un poeta, uno scrittore.
Scamarcio si lamenta perché il film non ha ancora un distributore ( se non uscirà nelle sale, i 200 mila euro del Ministero dovranno essere restituiti).
Stendiamo un velo di pietoso silenzio, abbiamo speso già anche troppe parole per un film che non le meritava.

Mi dispiace dover leggere una critica cosi toppata, ma proprio di brutto. Almeno per me, che in sala c’ero e che con altri 4 amici abbiamo amato molto questo film e speravamo che non finisse con la morte del protagonista ( anche perché è una storia vera). Non capisco davvero perché un giornalista ( o che si afferma tale) debba perdere tempo lui, si ma a scrivere critiche senza un fondamento, ma solo basate sui propri gusti. PROPRIO UNA BELLA INFORMAZIONE QUELLA CHE FATE! Boh questa è l’Italia! l’Italia che se un film finisce bene lo critica, se invece promuove la cultura della morte, lo idolatra. Poveri noi! Non vi leggerò mai più