Finalmente la Rai ha deciso di inserire nel proprio palinsesto uno dei film che insieme a La rosa bianca ha segnato l’ennesima rinascita del cinema tedesco, sempre attento alla storia più recente che ha attraversato il paese. Il film La vita degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck , regista al suo primo film , premio Oscar per il miglior film straniero, premio Donatello per il miglior film girato nei paesi europei, trasmesso da Raiuno lunedì scorso. Racconta la vita quotidiana a Berlino est nel 1984, quando il muro lungo 49km che separava Berlino Est da Berlino Ovest era ancora in piedi e niente faceva pensare che nel 1989 sarebbe caduto sotto le picconate dei berlinesi.
La Stasi, la polizia segreta della DDR, quindi era libera di proseguire l’opera di controllo /terrore nei confronti della popolazione iniziata nel lontano 1950 e proseguita fino al 1989. Siamo nel secolo scorso, come fa notare Adalberto Scarlino, nel segnalare il film agli amici.
La Stasi è una sorta di Grande fratello, spietato, attento, disumano; basa il suo potere sulla paura , tutti pensano di essere spiati e si comportano di conseguenza ma non riescono a sfuggire all’orecchio attento a cogliere anche le sfumature dei silenzi. Il capitano Gerd Wiesler , alias agente HGW XX/7, entra, con un ascolto continuo e preciso nella casa ma soprattutto nella vita di due artisti, un commediografo e un’attrice, messi sotto controllo dal Ministro della Cultura che vuole liberarsi della presenza scomoda del commediografo per conquistare l’attrice. Comincia così a conoscere i due e più li spia, più la sicurezza con cui aveva affrontato il suo lavoro fino a quel momento, vacilla, più li ascolta e più diventa loro complice, si prende a cuore l’incarico, sia nel male che nel bene, fino ad una sorta di catarsi finale.
La fotografia è bruna, cupa, come cupa è la vita di coloro che sanno di essere controllati in ogni mossa, in ogni parola. Non ci sono buoni e cattivi, non ci sono personaggi in cui lo spettatore può riconoscersi, quindi tutta l’empatia si trasferisce al film dove vittime e carnefici si fronteggiano nel tentativo di salvarsi.
“Quando andavamo a trovare i parenti residenti nella parte Est -ricorda il regista- “avevamo sempre paura e mi colpiva l’atteggiamento delle persone che incontravamo, tenevano sempre gli occhi bassi…”
La Stasi con i suoi 13.000 funzionari e i circa 200 mila collaboratori ha sconvolto in maniera tale la vita degli abitanti di Berlino Est che questi ultimi, pur avendone la possibilità di consultare i fascicoli della Stasi su di loro non hanno quasi approfittato di questa occasione. Solo il 10% ha avuto la forza di appurare chi li spiava, fra questi l’attore Ulrich Muhe, (il Capitano Wiesler) che ha così scoperto di essere stato spiato dalla moglie e da quattro membri della sua compagnia teatrale.
L’epilogo è di una bellezza impressionante e di una tristezza infinita.
Maria Rita Monaco

Il film è una delle più belle pellicole che il cinema ci abbia regalato negli ultimi anni. Conoscere a fondo il ‘funzionamento’ quotidiano, l’ingranaggio di un regime oppressivo aiuta ad apprezzare la libertà presente e ad individuare più chiaramente le minacce di cui, nella nostra società e nella nostra vita, essa è potenzialmente vittima. Non è solo un modo per ricordare e per onorare la memoria di coloro che hanno sofferto sotto quella dittatura. C’è in gioco la sensibilità e la consapevolezza di tenere alta la guardia, perché nulla è mai conquistato per sempre.