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La via di una normalizzazione razionale e paziente

di Alberto Pasolini Zanelli | 12 Aprile 2015

iran-nucleareNonostante la bozza di compromesso faticosamente stilata l’altro giorno a Losanna, il cammino dell’accordo fra Stati Uniti e Iran sul nucleare e tuttora lungo e irto di ostacoli. Almeno due dei quali con potenziale di veto: il Congresso di Washington e la Suprema Autorità di Teheran. Cento senatori e un ayatollah. I primi hanno parlato anche troppo, sbandierando la propria ostilità, mettendo al muro il presidente Obama, incoraggiando e stimolando con messaggi drammatici colui che dovrebbe essere il leader della teocrazia dogmatica della controparte: Ali Khamenei. Che fino a ieri aveva taciuto, barricandosi in un silenzioso grintoso che ai più era parso un ennesimo segnale di ostilità nei confronti del dialogo.

Adesso Khamenei ha parlato e ha, in parte, sorpreso. Ha offerto ai più agitati tra i suoi seguaci qualche consolazione preventiva. Ha ribadito che le sanzioni dovranno andare via tutte appena l’accordo sarà stato firmato. Ha messo in guardia contro il pericolo che qualcuno in Occidenti tenti di imporre una versione restrittiva dell’accordo. Ciò detto, invece che all’invettiva e alle scomuniche si è affidato, per ora, all’ambiguità. Come “balcone” ha scelto il più impegnativo: una allocuzione televisiva in occasione della “Giornata nazionale della tecnologia nucleare”. L’occasione più adatta per confermare la leadership dei critici delle trattative. E invece ha dato un colpo al cerchio e uno alla botte. Ha espresso più scetticismo che ostilità diretta. Non ha escluso che la fragile struttura del compromesso raggiunto a Losanna possa andare ai frantumi sotto il peso dei dettagli di qui alla scadenza del 30 giugno. Ha ricordato di “non essere mai ottimista quando si deve trattare con gli Stati Uniti”, però ha aggiunto, mentre ancora le moltitudini scandivano “morte al Grande Satana”, di essere d’accordo con i negoziati e di sostenere, “oggi come ieri”, i negoziatori. Ha definito inaccettabile ogni ispezione internazionale alle basi militari iraniane “con la scusa dei controlli nucleari”, ma ha concluso negando una volta di più che l’Iran “farsi la Bomba”. E questo perché “le armi nucleari sono proibite dall’Islam”. Allah ha scomunicato l’Atomica.

Così parlò Khamenei, il falco. Nessuno in Occidente è tenuto a prenderlo alla lettera, ha fidarsi di lui più di quanto lui si fidi dell’America. Quella che emerge dalla sua allocuzione, tuttavia, è tutt’altro che una scomunica della “linea” tenuta da Hassan Rouhani, presidente eletto dell’Iran e suo gestore “laico”. Staremo a vedere i fatti, ma le parole dei due sono, per il momento, compatibili. Soprattutto nelle aree cruciali. Come Khamenei, Rouhani intende limitare al nucleare come arma l’oggetto delle trattative e delle concessioni, mantenendo per Teheran libertà per le proprie iniziative politiche e politico-militari. A cominciare dall’intangibilità delle strutture teocratiche. E come Rouhani, Khamenei potrebbe essere in qualche misura disposto a tollerare altre necessarie riforme che i settori più avanzati dell’Iran reclamano. E che il proseguimento delle trattative agevolerebbe, anche e soprattutto mediante contatti con gli Stati Uniti, in parte inevitabilmente conflittuali. “Una discordia istituzionalizzata – secondo una formula raccolta da Roger Cohen – è preferibile ad una alienazione traumatica”. Con ogni verosimiglianza Rouhani non è un “rivoluzionario”, un Gorbaciov italiano. La formula che qualcuno gli attribuisce è semmai “preservare il sistema, trasformare l’economia, aprirsi al mondo” potrebbe essere ispirata, semmai, da Deng Xiaoping. Fatte le debite proporzioni.

L’accostamento è fantasioso ma non interamente irrealistico. E tanto meno inconciliabile con la “visione” di Obama di un mutamento della “dinamica” nel Medio Oriente e con i traguardi raggiunti finora con coraggiosa persistenza da John Kerry. L’uno e l’altro che per l’Iran e per i suoi vicini esista una “terza via” fra una resa incondizionata e l’intransigenza spinta fino alla provocazione. La via di una normalizzazione razionale e paziente. Quella battuta con la Cina demaoizzata da Deng e ora imboccata a Cuba ancora governata da un Castro. Che Rouhani pare voler esplorare e Khamenei potrebbe stare scoprendo in un Medio Oriente altrimenti preda dell’incubo nero dei Califfi.

Pubblicato in : Primo piano

Info Alberto Pasolini Zanelli

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e scrittore da anni residente a Washington.

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