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La vera forza di Israele che resiste alla paura

La guerra non è un pranzo di gala, e questo sia Netanyahu che Trump l’hanno detto dal primo momento: ci siamo impegnati in una delle imprese più complesse del mondo, ci saranno sacrifici e anche perdite. Dopo il magistrale attacco in cui è stato eliminato Khamenei, Netanyahu parlando della determinazione con cui insieme a Trump i jet hanno preso il potere più assolutista e pericoloso del mondo, e di come questo cambierà il mondo, ha anche aggiunto con orgoglio di aver aspettato per 40 anni questo momento. L’ha detto mentre contro il cielo azzurro dalla terrazza del suo ufficio prendeva il microfono per restituire a Israele calma e fiducia, comunicando tuttavia il suo lutto profondo per i due eventi tragici che sabato e poi ieri hanno colpito prima il centro di Tel Aviv, con un edificio distrutto da un missile e una donna di cinquanta anni uccisa.

di Fiamma Nirenstein | 3 Marzo 2026

La guerra non è un pranzo di gala, e questo sia Netanyahu che Trump l’hanno detto dal primo momento: ci siamo impegnati in una delle imprese più complesse del mondo, ci saranno sacrifici e anche perdite. Dopo il magistrale attacco in cui è stato eliminato Khamenei, Netanyahu parlando della determinazione con cui insieme a Trump i jet hanno preso il potere più assolutista e pericoloso del mondo, e di come questo cambierà il mondo, ha anche aggiunto con orgoglio di aver aspettato per 40 anni questo momento. L’ha detto mentre contro il cielo azzurro dalla terrazza del suo ufficio prendeva il microfono per restituire a Israele calma e fiducia, comunicando tuttavia il suo lutto profondo per i due eventi tragici che sabato e poi ieri hanno colpito prima il centro di Tel Aviv, con un edificio distrutto da un missile e una donna di cinquanta anni uccisa; e poi a Beith Shemesh, una cittadina verde e elegante, fra Gerusalemme e Tel Aviv, con un largo compound distrutto per 700 metri di lunghezza, quattro case, una sinagoga e il grande rifugio pubblico centrato da un missili balistico che portava 500 chili di esplosivo. Si contano 9 morti e decine di feriti, alcuni bambini fra loro: una specie di locomotiva d’acciaio carica di morte si è schiantata sul tetto del rifugio mentre la gente stava entrandovi. La fiducia nell’autorità civile che spiega continuamente che cosa fare quando suona la sirena è fondamentale.

Difficile accettare che anche ubbidendo agli ordini, si possa essere colpiti dai missili iraniani. Non c’è sorta di strutture militari da quelle parti, solo case, rifugio e tempio: il missile ha cercato un quartiere denso di folla, ha superato le consuete barriere dei sistemi antimissile che sono l’orgoglio del Paese. Israele non si lamenta, ma la caduta del missile è stata filmata in diretta, i soccorsi, la gente disperata, l’incredulità dato che le regole erano state rispettate e le  vittime erano nei rifugi sono parte ora dello sforzo comune di tenere duro di fronte alle difficoltà che si presentano, ancora, lungo il panorama di lotta e di grande forza lungo tre anni, dal 7 ottobre, in cui Israele non solo ha combattuto per recuperare fiducia, forza, rispetto internazionale, ma ha deciso per una strategia di affermazione di basilare di cambiamento del Medio Oriente che cominciò con la guerra contro Hamas e gli Hezbollah, e prosegue con la determinazione di tagliare la testa della piovra, l’Iran di Khamenei, il regime dittatoriale che aveva promesso morte a Israele.

Adesso che Khamenei e altri 47 dei suoi gerarchi non ci sono più, con chi si ha a che fare in questa guerra che ancora è lontano dalla conclusione? Come gestirla finché il popolo miraniano, sperabilmente, prenda il potere? A tutta forza, a detto Netanyahu, fino in fondo, e l’ha detto commentando i missili omicidi che hanno a che fare, intanto, con gli ordini del capo del comitato che sostituisce il leader supremo, il presidente Masoud Pezeshkian: contro la solita illusione che si tratti di un moderato, ha tenuto un discorso vendicativo e senza aperture, definendo la guerra e l’eliminazione di Khamenei come “un attacco a tutti i mussulmani che la repubblica Islamica ha il dovere di vendicare”. Molto ideologico. Questo, mentre l’Iran attacca una serqua di Paesi arabi, fra cui l’Arabia Saudita, con lo scopo di dimostrare che una guerra con l’Iran porta solo caos, e spingere i Paesi islamici a dire a Trump di fermare la guerra. Ma non funziona, come non ha funzionato l’ennesima riproposizione, durante le trattative, della tecnica dei tempi lunghi per diluire l’ennesima bugia sul nucleare. C’è una caduta di strategia politica in Iran, un’incapacità a capire il futuro.

Errore mortale adesso per Pezeshkian pensare, sparando ovunque e scegliendo obiettivi civili in Israele, che questo induca Trump e Netanyahu a tornare indietro rispetto alla decisione storica di sabato mattina. Ci sono motivi di fondo per tenere duro. Spesso la sconfitta di un Paese non risulta dalla sua arrendevolezza militare ma dal collasso della sua ideologia, dalla nuda esibizione delle proprie ambizioni. Violenza su chi non ubbidisce, oppressione del proprio popolo. Al contrario la vittoria si ha quando l’idea di fondo è un largo, condivisibile muro di difesa: per esempio, sopravvivenza e libertà. Niente può essere più forte.  

Fiamma Nirenstein

https://www.fiammanirenstein.com

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Fiamma Nirenstein

Fiamma Nirenstein ha vissuto per anni a Gerusalemme, dove è stata inviata prima per “La Stampa” e poi per “il Giornale” su cui continua a scrivere. Oggi è deputata al Parlamento italiano e vicepresidente della Commissione Esteri della Camera. Presso Rizzoli ha pubblicato L’abbandono, Islam: la guerra e la speranza.

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