
Per secoli Venezia è stata una città scollacciata, libertina, trasgressiva, capitale europea del sesso e della gioia di vivere. Le cortigiane (nel 1519 ovvero 11.614 su una popolazione di 160.000) erano un’istituzione riconosciuta, importante e ben tassata dal governo. In città ci sono diverse tracce del passato a luci rosse di Venezia: il ponte delle Tette (dove la merce veniva esposta); la zona delle Carampane, derivata dalla Casa Rampani che ospitava le prostitute un po’ sfatte a fine carriera e il ponte della donna onesta (dove donna onesta sta per cortigiana di alto bordo così classificata nei registri della Repubblica delle quali la più famosa fu la poetessa Veronica Franco che fece “incocar” il futuro Re di Francia.

Il catalogo pubblico e ufficiale del tempo riporta 250 Donne Honeste). Nel ‘700 i matrimoni e costumi erano molto aperti e tolleranti (si vedano le bacheche del museo Querini Stampalia). Il carnevale, che era un po’ la buona occasione di qualsiasi giochetto, cominciava già a ottobre e tra maschere e tabarri ne succedevano di ogni. Poi Napoleone tolse l’allegria e la leggerezza del vivere, gli austriaci imposero un rigido puritanesimo e la provinciale italietta unitaria un perbenismo pervasivo. Il mix di tristezza, puritanesimo, perbenismo è durato fino agli anni ’70 del secolo scorso.

Mi ricordo che il fidanzato della mia più giovane zia (di soli 7 anni più anziana di me) era costretto a sorbirsi un’ora e mezza di Mike Bongiorno nel salotto di famiglia prima di poter abbracciare la sua bella nel pianerottolo di casa, con la porta socchiusa e non più di 5 minuti. A metà degli anni ‘70 la separazione di mia cugina provocò una drammatica rottura con sua madre, mia altra zia, che era violentemente contraria. Il tempo ha poi riaggiustato tutto al meglio. Io e mia sorella siamo cresciuti da genitori diciamo puritani, se non proprio sessuofobici, con una visione molto riservata della sessualità. Ci ho messo più di 40 anni per liberarmi di quei lacci psicologici ed approdare con successo ad un liberatorio libertinaggio! Tuttavia, nonostante le dichiarate rigidità morali, la cerchia famigliare veneziana non era di una rettitudine esemplare. Erano i fratelli e le sorelle della nonna che mi incuriosivano e sulla vita dei quali facevo azzardate galoppate immaginative.
Un fratello di mia nonna, zio Berto, uomo dagli occhi viola e dal portamento elegante, perseguitato dai fascisti, fu costretto a riparare a Torino, ove rimase poi tutta la vita. La moglie Gegia, veneziana che mi ricordo brutta e trasandata (ma forse non era così), se ne stava in casta solitudine e Berto si era costruito un’altra vita di coppia. Tutti lo sapevano, tutti conoscevano l’altra (compresa la figlia Berto e Gegia) ma l’argomento rimase sempre tabù.

Lo Zio Berto
Fotoreportage di Francesco Pellizzari
Nella mia innocenza di fanciullo trovavo curioso però che Berto stesse con noi tutto il giorno e alla sera sparisse non per andare da Gegia ma da un’altra parte. Un secondo fratello della nonna, Pieretto, uomo dolcissimo, più largo che alto, abitava a Trieste. Nei primi anni del suo matrimonio, era imbarcato come marinaio. Presto scoperse che la moglie faceva l’allegrona nelle sue frequenti assenze e che, fatto molto più grave, trascurava in modo impressionante il suo bambino. Pieretto abbandonò la moglie, prese il piccolo e lo portò a Venezia da mia nonna Bice, che lo accolse come un figlio e lo crebbe fino a venti anni. Il bimbo infatti divenne “Nino Nostro” (oggi questo atto di umanità e solidarietà sarebbe condannato con l’arresto). All’epoca il divorzio non c’era e Pieretto fu costretto a vivere more uxorio, ma timidamente, con Maria, “una slava” come si diceva allora alla spiccia nell’innocente ignoranza del politically correct. Maria era un donnone alto il doppio di Pieretto ma altrettanto larga e spessa. Una donna che di femminile aveva solo il nome ma di una gentile tenerezza nei modi del tutto contrastante con la sua fisicità. Fu accolta con affetto in casa.
Infine c’era la sorella di mia nonna. La mitica Elena-Ines-Pavoina. Nonostante avesse una certa età a quel tempo manteneva un’aria da signorina Rottermeier con una sottile ma persistente venatura di trasgressione. Fumava di continuo le nazionali senza filtro e prima di andare a dormine si beveva una cuccuma di caffè. Per me (e mia sorella) tale zia ha sempre avuto un’aria misteriosa suffragata dal fatto dei tre nomi. Perché tre nomi? Perché il suo vero nome Elena non veniva mai usato? Perché Pavoina a Venezia e Ines a Trieste? Io mi facevo mille congetture e venni alla conclusione che la zietta dalle dimensioni di una bambolina faceva l’antico mestiere ai tempi delle case chiuse. Questo giustificava i tre nomi, il caffè notturno e gli sguardi ficcanti e seducenti.

Ho indagato anche in questi giorni sulla reale vita di Elena-Ines-Pavoina ma ancora una volta mi è stato detto che sono tutte mie fantasie. Lei aveva prima un bar e poi un negozio di fiori. Sarà! Ma a me piace di più l’dea di una Elena-Ines-Pavoina trasgressiva, avventurosa e navigata, buona erede della nobilissima arte veneziana della cortigiana!
Francesco Pellizzari

Rio Tera de le Carampane, noto luogo di perdizione nella Venezia del 600
(servizio fotografico di Francesco Pellizzari)

Lascia un commento