
Puntuale, a fine anno, arriva la vendetta del governo contro la magistratura contabile che ha osato bocciare il ponte sullo Stretto del ministro Salvini.
Il governo -si sa- non tollera i controlli e, come tutta la destra illiberale europea, tende a ridurli per avere mano libera.
In Costituzione, la Corte dei conti è definita come un organo di garanzia che vigila su legalità e uso delle risorse pubbliche, e può anche giudicare quando l’uso del denaro chiama in causa la responsabilità di un tecnico o di un amministratore pubblico.
Essa, inoltre, riferisce direttamente al Parlamento, cioè parla alle Camere dei risultati dei controlli, sia preventivi che successivi, sulla gestione del denaro pubblico.
Esercitando questi poteri, la Corte dei conti ha negato il visto di legittimità alla delibera del CIPESS che approvava il progetto del ponte sullo Stretto: nelle motivazioni parla soprattutto di violazioni di norme UE, in particolare delle tutele ambientali, e delle regole sugli appalti.
Inoltre, ha rilevato carenze procedurali, tra cui il mancato parere dell’Autorità di regolazione dei trasporti sul piano tariffario, e criticità nell’istruttoria e nella documentazione.
Non poteva mancare la risposta del governo Meloni: ieri il Senato ha approvato in fretta e furia in via definitiva la riforma della magistratura contabile.
La riforma viene presentata dalla destra come una cura contro la “paura della firma”. Ma in realtà sposta l’asse del controllo contabile non tanto verso un’amministrazione più competente e più rapida, quanto verso un’amministrazione più protetta quando sbaglia e quando produce un danno alle casse dello Stato.
Il punto centrale è che si restringe l’area della responsabilità per danno erariale: la “colpa grave” viene tipizzata in modo più stretto, e soprattutto si introduce un tetto al risarcimento nei casi non dolosi che non può superare il 30 per cento del danno accertato e comunque non oltre il doppio della retribuzione lorda annuale (o del corrispettivo o dell’indennità).
Questo significa che quando il danno è enorme, una parte rilevante rischia di restare, per definizione, a carico della collettività. È una scelta di campo: meno deterrenza, più socializzazione delle perdite.
Poi c’è un’altra torsione, ancora più pericolosa sul piano della cultura pubblica: il controllo e i pareri diventano in parte un meccanismo di copertura. Se chiedi il controllo preventivo o un parere, scattano termini rapidi, non più di 30 giorni, e il decorso del tempo può trasformarsi in una sorta di “via libera, un modo per ridurre o escludere la responsabilità.
Infine c’è un segnale politico: la riforma tende a separare la catena delle responsabilità, con una maggiore protezione degli organi politici quando l’istruttoria è in mano ai tecnici.
Si presuppone infatti la buona fede degli organi politici fino a prova contraria.
È un meccanismo che rischia di produrre l’effetto più tossico: scaricare la responsabilità verso il basso. La politica viene “coperta” mentre i tecnici restano sotto pressione, e alla fine, come sempre, pagano i cittadini.
Se l’obiettivo era far funzionare meglio lo Stato, il terreno vero era un altro: organici, competenze, stazioni appaltanti solide, norme stabili, digitalizzazione e tempi certi senza trasformare i termini in assoluzione. Così com’è, la riforma sembra invece dire: “decidete pure, pasticciate e usate con disinvoltura il denaro pubblico, tanto d’ora in poi ve la caverete con poco”.
E questo, più che efficienza, è un messaggio di irresponsabilità istituzionale.
Ma torniamo al “ponte”.
Oggi il ponte sullo Stretto è in una fase di stallo procedurale, non (ancora) di cancellazione.
In legge di bilancio, il governo ha spostato 780 milioni al 2033. È un’operazione che si chiama rimodulazione, ma che di fatto significa che il “ponte non parte domani”.
Intanto lo Stato ha già messo 370 milioni per rilanciare la Società Stretto di Messina, che ne ha spesi 13,2: sono soldi usati per riattivare e far avanzare il progetto che poi è arrivato a quegli esiti fallimentari: lo stop della Corte dei conti.
È legittimo domandarsi se Salvini e chi lo ha coadiuvato nell’istruttoria del progetto per il “ponte” non possa e non debba essere chiamato in causa per danno erariale.
Ecco allora il significato della riforma della magistratura contabile: da un lato si è voluto consumare la vendetta e dall’altro si è stabilito una misura preventiva per tutelare in primo luogo se stessi.
Chi può negare a Salvini il presupposto della buona fede, anche se combinato con l’arroganza e l’incompetenza?
Questo governo si vuole legibus solutus, pretende di stare sopra le regole e di poterle aggirare senza controlli: un desiderio che ha sempre fatto da anticamera ai regimi illiberali e alle loro “riforme”.
Enrico Rossi

si estremizzano vari punti della questione solo al fine di abbatterli,non di migliorarli
Intanto ,dovrebbe sapere che la politica indica il fine, il risultato ,e che il modo di arrivarci è decisione e competenza tecnica . Su questo poggia ogni argomentazione ,a fine di comprendere . La Corte può controllare il come ,non il fine che spetta al Parlamento ,non a Rossi…
si estremizzano vari punti della questione solo al fine di abbatterli,non di migliorarli
Intanto ,dovrebbe sapere che la politica indica il fine, il risultato ,e che ilodo di arrivarci è decisione e competenza tecnica . Su questo poggia ogni argomentazione ,a fine di comprendere . La Corte può controllare il come ,non il fine che spetta al Parlamento ,non a Rossi…