
Una tregua armata, appesa a un filo sottilissimo e dettata direttamente da Washington, congela temporaneamente lo scontro diretto tra Israele e Iran, ma non ferma la violenza nella regione. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ordinato la sospensione dei raid aerei contro Teheran dopo un pressante colloquio telefonico con il presidente statunitense Donald Trump. Il monito della Casa Bianca è stato perentorio: fermare l’escalation per non compromettere i fragili negoziati diplomatici in corso. Tuttavia, il via libera americano sulla gestione del fronte nord ha un prezzo di sangue: le forze di difesa israeliane (Idf) continuano a bombardare pesantemente il Libano meridionale, provocando decine di vittime in tutto il Paese.
La decisione di Tel Aviv è arrivata a seguito di una notte di altissima tensione politica e militare. Secondo quanto rivelato dai media israeliani, tra cui Channel 12, il presidente Trump ha intimato a Netanyahu di fermare la risposta immediata al lancio di missili balistici iraniani avvenuto nelle ore precedenti. Il messaggio recapitato al premier israeliano è stato netto: “Fermati, o rimarrai da solo contro Teheran”.
La Casa Bianca sta infatti tentando di blindare un difficile accordo quadro sul nucleare e sulla sicurezza delle rotte marittime con la Repubblica Islamica. Un attacco frontale israeliano avrebbe fatto fallire mesi di mediazioni sotterranee. Di fronte alla rigidità di Washington, il gabinetto di sicurezza israeliano ha scelto di congelare i piani di volo già pronti per i caccia diretti in Iran, incassando anche una parallela, temporanea sospensione delle operazioni da parte dei Pasdaran.
Se sul fronte iraniano le armi tacciono momentaneamente, la dottrina militare israeliana si sta scaricando con la massima intensità sul Libano. Un alto funzionario governativo di Tel Aviv ha chiarito che l’intesa con Trump non include alcuna restrizione formale sul teatro libanese. Nelle ultime ventiquattro ore, i caccia dell’Idf hanno bersagliato oltre quindici località nel sud del Paese e nella periferia di Beirut, colpendo presunti centri di comando di Hezbollah ma devastando anche quartieri civili.I dati parziali diffusi dalle autorità sanitarie di Beirut confermano una situazione umanitaria drammatica:
Almeno 14 morti certificati e oltre 20 feriti gravi nelle ultime ore di raid.
L’esercito israeliano ha annunciato che i bombardamenti proseguiranno nei prossimi giorni “a piena intensità”.
Strutture logistiche, depositi di armi e centri nevralgici della milizia sciita.
Gli analisti internazionali considerano questa mossa una geometria asimmetrica che difficilmente potrà reggere a lungo. L’Iran ha già avvertito, tramite canali diplomatici, che la prosecuzione dei massacri in Libano potrebbe costringere Teheran a rompere il patto verbale stretto con la presidenza americana. Netanyahu, dal canto suo, deve gestire le fortissime pressioni della destra radicale del suo governo, contraria a qualsiasi compromesso con i nemici storici dello Stato ebraico. La tregua attuale non è un trattato di pace, ma un semplice congelamento tattico in attesa delle prossime mosse di Washington.
Le frizioni tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu sono interpretate come divergenze tattiche piuttosto che strategiche, inserite in una dottrina americana volta a “frenare” Israele per evitare una guerra regionale fuori controllo.
Dubbi sulla stabilità a lungo termine di questo approccio, descrivendolo come un equilibrio precario guidato da continui disaccordi tattici e de-escalation forzate.
Giuseppe Basilico

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