
Da un esecutivo impostato su una certa eredità “nera”, non ci si poteva certo aspettare una transizione verde; il risultato, infatti, è una “transizione nera” che scarica i costi sulle spalle dei cittadini.
Il cosiddetto «decreto bollette» si rivela un’operazione di redistribuzione della ricchezza verso l’alto, dove a guadagnare sono i colossi del fossile e a perdere sono il clima e le tasche dei contribuenti.
Innanzitutto, la sperequazione sociale presente nel decreto è forte con aiuti significativi alle imprese e incertezza per le famiglie.
Lo stanziamento complessivo di 5 miliardi di euro delinea una precisa gerarchia di classe: l’80% dei fondi (4 miliardi) è blindato per il sistema produttivo, lasciando alle famiglie solo il miliardo residuo. Per i nuclei più fragili, il beneficio si limita a un contributo una tantum di 115 euro che si aggiunge al bonus sociale ordinario di 200 euro.
La vera nota dolente riguarda il ceto medio-povero: per chi ha un reddito ISEE sotto il tetto dei 25.000 euro non è prevista alcuna garanzia certa. Per questa vasta fascia di popolazione, l’eventuale risparmio è delegato alla “buona volontà” dei fornitori di energia in cambio di visibilità commerciale, lasciando milioni di persone senza tutele strutturali. Secondo i dati BCE, in Italia le famiglie pagano già bollette doppie rispetto alle imprese; un divario che questo provvedimento non fa che accentuare.
Ancora più grave è il sabotaggio della decarbonizzazione e il regalo agli inquinatori
Il paradosso è questo: l’Europa impone tasse sulle emissioni (\bm{CO_2}) per rendere il gas meno conveniente e spingere le aziende verso le energie pulite. Il governo Meloni, invece, usa i soldi dei contribuenti per rimborsare queste stesse tasse ai produttori di energia fossile.
In pratica, lo Stato annulla il meccanismo “chi inquina paga”, usando fondi pubblici per sussidiare il gas e frenare lo sviluppo delle rinnovabili. Questo “sconto” non solo rischia la bocciatura da Bruxelles come aiuto di Stato illegale, ma rende il gas artificialmente competitivo rispetto al sole e al vento.
Il fallimento italiano emerge con chiarezza se confrontato con la Spagna. Mentre Roma finanzia i produttori di gas, Madrid ha attuato riforme strutturali per separare il prezzo dell’elettricità da quello delle fossili. I risultati sono schiaccianti: nel 2024, il costo medio del MWh in Spagna è stato di circa 63 euro, contro i 108 euro dell’Italia. La Spagna ha ridotto l’influenza del gas sui prezzi elettrici del 75% dal 2019, coprendo quasi metà del fabbisogno con le rinnovabili.
In realtà dietro la retorica meloniana della sovranità energetica si nasconde la volontà di mantenere l’Italia incatenata alla dipendenza dal gas e dalle forniture di GNL americano.
Non c’è traccia di una visione strategica: mancano aste per nuovi impianti puliti e garanzie di lungo periodo. Il rischio è che questa gestione ideologica alimenti un pericoloso negazionismo climatico tra i lavoratori, portandoli a percepire l’ecologia come una tassa quando in realtà è proprio questo modello di “capitalismo nero” a presentare un conto insostenibile per il futuro del Paese e per i ceti popolari e le piccole e medie imprese.
La denuncia di Angelo Bonelli di AVS mette a nudo l’ipocrisia di fondo: proprio mentre il governo varava il decreto, l’Eni annunciava utili record superiori ai 14 miliardi di euro. Il risultato è un paradosso inaccettabile in cui i cittadini pagano due volte: prima come consumatori, subendo bollette gonfiate che alimentano i profitti dei colossi energetici, e poi come contribuenti, finanziando i sussidi del governo che di fatto coprono i costi di quegli stessi inquinatori.
Si delinea un meccanismo che ricorda la beffa degli ‘aerei di Mussolini’: proprio come allora i velivoli venivano spostati da un aeroporto all’altro per simulare una potenza militare inesistente, oggi sono i soldi dei cittadini a essere spostati da una tasca all’altra.
Escono dai portafogli delle famiglie sotto forma di bollette, passano per i bilanci di Eni e ritornano infine nelle casse dello Stato attraverso i dividendi. Un gioco di prestigio contabile che non crea ricchezza né protezione per il ceto medio, ma serve solo a finanziare Eni e il governo sulle spalle di chi fatica a pagare la luce, trasformando quella che dovrebbe essere una transizione ecologica in una pura operazione di facciata e per di più nera.
Enrico Rossi

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