
A 14 miglia da Lampedusa, appena oltre le acque territoriali e in area di ricerca e salvataggio italiana, un barchino partito da Zawya, in Libia, con circa 95 persone si è rovesciato.
Secondo i racconti, i naufraghi si sono spostati su una seconda barca che a sua volta si è capovolta.
Almeno 27 morti, mentre i dispersi potrebbero portare il conto verso 40, 60. Una delle stragi più grandi avvenute in mare negli ultimi tempi.
Risulta che ci fosse stato un avvistamento ma i soccorsi in mare sono scattati più tardi. La costa era lì vicino e non mancavano per intervenire i mezzi dello Stato e delle ONG, che però non sono stati avvertiti.
“Ma come li fermi gli sbarchi? Li fai affogare?» — «Sì, esattamente.” Aveva risposto così Meloni in un dibattito televisivo nel 2015, con un cinismo agghiacciante.
Su questo punto, in effetti, è diversamente da altri, si deve riconoscere che Giorgia sta attuando con una certa coerenza il suo programma: navi civili bloccate o costrette a stare lontane dai luoghi di salvataggio, pattugliamenti radi, priorità al respingimento.#
I numeri (OIM) parlano chiaro: almeno 370 morti e 300 dispersi nel Mediterraneo centrale dall’inizio dell’anno fino al 9 agosto.
Nello stesso periodo 14.063 persone sono state intercettate in mare e riportate in Libia: 12.170 uomini, 1.295 donne, 453 minori e 145 non identificati.
Questa è la “gestione dei flussi”: morti annegati e torture nelle galere libiche.
Ora raccontano, per l’ennesima volta, che vogliono colpire i “trafficanti”.
Ma in realtà, proprio questo governo ha messo su un volo di Stato Osama Najim Almasri, l’aguzzino dei lager libici, ricercato per violenze e stupri, e lo ha riconsegnato a casa sua.
Si premiano i criminali e si criminalizzano i soccorritori.
Queste tragedie non avvengono per mancanza di mezzi o di soldi, come dimostra bene lo spreco di un miliardo per costruire i centri per il rimpatrio in Albania, che oltretutto non funzionano.
È una scelta politica non precisa.
Delle morti e delle torture sulla povera gente, su giovani e su uomini in cerca di un futuro diverso, su donne con i loro bambini, e su ragazzini soli e disperati, porta tutta la responsabilità questo governo di destra che – occorre dirlo – ha ripreso e sviluppato politiche aberranti purtroppo già iniziate dal governo Gentiloni/ Minniti.
Eppure, proprio ieri, il Corriere della Sera, scriveva che in Italia, nel 2028, ci saranno un milione di studenti in meno e 55 mila professori di troppo.
Eppure, secondo le proiezioni ISTAT e ONU, la popolazione italiana nel 2050 rischia di essere di 54 milioni di abitanti, in calo rispetto agli attuali 59 milioni, a causa del basso tasso di natalità, dell’invecchiamento della popolazione, e di un saldo migratorio che vede un nuovo e preoccupante fenomeno di emigrazione dal nostro Paese.
Questo declino demografico significa meno persone in età da lavoro e più anziani, quindi una crescita più lenta, conti pubblici in tensione e servizi da ripensare e tagliare.
L’uscita da questa prospettiva negativa è un mix credibile di maggiore produttività, di più lavoro (soprattutto femminile), ma anche di immigrazione ben gestita.
Senza queste leve, la decrescita demografica diventa decrescita economica e civile.
Dunque, l’immigrazione, ben gestita, può essere un fenomeno importante e positivo per il nostro futuro e per quello dei nostri figli.
Occorre subito una politica diversa: una missione di salvataggio in mare pubblica e permanente, lo sviluppo di canali legali d’ingresso dai paesi di immigrazione, lo stop alla guerra contro le ONG.
Inoltre, sono necessarie politiche di inclusione e di rispetto della dignità dei migranti, cominciando col riconoscimento della cittadinanza in un tempo ragionevole.
Il resto è cinismo e bieca propaganda della destra. È cecità per il futuro perché ignora i numeri del declino della popolazione.
È demenza, perché consuma risorse pubbliche per respingere chi potrebbe lavorare, pagare tasse, tenere in piedi servizi essenziali e contribuire ad un’Italia più forte e più sicura e più giusta.
È disumanità perché nega soccorso ai naufraghi in mare.
Enrico Rossi

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