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La terza via? Il Piano Mattei, Trump e la “crisi degli aiuti”

L’amministrazione Trump, ha recentemente svelato il Washington Post, starebbe cercando di promuovere alle Nazioni Unite una dichiarazione comune sullo sviluppo nota come “Trade over aid”, un tentativo di forzare e codificare nuove prassi per rimodellare l’intero settore. Nella sua formulazione più presentabile, l’idea suona ragionevole: gli investimenti e gli scambi commerciali nei paesi meno avanzati possono indubbiamente essere una leva forte per la loro trasformazione economica. Nella sua sostanza, tuttavia, l’iniziativa americana punta alla normalizzazione del disimpegno: si vorrebbe mettere il marchio ONU (dove per la verità è improbabile che la proposta trovi il sostegno necessario) su un percorso che porti l’aiuto pubblico allo sviluppo a diventare sempre più un’eccezione, non più un pilastro.

di Istituto Ispi | 5 Maggio 2026

di Giovanni Carbone*

L’amministrazione Trump, ha recentemente svelato il Washington Post, starebbe cercando di promuovere alle Nazioni Unite una dichiarazione comune sullo sviluppo nota come “Trade over aid”, un tentativo di forzare e codificare nuove prassi per rimodellare l’intero settore. Nella sua formulazione più presentabile, l’idea suona ragionevole: gli investimenti e gli scambi commerciali nei paesi meno avanzati possono indubbiamente essere una leva forte per la loro trasformazione economica. Nella sua sostanza, tuttavia, l’iniziativa americana punta alla normalizzazione del disimpegno: si vorrebbe mettere il marchio ONU (dove per la verità è improbabile che la proposta trovi il sostegno necessario) su un percorso che porti l’aiuto pubblico allo sviluppo a diventare sempre più un’eccezione, non più un pilastro.

Washington ha già di fatto rivisto drasticamente il proprio profilo di donatore. L’anno scorso USAID, l’agenzia americana per lo sviluppo, fu una vittima illustre delle primissime misure adottate dalla seconda presidenza Trump. I dati recentemente pubblicati dall’OCSE confermano un tracollo degli aiuti americani, che hanno registrato nel 2025 un -56,9% sul 2024. Gli Stati Uniti stanno, nel contempo, ridefinendo l’assistenza residua come strumento strettamente subordinato a interessi economici e strategici, incluse le concessioni minerarie o l’accesso ai dati sanitari dei paesi beneficiari.

Aiuti allo sviluppo: una crisi profonda

Per quanto estremi, tuttavia, i tagli americani alla cooperazione allo sviluppo sono tutt’altro che un fenomeno isolato. Già nel 2024, prima dell’avvento della nuova amministrazione statunitense, l’Official Development Assistance (ODA) dei donatori OCSE nel loro complesso aveva invertito la tendenza a graduali incrementi annui registrando un -6% rispetto al 2023. Questa linea è poi proseguita l’anno scorso, quando tutti i cinque maggiori donatori (ovvero Germania, Regno Unito, Giappone e Francia, oltre agli Stati Uniti) hanno stretto i cordoni della borsa, generando la caduta del totale degli aiuti da $215 miliardi a $174 miliardi, un calo pari al -23,1% in termini reali. Ad essere particolarmente colpite sono state, tra gli altri, l’assistenza umanitaria (-35,8%) e le risorse che passano dalle agenzie per lo sviluppo delle Nazioni Unite (-27%). Le giustificazioni addotte da più parti hanno a che vedere con le ristrettezze di bilancio dei donatori a fronte delle spese crescenti per i riarmi, le pensioni, i richiedenti asilo e quant’altro, ma sono state di fatto favorite da una diffusa insoddisfazione e messa in questione del modello stesso degli aiuti.

Dalla aid fatigue degli anni Novanta alla crisi del mercato

Non è la prima volta che ci si trova in una stagione di diminuzione degli aiuti. Negli anni Novanta, dopo la fine della Guerra fredda, la cooperazione entrò in una fase di contrazione e disincanto nota come aid fatigue. In un clima di ascesa di liberalizzazione economica e globalizzazione, i tagli vennero razionalizzati attraverso lo slogan “trade, not aid”: il commercio come motore dello sviluppo, l’aiuto invece meno necessario, al più come stampella. Oggi la somiglianza con quella fase e quelle parole d’ordine è evidente, ma il contesto è più ampio e brutale, con una competizione geopolitica ai massimi e la priorità degli interessi nazionali resa esplicita quanto mai prima.

In questo senso, “trade over aid” è la radicalizzazione di qualcosa di già visto. L’intento americano ripropone nuovamente un equivoco noto, semplice e fuorviante, ovvero che lo sviluppo possa essere demandato quasi integralmente al mercato, sufficiente da solo a combattere e risolvere i nodi di povertà, fragilità, disuguaglianze e insicurezza che ancora tormentano diverse aree del mondo, e in particolare l’Africa subsahariana. Di più, la formulazione scelta dall’amministrazione USA pretende di mettere completamente in alternativa tra loro investimenti e aiuti, strumenti che, nella realtà, non lo sono. Investimenti e commercio hanno il potenziale di mobilitare risorse enormi, più grandi di quanto non possano fare gli aiuti. Ma non sono neutrali, né diffusi, né stabili. Al contrario, essi sono selettivi e seguono gli alti e i bassi di rendimenti e rischi. Non vanno, e quindi non arrivano, dove e quando non c’è ritorno. E anche laddove arrivano, non è raro che producano crescita senza o con poco sviluppo, creando ad esempio estrazione senza valore locale o occupazione. L’esperienza economica passata e presente del continente africano suggerisce cautela: in diversi paesi, decenni di investimenti stranieri concentrati in idrocarburi e miniere non si sono tradotti in benefici sociali ed economici diffusi per le comunità locali. Spesso, al contrario, hanno lasciato in eredità strascichi e costi. Anche per questo l’aiuto e l’azione pubblica devono continuare a svolgere una funzione essenziale: contribuire a finanziare beni pubblici e contesti fragili, e sostenere settori che non vengono raggiunti da investimenti e mercato.

Quale ruolo per il Piano Mattei?

Se il dibattito e le dinamiche in corso hanno dunque ravvivato la fuorviante contrapposizione tra aiuti e investimenti, il Piano Mattei per l’Africa si inserisce in tutto questo in modo meno dicotomico e potenzialmente più originale. Non aderisce all’idea di un mondo post-aiuti, ma nemmeno difende l’architettura tradizionale della cooperazione come se non ci fosse nulla da cambiare. Benché non lo dichiari in questi termini, esso sceglie piuttosto una sorta di “terza via”: sposta cioè il baricentro verso investimenti e scambi, ma conserva l’aiuto pubblico come modalità di intervento e di relazione.

Il Piano Mattei mostra questa ambizione fin dalla sua impostazione finanziaria di partenza, ovvero nella dotazione iniziale, pari a circa €5,5 miliardi, composta da prestiti, doni e garanzie. Non si tratta infatti di un fondo unico, ma di un insieme di canali diversificati: risorse e strumenti di assistenza classica destinate all’Africa, ma anche moderna finanza per lo sviluppo, sinergie con iniziative europee e multilaterali, garanzie e promozione degli investimenti e degli scambi commerciali. Un ruolo centrale è attribuito al Fondo Italiano per il Clima, con una quota rilevante delle risorse orientata verso l’Africa per sostenere progetti su rinnovabili, adattamento agricolo, biodiversità e gestione sostenibile delle risorse. In questo senso il Piano parla quindi la lingua del mercato (blended finance, garanzie, de-risking), ma non cancella quella dell’aiuto (donazioni, settori sociali, capacità statale). È dunque deliberatamente un ibrido.

La terza via si manifesta nel fatto stesso che l’Italia non abbia abbracciato la strada dell’aiuto residuale. Mentre molti donatori occidentali tagliano e riprogrammano, almeno per ora Roma mantiene un profilo relativamente più stabile, e anzi colloca il Piano Mattei dentro una strategia in cui l’ODA resta un pilastro. I già citati dati OCSE indicano che, dopo il calo del 2023, gli aiuti italiani sono cresciuti nel 2024 e in misura più contenuta anche nel 2025, quando hanno raggiunto i $7,3 miliardi. In termini di rapporto ODA/Prodotto nazionale lordo, il nostro 0.3% è ancora lontanissimo dal target dello 0,7% indicato dalle Nazioni Unite, ma è ora superiore allo 0.26% della media dei donatori OCSE: è la prima volta dal 1993.

Non si tratta solo di aspetti contabili, ma di segnali politici. L’aiuto pubblico, nel suo sostenere capacità amministrative e settori non remunerativi, è anche un elemento relazionale che apre o tiene aperti canali con i paesi beneficiari. Anche perché un Piano che si proponesse come nuova partnership e poi riducesse drasticamente gli aiuti manderebbe un messaggio contraddittorio, e in Africa queste contraddizioni sempre più portano a perdite di credibilità che si pagano.

Pur preservando la cooperazione, però, il Piano Mattei punta anche a innovare e modernizzare spingendo sul versante economico-finanziario. Non è un caso che siano direttamente coinvolti non solo Cassa Depositi e Prestiti ma anche Simest e Sace, chiamate a promuovere gli investimenti e l’interscambio commerciale delle imprese italiane. Né lo è la scelta di mobilitare risorse anche attraverso banche multilaterali, sinergie europee e piattaforme finanziarie. Centrale in questo è la partnership costruita con l’African Development Bank per sostenere, con una logica di co-finanziamento che usa il pubblico per orientare l’investimento, progetti in ambiti di energia, acqua, infrastrutture, agricoltura e capitale umano.

Il Piano italiano vuole dunque svolgere una funzione di cerniera tra strumenti pubblici e capitali privati – un’idea già peraltro iscritta nella legge di riforma della cooperazione del 2014 – tra cooperazione tradizionale e finanza per lo sviluppo, e in qualche modo anche tra agenda europea (Global Gateway) ed esigenze africane. I rischi certamente non mancano, vanno affrontati, e il governo su questo ancora non sta mostrando la necessaria attenzione. Uno dei rischi, ad esempio, riguarda l’equilibrio tra i tempi della politica – fatti di annunci e di pressioni per mostrare rapidamente risultati “concreti” – e i tempi del progetto e dello sviluppo, che richiedono attenzione, controlli e valutazione dall’inizio alla fine, sia degli investimenti che delle iniziative di cooperazione. Un altro tema resta poi il problema, già accennato, della sempre possibile deriva estrattiva degli investimenti che vengono promossi e facilitati, con il rischio che, contrariamente agli obbiettivi dichiarati dal Piano, poco o nulla del valore aggiunto si fermi in Africa.

Terza via: rischi e opportunità

Il paradosso è che proprio rischi di questo genere indicano la necessità della terza via. Se l’Occidente riduce l’aiuto e contemporaneamente punta tutto sull’investimento, cresce la probabilità di effetti regressivi, incluse maggiore volatilità, esclusione e vulnerabilità. Se, al contrario, si mantiene l’aiuto al centro senza spostare nulla verso la finanza per lo sviluppo, si resta intrappolati in una cooperazione che non può affrontare da sola le sfide demografiche, climatiche e infrastrutturali del continente africano.

Il Piano Mattei prova quindi a stare nel mezzo, naturalmente non con l’ambizione di essere “né carne, né pesce”, ma di trovare un equilibrio virtuoso. In un periodo in cui l’ODA arretra e il mantra “trade over aid” spinge per diventare prevalente, la terza via è un esperimento non solo per l’Italia, ma per l’idea stessa che sviluppo e interesse possano essere riconciliati contenendo cinismo e retorica.

Giovanni Carbone

*Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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