Per aver dichiarato, ai primi di agosto, nel corso di una Festa dell’Unità a Treviglio, che Formigoni aveva “un’idea forte di società e di politica” e che, pertanto, la sua lunga permanenza alla guida della Regione Lombardia non fosse tutta da buttare, Giorgio Gori, Sindaco di Bergamo e probabile candidato del centrosinistra alle prossime elezioni regionali, è stato messo sotto accusa dalla sinistra identitaria, dura e pura, per la quale la politica di Formigoni è classificabile solo sotto la voce “tangenti e corruzione”.
Al netto di comportamenti, che stanno in giudizio davanti ai magistrati, quale era l’idea forte di Roberto Formigoni? Era quella della sussidiarietà.
Il principio di sussidiarietà ha una lunga storia. Già enunciato nella Rerum Novarum (15 maggio 1891) di Leone XIII, fu formalizzato nella Quadragesimo Anno (15 maggio 1931) di Pio XI: “è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare”. Il principio di sussidiarietà, combinato con quello di solidarietà, tracciava una terza via tra lo statalismo totalitario, comunista e fascista, e l’individualismo liberale.
La versione democristiana di quel principio finì per privilegiare – soprattutto dopo la fine della collaborazione De Gasperi-Einaudi – il ruolo dello Stato, rovesciando la sussidiarietà nel suo opposto. Accadde, perché il peso culturale del corporativismo/statalismo fascista era persistente, soprattutto nella sinistra dc. Lo Stato sussidiario si trasformò in Stato assistenziale, con il consenso di tutti, sinistre comprese.
Viceversa, la diffidenza verso lo Stato interventista, che aveva ispirato, in primo luogo, la filosofia dell’educazione di Don Giussani e della centralità della “persona in comunità” civile, religiosa e politica, si estese all’idea di politica e di governo di Movimento popolare e del CDU di Buttiglione e Formigoni.
Quando Formigoni divenne presidente della Giunta regionale, dal 1995 fino al 2013, provò a costruire, su quella base culturale, un modello lombardo di welfare regionale sia sul terreno socio-assistenziale sia su quello educativo e della formazione professionale. Non si può negare che, dal lato dell’offerta, siano stati potenziati i servizi, revisionati i requisiti autorizzativi, introdotti severi criteri di accreditamento. Sul lato della domanda/accesso ai servizi socio-sanitari, invece, la Regione Lombardia ha lasciati più soli le famiglie e gli utenti, in nome della deregulation e della libertà di scelta.
La Lombardia ha ritenuto che non si dovessero accompagnare utenti e famiglie nella rete dei servizi e che, anzi, gli strumenti già esistenti a tal fine costituissero un ostacolo alla valorizzazione della loro autonomia e libertà di scelta. Pertanto, non ha previsto forme di collaborazione o integrazione tra i Comuni e le Asl, puntando invece su una precisa separazione di competenze tra i due soggetti, tanto sul piano organizzativo quanto su quello istituzionale. Solo nel 2008, il modello sarà ripensato: viene esplicitamente abbandonata l’idea che famiglie ed utenti non debbano essere accompagnati nel loro percorso nei servizi e si afferma, invece, la necessità di costruire strumenti adeguati affinché ciò accada.
Nel campo dell’educazione, sono note le politiche del Bonus scuola e della formazione professionale, volte a favorire l’iniziativa privata nel settore educativo. Queste politiche hanno subito variazioni nel tempo, alcune hanno avuto successo, altre meno, alcune sono state oggetto di correzione. Ma solo un ideologismo esasperato, il cui contenuto è lo statalismo, insiste ancora oggi per restringere la dimensione pubblica a quella statale e giudica, pertanto, l’esperienza di Formigoni come liberismo selvaggio. Né sono una conseguenza necessaria di questa impostazione sussidiaria i fenomeni di corruzione tangentizia, su cui sta indagando e giudicando la magistratura. La lunga cronaca dei decenni precedenti conferma che il più rigido statalismo accentratore non ha mai funzionato da ostacolo alla corruzione e alle tangenti.
Tutto a posto, dunque, per Formigoni? Oltre la teoria della sussidiarietà, nella pratica anch’egli sembra a volte aver ceduto alla tentazione ”democristiana” di una sussidiarietà dall’alto, benché in modo originale: sollecitare e favorire la domanda di “assistenza sussidiaria” da parte di soggetti già esistenti o costituiti artificiosamente ad hoc, comunque legati preventivamente sul piano politico-ideologico a CL e a Formigoni. Il passaggio dal metodo consociativo, in forza del quale in tutte le legislature regionali precedenti i finanziamenti venivano distribuiti secondo il peso specifico delle forze, al metodo bipolare secco – dovuto, in primo luogo, al nuovo sistema elettorale e al nuovo sistema politico – in forza del quale il vincitore tende a “prendere tutto”, ha favorito gli abusi della sussidiarietà dall’alto e ha provocato, al contempo, il lamento degli esclusi, non sempre fondati.
Che cosa c’entra tutto ciò con le elezioni regionali del 2018? Molto. La società lombarda è in forte trasformazione: l’equilibrio tra dimensione statale, dimensione pubblica e iniziativa civile è in rapida oscillazione. Formigoni e Maroni lo hanno strutturato in un certo modo. Chiunque intenda candidarsi in alternanza dovrà fare i conti – in termini non giudiziari – con il modello che loro hanno costruito. Ed è questa preoccupazione che, probabilmente, ha ispirato le parole di Gori su Formigoni.
Giovanni Cominelli (http://www.mu-me.it)

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