
Il 7 ottobre non può essere letto soltanto come un attacco contro Israele. Va letto anche come l’innesco di una sequenza politica, psicologica e simbolica molto più grande dell’attacco stesso.
Hamas non poteva distruggere Israele militarmente. La sproporzione delle forze lo rendeva impossibile. Poteva però cercare di colpirlo su un terreno diverso: la sua legittimità internazionale, i suoi rapporti con il mondo arabo, il consenso di cui godeva in Occidente e, indirettamente, il rapporto tra Israele e le comunità ebraiche della Diaspora.
Per farlo serviva una reazione israeliana enorme.
Il meccanismo strategico era brutale: compiere un attacco di dimensioni tali da provocare una risposta militare israeliana; combattere poi dentro Gaza, uno dei territori più densamente popolati al mondo; lasciare che distruzione, morti e sofferenza palestinese diventassero progressivamente il centro dell’attenzione internazionale.
In questa logica, la superiorità militare israeliana poteva essere trasformata da vantaggio tattico in vulnerabilità politica.
Più la guerra fosse durata, più il 7 ottobre avrebbe rischiato di arretrare nella memoria collettiva occidentale, mentre Gaza avrebbe occupato quotidianamente televisioni, social network, università, piazze e istituzioni internazionali.
Ma esisteva anche un altro terreno, precedente al 7 ottobre: l’antisemitismo.
Non era scomparso dall’Occidente. Aveva continuato a esistere nelle sue forme tradizionali: estrema destra, complottismo, stereotipi antiebraici, mentre in altri ambienti il rapporto fra antisemitismo, antisionismo e ostilità verso Israele era diventato oggetto di un conflitto politico e culturale sempre più acceso. I dati mostrano inoltre che gli episodi antisemiti negli Stati Uniti stavano aumentando già prima del 7 ottobre.
Il 7 ottobre e soprattutto la guerra successiva hanno agito come un acceleratore impressionante.solo negli Stati Uniti l’ADL registrò 8.873 episodi antisemiti nel 2023, contro 3.698 nel 2022.
La guerra quondi non colpisce più soltanto Israele. Entra nella vita degli ebrei che vivono a New York, Londra, Parigi, Berlino, Roma o Sydney. Sinagoghe, scuole, ristoranti kosher e istituzioni ebraiche devono confrontarsi con un livello di ostilità e di sicurezza diverso; e singoli ebrei vengono chiamati a rispondere personalmente delle decisioni di un governo che può trovarsi a migliaia di chilometri da loro.
Questo produce una pressione identitaria formidabile.
Perché Israele, piaccia o meno, occupa un posto particolare nella vita dell’ebraismo in tutte le sue declinazioni.
Ci si può opporre a Netanyahu, criticare duramente un governo israeliano, essere sionisti, non sionisti o antisionisti; ma dopo il 7 ottobre il rapporto fra Diaspora e Israele è diventato più difficile da tenere fuori dalla propria identità pubblica.
E il risultato non è stato univoco. Per molti ebrei il trauma ha rafforzato il legame con Israele; per altri ha aumentato distanza e critica.
Le analisi del Jewish People Policy Institute descrivono precisamente questo doppio movimento: maggiore solidarietà in alcuni settori della Diaspora e contemporaneamente maggiore estraneità in altri, con tensioni interne diventate molto più visibili.
Questo uno degli effetti più profondi del 7 ottobre: aver aperto contemporaneamente una frattura esterna e una interna al mondo ebraico.
Fuori, l’esplosione dell’antisemitismo e la crescente sovrapposizione polemica fra “ebreo”, “israeliano” e “sionista”.
Dentro, una discussione dolorosissima su Israele, sulla guerra, sul sionismo, sulla sicurezza, sul governo Netanyahu e persino sul significato contemporaneo dell’appartenenza ebraica.
Non è necessario dimostrare che Hamas abbia pianificato ogni singolo effetto di questa catena per riconoscerne la rilevanza strategica. Una strategia può produrre conseguenze favorevoli ai propri obiettivi anche oltre ciò che i suoi autori avevano precisamente previsto.
Hamas non aveva bisogno di vincere la guerra che Israele era più forte nel combattere. Aveva bisogno di trascinare Israele in una guerra nella quale la sua forza militare potesse produrre contemporaneamente una vulnerabilità politica, diplomatica e simbolica.
Una guerra nella quale una vittoria militare potesse convivere con un crescente isolamento internazionale.
Una guerra nella quale la questione palestinese tornasse al centro della politica mondiale.
Una guerra capace di interrompere o complicare il processo di normalizzazione fra Israele e il mondo arabo.
Una guerra nella quale l’antisemitismo già esistente potesse trovare nuovi pretesti, nuovi linguaggi e nuove occasioni per manifestarsi.
E infine una guerra capace di trasferire una parte del trauma dallo Stato di Israele all’intero spazio ebraico mondiale, obbligando milioni di ebrei della Diaspora a confrontarsi nuovamente con una domanda che pensavano, almeno in parte, di poter scegliere autonomamente quando affrontare: quale rapporto esiste fra essere ebrei e Israele?
Questa è la dimensione più inquietante della strategia: trasformare la forza di Israele nella leva della sua erosione simbolica e trasformare il conflitto territoriale in un conflitto globale sull’identità e sulla legittimità.
Il 7 ottobre era l’innesco. Gaza sarebbe diventata il campo di battaglia.
Ma una parte decisiva della guerra si sarebbe combattuta altrove: nell’opinione pubblica occidentale e, dolorosamente, anche dentro il mondo ebraico stesso.
David Pacifici

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