Theodore Roosevelt espose nel 1901 la sua teoria del “grosso bastone” (Big Stick diplomacy) per indicare che le trattative diplomatiche dovevano essere accompagnate dalla minaccia di una randellata. E la sua politica espansionista nell’America Latina fu effettivamente orientata a tali principi.
Anche altri presidenti hanno adottato questa strategia in varie circostanze.
Ma Trump sembra averne dato una nuova interpretazione. Ovvero, prima usare il randello, poi trattare. Avrà successo?
Per quanto riguarda il nucleare, il presidente USA ha detto che gli attacchi hanno provocato “danni monumentali” (mostrati dalle immagini satellitari). Ma è lecito dubitare del fatto che ciò impedisca all’Iran di avere l’atomica. Non a caso vari esperti hanno sottolineato che l’uranio arricchito è stato probabilmente messo al sicuro, e presumo sia così anche per varie installazioni. D’altronde, l’attacco USA era stato ampiamente annunciato e, quindi, tali contromisure erano prevedibili.
Crescono quindi gli interrogativi sugli obiettivi reali di queste azioni di guerra e su quali siano le strategie. Se non ci fossero stati morti, distruzioni, esodo di massa, si potrebbe pensare a una semplice schermaglia, a un avvertimento. Invece è stata una vera e propria guerra, ma lo scopo sembra egualmente essere una prova di forza (vedete cosa potremmo fare se volessimo).
Non credo nemmeno che l’obiettivo fosse l’abbattimento del regime, perché non è ipotizzabile senza un intervento di terra. Anzi, con le bombe, il regime potrebbe addirittura rafforzarsi facendo leva sull’orgoglio patriottico.
Poi, da tutto questo si è preso pretesto per varare il riarmo degli Stati europei, con un impegno di spesa enorme e che non ritengo sostenibile per economie deboli come la nostra, ma che abbiamo accettato senza riserva. Spero solo che, dopo le elezioni, un diverso governo chieda la revisione di questo impegno.
Inoltre, che la NATO abbia deciso e che l’Unione Europea abbia avallato senza una convincente analisi di opportunità e di sostenibilità non mi pare giusto.
Forse che gli Stati Uniti hanno concordato con l’Europa quando hanno deciso di passare alle bombe?
E adesso ci dobbiamo armare contro quale nemico? La Russia di Putin? Contro le sue 5.000 atomiche non ci sono carri armati o aerei che tengano… Ma sarebbe una guerra mondiale che coinvolgerebbe automaticamente gli Stati Uniti… Inoltre, un’invasione russa dell’Europa mi pare, da profano, poco probabile.
Quanto all’Iran, siamo rimasti estranei all’intera vicenda, ci siamo preoccupati che gli aerei USA non siano decollati da basi italiane (cosa davvero di poco conto, mi pare), ma intanto ci armiamo proprio in coincidenza con la crisi mediorientale (mah?).
Credo che di tutto ciò gli unici che avranno ragione di gioire saranno le fabbriche di armi (si pensa male a presumere che siano per lo più statunitensi?).
Condivido con Conte e con il PD (ma vorrei che alzasse di più la voce) che una simile mazzata si ripercuoterà sulle spese sociali, a partire da quelle per un sistema sanitario pubblico già in difficoltà. E questo dobbiamo farlo rilevare continuamente… quando vedremo deperire il sistema di welfare.
A proposito: se non torna la pace in Medio Oriente, oltre al fardello delle spese militari subiremo anche il salasso del rincaro dell’energia. E non avendo né centrali nucleari né il Brent, per noi sarà un colpo assai duro.
È noto cosa accadde in Italia a seguito della crisi petrolifera del 1973, che fu provocata dalla chiusura del Canale di Suez… Figuriamoci se chiudessero lo Stretto di Hormuz!
Gabriele Parenti

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