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LA SOLITA ZUFFA MA IL SERVIZIO PUBBLICO NON ESISTE PIU’. L’AZIENDA E’ SOLO STRUMENTO DI POTERE E OSTACOLO AD OGNI INNOVAZIONE

Oggi il cosiddetto servizio pubblico decreta il diritto di vita e di morte dei soggetti politici e sociali. Ed è al servizio non tanto delle maggioranze di governo quanto del sistema e dei suoi equilibri politici ed economici. di Nicola Cariglia

di Nicola Cariglia | 17 Novembre 2008

Agli antichi sostenitori del servizio pubblico dispiace e, al contrario, gli avversari di sempre ne traggono conforto per le loro idee, ma la verità è una sola: l’unico servizio pubblico ormai che la RAI può svolgere è quello di restituire soldi ai contribuenti meno abbienti lasciandosi docilmente vendere. Si tratta di una via tanto necessaria quanto difficile da percorrere: fortissimo, infatti, è il “partito RAI”, cioè quel groviglio trasversale di interessi economici e politici che sopravvive immutabile ad ogni cambio di maggioranza e costituisce il più formidabile elemento di conservazione presente nel nostro Paese.
Ci spieghiamo rapidissimamente.
La RAI è stata davvero, nella sua prima fase e per moltissimi anni, una azienda di servizio pubblico. In sintonia con il regime (epoca fascista) e con i governi, ma anche in grado di esercitare un ruolo positivo di diffusione della cultura in una Italia dove esisteva un analfabetismo diffuso e di uniformare i modelli comportamentali creando quello spirito nazionale che il nostro Risorgimento aveva lasciato incompiuto. Purtroppo risale ad oltre tenta anni fa l’ultima volta che ha svolto tale compito di servizio pubblico: quando, assecondando lo sviluppo dell’istituto regionale, dette vita ai programmi ed ai telegiornali locali.
Da allora di tale ruolo si è smarrita ogni traccia e la RAI si è trasformata in un formidabile strumento di affermazione e conservazione dei poteri dominanti.
Oggi il cosiddetto servizio pubblico decreta il diritto di vita e di morte dei soggetti politici e sociali. La sua informazione, soprattutto i programmi di “approfondimento”, ma anche quelli di intrattenimento sono al servizio non tanto delle maggioranze di governo quanto del sistema e dei suoi equilibri politici ed economici. E’ la RAI (anche trainando il resto della stampa) che decreta vita e morte dei partiti dei leaders e degli esponenti politici di media tacca. Ed il gioco si è fatto sempre più duro via via che si è tentato (e si tenta) di imporre il passaggio dal sistema bipolare a quello con due soli partiti. I partiti comprimari, fino ad allora presenti, talvolta ben oltre il loro peso elettorale, si sono dovuti accorgere a loro speso di quanto già era toccato ad altri.
Dunque la RAI è strumento di potere ed è il principale ostacolo alla introduzione di qualsiasi novità. Alla domanda divenuta assillante dopo le recenti presidenziali negli Stati Uniti, “perché in Italia non è possibile un Obama”, cioè perché non possibile accedere al potere se non essendone cooptati, si può tranquillamente rispondere che ciò avviene anche a causa di “questo” servizio pubblico radiotelevisivo.
Ecco perché, per il bene dell’Italia, è oggi indispensabile vendere ai privati la RAI. Oggi il momento non è favorevole, ma le procedure per realizzare la vendita sono tali che, anche decidendo subito, essa avverrebbe quando l’attuale crisi economica e finanziaria sarà superata.
Dalla vendita sarà possibile ricavare una somma ingente, tra i dieci e i quindici miliardi di euro. Basta impedire i soliti pastrocchi ad uso degli amici e scomporre sapientemente i vari asset, che sono notevoli: il patrimonio immobiliare sparso per Roma e in tutte le regioni italiane; le tre reti e testate televisive e le tre radiofoniche generaliste; RAI International; RAINEWS 24; Isoradio; la società degli impianti di alta frequenza, RAIWAY; varie altre società per la gestione e produzione delle diffusioni via satellite (RAISAT), per la produzione di Fiction e film ( RAIFICTION e RAICINEMA) e infine, ultima ma non da meno, la SIPRA, società per la raccolta pubblicitaria che, liberata da lacci e laccioli che l’hanno tenuta avvinghiata, tutt’altro che per caso, negli ultimi venticinque anni, sarebbe un altro appetitosissimo boccone.
Smembrata e venduta la RAI, tornerebbe a fare nuovamente il bene del Paese in due modi efficacissimi: prima di tutto cessando di essere strumento di conservazione del potere ed ostacolo a qualsiasi novità politica e culturale; in secondo luogo devolvendone il ricavato alla riduzione del carico fiscale che grava esosamente anche su chi si trova alle soglie della povertà.
Il servizio pubblico non per questo verrebbe necessariamente meno, perché potrebbe essere svolto dai privati attraverso una serie di obblighi che lo Stato porrebbe al momento del rilascio delle concessioni.
E’ una battaglia che laici liberali e socialisti potrebbero fare tutti assieme, dopo che, qualche settimana fa, il segretario del PS, Riccardo Nencini aveva spinto fino allo sciopero della fame la protesta contro gli abusi del servizio pubblico.

Nicola Cariglia

Pubblicato in : Primo piano

Info Nicola Cariglia

Nicola Cariglia ha svolto un’intensa attività giornalistica in RAI, dove entra nel 1970. Per vari anni è stato Vice Direttore della Direzione Esteri RAI (auttalmente RAI International), Direttore della Sede di Pescara e Direttore della Sede RAI per la Toscana.
Ha avuto anche una importante parentesi politico-amministrativa, ricoprendo tra gli altri incarichi quello di Vicesindaco di Firenze e Presidente della Società di gestione dell’Aeroporto di Firenze.
Dal 2002 è Presidente e co-fondatore del Gruppo dei Centouno e Direttore di PensaLibero.it
Dal 2009 è Presidente della Fondazione Filippo Turati, Ente Morale Onlus associato alle Nazioni Unite.

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