Nessun volo di fantasia e poco coraggio nella Legge di Stabilità. Come sempre, un colpo al cerchio e uno alla botte. E, come sempre, il conto lo pagheranno le giovani generazioni.
La legge di stabilità, almeno sulla carta, è una cartina di tornasole perfetta per comprendere la “natura” di un Governo. E’ infatti da questo tipo di documento che si dovrebbe capire se un Esecutivo porta avanti una politica di tipo liberale o socialista, populista o rigorista, di destra o di sinistra, tanto per restare alle categorie più usate. Non sempre però è così. Anzi in Italia quasi mai. Perché nel nostro Paese le scelte nette non vanno e non sono mai andate di moda. Si preferisce dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, rimandare a domani quello che si dovrebbe fare oggi, aspettare per vedere se nel frattempo la situazione migliora. Fino ad oggi è sempre stato così. I governi, di centrodestra o di centrosinistra, si sono caratterizzati come tali solo per delle scelte marginali o non economiche. La manovra del governo Renzi non fa eccezione. Più che alla situazione del Paese guarda al consenso. Ancora una volta un colpo al cerchio ed uno alla botte con un difetto di fondo: rimanda a data da destinarsi, anche in questo in perfetta linea con i Governi precedenti, il risanamento dei conti pubblici. Insomma una politica espansiva ottenuta aumentando il deficit e rinviando il pareggio di bilancio. Nella manovra poi alcune cose che piacciono alla destra, come l’eliminazione delle tasse sulla prima casa e l’aumento del limite ai contanti, ed altre che piacciono a sinistra, come la riduzione quasi simbolica della spesa pubblica e l’introduzione di un minimo di flessibilità in uscita dal lavoro, solo per i dipendenti privati.
Su tutte comunque una considerazione. Quella varata non è certamente una Finanziaria da “rottamatore”. La vecchia politica resta sempre in auge. Forse non si poteva davvero fare di più, per non strozzare nella culla la debole ripresa italiana. Ma un po’ più di coraggio, sul fronte del rigore dei conti pubblici, non avrebbe guastato. Se non altro per rispetto alle giovani generazioni. Un punto sul quale, con ragione, ha richiamato l’attenzione Mario Monti sul Corriere di domenica 18 u.s. “Non dimentichiamo che la disoccupazione giovanile di oggi è in gran parte il frutto delle politiche del debito degli anni ’70 e ’80. Sui giovani di oggi sono ricaduti gli oneri di allora. Vogliamo ripeterci?”

il 68. per come venne cavalcato dalla sinistra “di classe”, spalancò le porte al debito pubblico e al terrorismo. Per non dire dell’irresponsabilita ancora inarrestabile