
La prima Guerra del Golfo ha mostrato che i conflitti moderni non si combattono soltanto sui campi di battaglia, ma nei mercati dell’energia, nelle rotte commerciali, nelle infrastrutture che sostengono le economie occidentali. Da allora è diventato evidente che la vulnerabilità energetica non è un incidente, ma il risultato di scelte politiche, di dipendenze accumulate, di rinvii che si trasformano in fragilità strutturali.
Oggi, a distanza di oltre trent’anni, ci ritroviamo davanti a uno scenario ancora più complesso: tensioni in Medio Oriente, instabilità globali, catene di approvvigionamento fragili, assenza di una strategia europea coerente.
La crisi energetica non è un fulmine a ciel sereno: è la conseguenza di decenni in cui si è preferito rimandare, dipendere, sperare che il mondo restasse immobile mentre tutto cambiava.Eppure, mentre il dibattito nazionale si concentra su carburante, voli, approvvigionamenti e costi, c’è un territorio che vive una fragilità ancora più profonda, più antica, più strutturale: la Sicilia. Perché se è vero che ogni crisi internazionale mette a nudo le debolezze dei sistemi nazionali, in Sicilia accade qualcosa di diverso: le crisi globali rivelano ciò che per decenni si è scelto di non vedere.
La Sicilia possiede uno Statuto che non è semplicemente speciale: è specialissimo. È l’unico Statuto regionale approvato prima della Costituzione, nel 1946, quando l’Italia era ancora monarchia, e poi inserito nella Costituzione come legge costituzionale. Un unicum giuridico che attribuisce alla Regione poteri legislativi, amministrativi e soprattutto finanziari che nessun’altra regione italiana possiede.Eppure, da sessantotto anni la Sicilia vive come una regione qualunque. Per comprenderne le ragioni occorre tornare al 1958, quando lo Stato istituì la Cassa per il Mezzogiorno. Con quell’atto, la Regione venne privata della programmazione economica e finanziaria che lo Statuto Specialissimo le garantiva.

La potestà finanziaria, cuore dell’autonomia, venne di fatto commissariata. Ma non fu l’unico colpo: furono disattivati anche gli strumenti di garanzia previsti dallo Statuto, in particolare quelli che avrebbero dovuto difendere la Sicilia dagli abusi dello Stato centrale.Tra le voci più autorevoli che denunciarono questa deriva vi fu l’Avvocato e Giudice tributario Stefano Massimino, che ricostruì con rigore le violazioni degli articoli 15, 37, 38 e 40 dello Statuto. Ricordava, ad esempio, che l’articolo 37 impone alle imprese con sede fuori dall’Isola, ma con attività in Sicilia, di versare alla Regione le imposte relative alle attività svolte sul territorio. Una norma mai applicata dal 1946, con un danno economico incalcolabile per la Regione.L’Avv. Massimino riportò anche alla luce la vicenda dell’Alta Corte per la Regione Siciliana, l’Organo di garanzia previsto dallo Statuto e mai formalmente abrogato.
L’Alta Corte funzionò dal 1948 al 1955, pronunciando 83 decisioni, con giudici del calibro di Luigi Sturzo, Andrea Finocchiaro Aprile, Aldo Sandulli, Tomaso Perassi, Gaspare Ambrosini, Giovanni Selvaggi e Augusto Ortona.
Con la nascita della Corte Costituzionale, tre giudici dell’Alta Corte passarono al nuovo organo e si dimisero. Non furono mai sostituiti.
L’Alta Corte cessò di essere convocata, ma non fu mai abolita. Giuseppe Alessi la definì: “sepolta viva”.Fu proprio l’ Avv. Stefano Massimino, da presidente della decima sezione della Commissione Tributaria Regionale di Palermo, a compiere l’atto che riportò la questione al centro del dibattito giuridico nazionale.
In un giudizio tributario, sollevò provocatoriamente la questione di legittimità costituzionale rinviando il caso all’Alta Corte per la Regione Siciliana, per verificare se la Corte Costituzionale avesse riconosciuto l’esistenza dell’Organo previsto dallo Statuto o ne avesse sancito l’incompatibilità.
Come previsto dalla procedura, il ricorso fu materialmente trasmesso alla Corte Costituzionale dal Presidente Marletta, nella sua qualità istituzionale.La risposta della Corte fu rivelatrice. Con l’ordinanza n. 161 del 2001, dichiarò irricevibile il ricorso non perché l’Alta Corte fosse stata abolita, ma perché non era più funzionante. In altre parole, la Corte Costituzionale riconobbe implicitamente che l’Alta Corte esiste ancora nell’ordinamento, ma non può operare perché non è stata ricostituita.
L’ordinanza fu trasmessa al Presidente della Camera, al Presidente del Senato, al Presidente della Regione Siciliana e al Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana. Nessuno intervenne. L’Alta Corte rimase, come disse Alessi, “sepolta viva”.
Stefano Massimino era mio Padre. Ne sono orgogliosa non per questo, ma per molto altro.Da allora la Sicilia non ha più avuto un organo di garanzia capace di far rispettare lo Statuto. E qui si innesta la responsabilità della politica siciliana, che non ha mai preteso la ricostituzione dell’Alta Corte, né l’applicazione degli articoli finanziari dello Statuto.
La politica siciliana – trasversalmente, senza eccezioni di colore – ha preferito la subalternità alla responsabilità. Ha scelto la lamentazione al posto della rivendicazione, ha trasformato l’autonomia in folklore, non in governo, ha accettato che la Sicilia restasse un territorio dipendente, fragile, ricattabile. E c’è un’immagine che riassume tutto questo: i rappresentanti siciliani, appena superano lo Stretto, sembrano dimenticare da dove vengono. A Roma diventano prudenti, silenziosi, accomodanti. La Sicilia scompare dalle loro agende, dalle loro priorità, persino dal loro linguaggio.Questa rimozione sistematica ha un costo altissimo: nessuna battaglia per l’applicazione dello Statuto, nessuna rivendicazione sulle entrate fiscali, nessuna strategia energetica autonoma. E tutto questo è ancora più paradossale se si considera che la Sicilia potrebbe essere una potenza energetica del Mediterraneo. È la regione italiana con il più alto irraggiamento solare annuale, venti costanti e forti lungo le coste, un potenziale eolico offshore tra i più alti d’Europa, aree interne adatte al fotovoltaico avanzato, una posizione strategica per gli scambi energetici, condizioni ideali per l’idrogeno verde. Eppure non esiste una politica energetica regionale. Non esiste una strategia. Non esiste una visione.Lo Statuto Specialissimo – se applicato – consentirebbe alla Sicilia di programmare la propria politica energetica, trattenere una quota significativa dei proventi, negoziare direttamente con lo Stato e con l’Europa, investire in infrastrutture moderne, creare comunità energetiche locali, ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, abbassare i costi per famiglie e imprese. Ma tutto questo richiede una cosa che finora è mancata: una classe dirigente capace di governare il cambiamento, non di subirlo.La crisi energetica globale ricorda che il mondo corre. La Sicilia, invece, resta ferma. Eppure avrebbe tutto: sole, vento, mare, posizione strategica, Statuto specialissimo. Le manca solo una cosa: la volontà politica di diventare ciò che potrebbe essere. L’autonomia non è un privilegio: è una responsabilità. E se non verrà esercitata, la Sicilia continuerà a essere la regione più ricca di risorse e più povera di futuro.
Angioletta Massimino

disamina eccellente da ogni punto di vista .sincere congratulazioni.Sono anche testimone personale della assai notevole capacità giuridico-amministrativa di Stefano Massimino che a mio parere fu molto superiore al livello isolano e oltre e che per mia considerazione personale supero’ la sua pur forte coerente e tenace storia politica .
Grazie Rosario! Lo Statuto della Regione Siciliana, con la sua conseguente Autonomia, e l’Alta Corte, sono stati dei capisaldi nelle battaglie politiche di mio padre, cui ha dedicato tanto del suo tempo.
Ha scritto anche un libro sullo Statuto della Regione Siciliana, commentando articolo per articolo.
disamina perfetta
e leggendo il tuo articolo mi sono galvanizzato ancora più nel progetto di fare applicare lo Statuto Siciliano