
C’è un documento che sta circolando nei palazzi della Regione Siciliana e che nessuno ha ancora avuto il coraggio di smentire. Una lettera, firmata da Maria Francesca Briganti, coordinatrice regionale dell’associazione Le Partite Iva Italia, che mette in fila numeri, grafici, spedizioni, prezzi, responsabilità politiche e silenzi istituzionali. Un atto d’accusa feroce, costruito su dati ufficiali, che racconta una verità che in Sicilia tutti conoscono ma che nessuno osa pronunciare: l’isola che ospita tre poli petrolchimici, l’isola che raffina, l’isola che respira veleni e paga con la salute, è la stessa che si ritrova a pagare il carburante più caro d’Italia e una bolletta energetica che schiaccia famiglie, imprese, comuni e ospedali.
La lettera di Briganti è un pugno sul tavolo, un documento che smonta la narrazione della “sicurezza energetica nazionale” e mostra il volto reale del sistema: la Sicilia produce, l’Italia incassa, i siciliani pagano.
Tutto parte da un fatto che la Regione non ha mai chiarito: l’8 aprile Briganti invia una PEC all’assessore all’Energia chiedendo un incontro urgente sulla crisi energetica. Nessuna risposta. Nessun numero di protocollo. Nessuna presa di posizione. Nel frattempo, come scrive lei stessa, “una consistente parte di petrolio raffinato a Priolo viene esportato verso Israele, la residua parte resta a disposizione dei Siciliani… per meglio dire, resta a disposizione della nazione”.
È qui che il castello crolla: Priolo è classificato come “sito strategico per la sicurezza energetica nazionale”, ma la Sicilia non vede né sicurezza né strategia. Vede solo i costi. Il dossier allegato alla lettera è devastante.
Greenpeace e Report hanno documentato 17 spedizioni di carburanti e greggio dall’Italia a Israele tra il 2023 e il 2026, di cui 10 partite dalla raffineria ISAB di Priolo. Parliamo di 300 mila tonnellate di prodotti raffinati e 100 mila tonnellate di greggio.
Mentre i Siciliani pagavano benzina e gasolio a 1,90-2,01 euro al litro, mentre la chiusura dello Stretto di Hormuz veniva usata come scusa per aumenti ingiustificati, mentre la Regione taceva, Priolo e Augusta caricavano navi dirette in un Paese in guerra. Briganti lo scrive senza filtri: “questo scambio commerciale mette in cattiva luce la Sicilia… ai Siciliani è costato lacrime e sangue”. E ha ragione!
Il nodo centrale è il duopolio Eni-Ludoil, che controlla il 90% delle riserve petrolifere e dei prodotti raffinati in Italia. Novanta per cento. Un monopolio di fatto che decide chi può scaricare, chi può stoccare, chi può competere.
Il documento è chiarissimo: “se un operatore volesse far sbarcare una nave da 45.000 tonnellate di prodotto kazako a prezzi inferiori, non troverebbe lo spazio fisico per scaricare”. Risultato: i prezzi li fanno loro. E i Siciliani pagano.
Angelo Distefano, presidente nazionale dell’associazione “Le Partite Iva Italia”, la stessa realtà di cui Maria Francesca Briganti è coordinatrice regionale per la Sicilia, associazione nata per rappresentare autonomi, microimprese e piccoli imprenditori, che negli ultimi anni si è distinta per una linea durissima contro le distorsioni del mercato energetico e contro il peso insostenibile che ricade sulle regioni periferiche.
È in questo ruolo che Distefano interviene, denunciando senza filtri il comportamento dei grandi player del settore, ossia i grandi operatori che controllano produzione, stoccaggio e distribuzione dei carburanti: “Eni non può comportarsi come un’azienda di Stato solo quando le conviene, per poi seguire logiche di pura SpA quando si tratta di gestire la concorrenza”.
È la fotografia perfetta del sistema: pubblico quando serve, privato quando conviene.
E mentre il duopolio decide, la Sicilia subisce.
I dati del GME mostrano che l’Isola paga 147 €/MWh, il prezzo più alto d’Italia, più del Nord, più del Centro, più del Sud, più della Sardegna.
Un paradosso totale: la Sicilia produce 19.781 GWh/anno, esporta energia, ospita impianti, subisce limitazioni sull’interconnessione con la Calabria, e viene punita con la tariffa più alta del Paese.
Non è tecnica, è politica!
Il documento di Briganti va oltre: mostra come il costo del carburante abbia devastato la logistica, aumentato il prezzo dei beni essenziali, aggravato la situazione finanziaria di comuni e ospedali, già in ginocchio dal 2022. E incrocia questi dati con quelli sul reddito: la metà dei Siciliani vive con 12.600 euro l’anno, contro i 17.500 della media nazionale. È la fotografia di una regione che paga più degli altri pur avendo meno degli altri.
E allora la domanda che Briganti pone all’assessore e al presidente Schifani è una lama: “in tutto questo quale posizione avete preso?”. Nessuna risposta. Nessuna strategia. Nessuna difesa del territorio. Nessuna trattativa con Roma. Nessuna richiesta di riequilibrio. Nulla.
La lettera si chiude con tre richieste che sono, in realtà, un ultimatum politico: negoziare un tetto al prezzo dell’energia e del carburante per la Sicilia; riconoscere gli oneri di sistema come imposte indirette da trattenere sul territorio; aprire i porti alla concorrenza per far scendere i prezzi.
Sono richieste di buon senso, ma soprattutto sono richieste che mettono la Regione davanti alle proprie responsabilità: se Priolo è “sito strategico nazionale”, allora la Sicilia deve essere compensata; se i porti sono chiusi alla concorrenza, allora la Sicilia deve pretendere l’apertura; se i Siciliani pagano più degli altri, allora la Regione deve battere i pugni sul tavolo.
Maria Francesca Briganti, con questa lettera, ha fatto ciò che la politica non ha fatto: ha messo in fila i numeri, ha mostrato le spedizioni, ha incrociato i prezzi, ha denunciato il duopolio, ha evidenziato il paradosso energetico, ha chiesto conto dei silenzi istituzionali. Ha fatto politica nel senso più alto del termine: ha difeso un territorio che nessuno difende più.
La Sicilia non può continuare a essere l’Isola che raffina per gli altri e paga per tutti.
Non può essere l’Isola che produce energia e paga la bolletta più alta. Non può essere l’Isola che esporta carburante e paga 2 euro al litro. Non può essere l’Isola che respira veleni e non incassa le accise.
Non può essere l’Isola che subisce speculazioni mentre i porti sono blindati dal duopolio.
Non può essere l’Isola che chiede un incontro urgente e non riceve nemmeno un numero di protocollo.
La lettera di Briganti non è un documento tecnico. È un atto d’accusa. È una denuncia politica. È un dossier che inchioda responsabilità precise. È la prova che la Sicilia non è vittima della geopolitica, ma di un sistema che la usa, la sfrutta, la ignora e la lascia pagare il conto.
E ora la domanda non è più “cosa sta succedendo?”.
La domanda è: chi avrà il coraggio di rispondere?
Angioletta Massimino

Lascia un commento